Il ruolo della Tradizione nella valutazione di oltre dieci secoli di storia, uniti ad un’indebita retroproiezione nel passato greco

«Media aetas», «media tempora», addirittura «media tempestas» e molti altre definizioni del genere, si diffusero nel corso del Quattrocento per indicare ciò che, poco dopo, divenne famoso come «medio aevum», termine che conserviamo ancora oggi, quasi a volerlo custodire gelosamente.

Il solo pensiero di Medioevo suscita in chi lo ascolta e in chi lo pronuncia l’idea di qualcosa di buio, arretrato, vecchio, dogmatico e per nulla originale. Un periodo di puro nulla, un necessario nulla di passaggio per poi arrivare ad un’esplosione di arte e cultura con il Rinascimento.

A ben guardare, il termine medioevo è addirittura stato retroproiettato nel passato. La storiografia moderna ricorre al termine Medioevo Ellenico (dark age in inglese) per indicare il periodo della storia greca antica che si svolge, all’incirca, tra il XII secolo e l’VIII secolo a.C.

Tale “soprannome”, per indicare quei secoli di storia greca, è divenuto popolare nel corso del Novecento grazie alla pubblicazione di testi destinati a segnare un punto di svolta nella storiografia antica, come The Dark Age (1971) di Anthony Snodgrass e The Greek Dark Ages (1972) di R.A. Desborough.

Perché medioevo ellenico?

Perché si tratta di un periodo di crisi (crollo della civiltà micenea e probabile invasione dei popoli del mare), del quale possediamo pochissime fonti. Sembra però sbagliato considerare questi secoli come completamente negativi. A ben guardare, con l’VIII secolo a.C. abbiamo la “comparsa” di due capolavori della letteratura tout-court quali Iliade e Odissea.

Ora: possibile che questi due poemi epici si siano “materializzati dal nulla”, senza essere stati preceduti da un periodo di progressiva crescita e sviluppo, che gli abbia fatto, per così dire, da culla? Si può passare dal niente (medioevo ellenico degradato e privo di cultura) al tutto (poemi omerici)?

Ovviamente no. Motivo per cui il termine Medioevo ellenico non ha ragion d’essere. Come fa notare Domenico Musti, la definizione di secoli bui (alternativa largamente impiegata a medioevo ellenico) è insoddisfacente, anzi, addirittura “un po’ impressionistica”. Questo perché induce ad anacronistiche assimilazioni. Musti propone di utilizzare piuttosto la definizione di ‘alto arcaismo’(XI secolo-730 a.C.), seguito da un ‘medio’ (730-580 a.C.) e da un ‘tardo’ arcaismo (VI-V a.C.).

Allo stesso modo il medioevo, per intenderci, “normale”, non merita su di sé tutto il peso negativo che la tradizione gli ha addossato. Vedremo ora perché.

Dobbiamo a Vasari la divisione della storia in antica, medievale e moderna. Infatti sono gli Umanisti che vedono fra la loro cultura e quella degli antichi una distanza di svariati anni, riempita proprio dagli anni del medioevo. C’è però da dire che il concetto stesso di medioevo è molto fluido: non ha un inizio né una fine universalmente riconosciute, si tratta di convenzioni volte a periodizzare.

C’è chi ne fa coincidere l’inizio con la deposizione dell’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo (476 d.C.) e la fine con la scoperta dell’America. Chi lo fa iniziare con il saccheggio di Roma del 410 e lo fa finire con la conquista turca di Costantinopoli del 1453. Chi preferisce farlo terminare con l’affissione delle 95 tesi di Lutero, e così via.

Insomma, si tratta solo di convenzioni. Non è bene fissarsi su nessuna di loro, perché la storia, di per sé, è una disciplina fluida, dove periodizzare è un’operazione funzionale a comprendere, prestando attenzione a non “fasciarsi la testa”.

medioevo

In un articolo precedente ho parlato della damnatio memoriae dei Sofisti. Qui parleremo della damnatio memoria del medioevo.

