Il graffitismo, conosciuto anche come writing, è riconosciuto come una manifestazione sociale e culturale fondata sull’espressione artistica attraverso interventi sull’area urbana. La visione rispetto a questo fenomeno è spesso divisa: alcuni lo ritengono un abbellimento ed una forma d’arte, mentre da altri viene considerato un atto di vandalismo, che contrasta le norme vigenti. A causa dell’illegalità dell’atto moltissimi writer agiscono sotto uno pseudonimo: tra i più famosi si ricorda il celebre Banksy. Spesso i loro interventi sul territorio hanno dei significati profondi, legati all’attualità, alla politica, all’espressione di sé stessi e del proprio pensiero. Anche il mondo della moda conosce bene questo fenomeno: spesso è strumentalizzato per le campagne di guerrilla marketing, ma ne è stato anche “vittima”. infatti Kidult è ormai considerato il “vandalo della moda” a causa dei suoi interventi indirizzati a specifiche case di moda.

Si è fatto conoscere attraverso i suoi giganteschi tag, ossia la “firma” di un artista che lo contraddistingue in maniera inequivocabile, posti sulle vetrine delle maison più famose, come Chanel, Yves Saint Laurent, Céline. La sua identità, per ovvi motivi, è nascosta, ma dichiara di essere nato a Parigi e di vivere a New York; si definisce come un vandalo, un tagger, un enfant terrible che attacca il mondo con il suo estintore a spruzzo. Il suo obiettivo è quello di riuscire a mantenere la creatività e l’onestà di un bambino, in modo da poter rappresentare la sua realtà con spensieratezza. La ragione che lo spinge nei suoi atti vandalici non è semplicemente legata al suo lato infantile: la sua è una vera e propria protesta contro le case di moda, che negli ultimi anni si sono appropriate della cultura del writing per fini economici e commerciali.

Ha dichiarato guerra ai brand per difendere la sua visione della street art, per riappropriarsene e restituirla alla libertà:

Gli estintori, vernici e bombolette spray sono le mie armi di distruzione di massa. Potrebbero avere tutti i soldi del mondo; non vinceranno mai nelle strade perché noi siamo le strade!

Kidult agisce con un estintore carico di vernice, lo strumento perfetto per attaccare in modo sovversivo e selvaggio contro le vetrine delle boutique d’alta moda; vuole scioccare e interrogare il pubblico attraverso quella che da lui viene definita una “dittatura visiva”.

Il primo attacco risale al 2011, quando nel mirino di Kidult finisce JC/DC, l’omonimo marchio di Jean-Charles de Castelbajac. A seguito del suo attacco, il brand ha annunciato ironicamente su Facebook che avrebbe preferito dei tag fatti con il gesso. JC/DC ha subito compreso come poter trarne vantaggio, facendo credere che l’attacco fosse orchestrato, pubblicando una fotografia dell’estintore abbandonato in un bidone della spazzatura vicino al negozio.

È stato poi il turno di Colette: mesi dopo aver imbrattato le vetrine della boutique, ha distribuito gratuitamente ai passanti delle magliette raffiguranti il suo attacco, in modo da rivendicarlo; voleva dimostrare che la street art deve rimanere gratuita, libera da ogni sfruttamento economico. La risposta dal brand Colette fu fredda, definendo il tag una “cosa rosa orribile”.

A seguito dei suoi primi due interventi, Kidult ha diviso il pubblico: alcuni brand, come Agnès B, vittima di ben due atti vandalici, hanno accolto in modo favorevole gli attacchi mentre altri, come Yves Saint Laurent, si sono attivati per potersi tutelare al massimo istituendo un servizio di sicurezza notturna.

La sua non è una rivendicazione legata solo al mondo del writing, ma a tutta la street culture; Kidult non poteva che colpire Supreme, nata nel 1994 come marca d’abbigliamento per skater e che ad oggi è un brand di streetwear di lusso.

A Supreme piacciono la strada ed i graffiti? Li ho sottoposti ad un test. I graffiti e cultura di strada sono tolti dal loro contesto. Oggi, questi marchi rendono lussuoso, superficiale e inutile il mondo street. Tentano di intellettualizzare la pratica eliminando la sua essenza grezza.

Lo scontro più rilevante e duraturo è stato quello con Marc Jacobs: ha avuto origine nel 2012, quando Kidult ha vandalizzato la vetrina dello store di SoHo, a New York, con la parola “ART”. Il riferimento era al video Fashion Killa di A$AP Rocky e Rihanna, in cui viene citato lo stesso Kidult. In risposta Marc Jacobs ha realizzato delle magliette con la frase “Art by Art by Jacob $”, vendendole a 686 dollari l’una. Kidult, assecondando il suo gioco, ha disegnato delle t-shirt simili, messe online a 6,86 dollari. Ancora una volta Marc Jacobs riprende la parola, postando una fotografia del suo team, accompagnata dalla caption “Celebrating @therealkidult in #Paris tonight. Our hats off to you.”; infatti ognuno di loro indossava un cappellino con un 686 stampato.

Il tag più recente risale all’anno scorso, ai danni dello store parigino di Balenciaga: l’attacco è stato accompagnato da un post sul profilo ufficiale del vandalo, in cui augura lucidità e umanità. La sua lotta contro la strumentalizzazione a fini commerciali della street art dura da quasi dieci anni; tantissime sono le case di moda colpite: non rimane che chiedersi quale sarà la prossima.