Questa operazione inizia già nel Rinascimento, periodo in cui gli intellettuali non riconoscevano alcun valore positivo all’età che li aveva preceduti. Essi apprezzavano sì i Padri della Chiesa, in quanto gli riconoscevano il merito di aver rielaborato il patrimonio classico, e i monaci copisti, per aver tramandato i testi classici. Condannavano invece i cronisti e gli agiografi medievali.

Quasi nessuno sa, ad esempio, che l’idea di Europa nasce proprio nel Medioevo, come conseguenza germanica e non solo. Per intenderci, il “matrimonio” fra l’aristocrazia gallo-romana e quella carolingia, dopo l’arrivo dei franchi nella Gallia meridionale, genera una mescolanza mai vista prima. I Franchi, prima in Gallia e poi in Italia, incontrano culture nuove, fino ad introdurre nel loro stile di vita il latifondo e la città. Sarà la dinastia carolingia a sancire definitivamente l’incontro della cultura germanica (tradizionalmente mobile e guerriera) e quella latina (che aveva cultura, religione, letteratura, amministrazione pubblica e privata particolarmente sviluppate).

Se il termine Europa prima stava ad indicare la Grecia continentale, in età Carolingia si afferma con un’accezione differente: basta pensare che lo storico polacco Serejski ha contato trenta attestazioni del termine Europa negli anni della dominazione di Carlo Magno. L’inferenza che ne deriva è che Europa fosse impiegato per indicare “dominazione di Carlo Magno”. Oltre a questo, molti altri saranno i modi di intendere Europa, troppi per elencarli in un articolo (rimando, a tal proposito al capitolo L’infanzia dell’Europa del libro di Sergi citato in bibliografia, a cui questo articolo deve tanto).

Non ha però senso collegare il Medioevo europeo a quello delle formazioni nazionali e nazionalistiche ottocentesche. Il medioevo non è “nazionale”, da una parte perché è frazionato, dall’altra perché non ha alcun atteggiamento storiograficamente finalistico (non c’è la volontà di dimostrare la purezza o la superiorità di un popolo su un altro, come avverrà più avanti nel corso dei secoli).

Altra colpa addossata al medioevo è quella di aver inventato il feudalesimo, duramente criticato almeno fino alla rivalutazione di Marc Bloch, che seppe valorizzare i vincoli vassallatico-beneficiari come la particolarità del medioevo occidentale.

L’idea buia di medioevo viene soprattutto dai due secoli conclusivi di questo, attraversato da pesanti carestie e dalla pestilenza del Trecento. Questa è l’immagine di medioevo più “vicina” ai moderni, ed è dunque l’unica che la modernità ha conservato. In verità Sergi sostiene che il medioevo sia l’età della sperimentazione, politica e sociale,

spregiudicata, senza principi e sempre esuberante: non si crede fideisticamente nella ragione, ma neppure esclusivamente nel magico. Non si crede nello Stato come inquadramento concreto del quotidiano, ma si evocano ideali di res publica o di Sacro Romano Impero. Si teorizza un ordine celeste e si riflette sulla terra.

Sperimentalità che nasce all’incontro latino- germanico e dalle infinite contaminazioni che ne derivano, scoprendosi tradizioni complementari e antitetiche a contempo.

La storia non si taglia a fette, e non ci sono periodi migliori di altri. La storia segue processi lunghi, continui, distesi in quelli che noi chiamiamo anni, secoli o millenni… lei, la storia, non conosce tempo, né anni, né secoli, né millenni.
(Lavinio Del Monaco, Docente e Dottore di ricerca in storia antica)


FONTI

Bibliografia di riferimento:

  • Sergi, L’idea di Medioevo, Tra senso comune e pratica storica, Roma, 1998, Donzelli editore
  • Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Laterza, 1990, Cap. 1 paragrafo 7- Le regalità omeriche.