Nelle ultime settimane l’Italia è diventata lo Stato europeo con il più elevato numero di contagiati per coronavirus. La diffusione della malattia provocata dal virus COVID-19, ha comportato un profondo cambiamento delle routine quotidiane, costringendo la popolazione italiana a misure di quarantena mai viste prima, almeno dal secondo dopoguerra, per tentare di contenere la diffusione del virus e per non affaticare il sistema sanitario già in difficoltà. Prima dell’inizio della quarantena, tuttavia, episodi di vandalismo e di razzismo hanno colpito la comunità cinese in Italia sin da gennaio, quando i primi casi avevano raggiunto il nostro Paese.

Lo stigma nei confronti della comunità cinese e asiatica non ha basi scientifiche fondate, ma si sta diffondendo nel mondo, spostandosi in quei Paesi, come gli Stati Uniti. Ovunque il virus sembra essere in crescita, razzismo e vandalismo seguono a ruota: la paura del contagio ha provocato uno stato di allarme a livello globale. Negli ultimi mesi in tutto il mondo le comunità asiatiche hanno subito un numero crescente di attacchi e di discriminazioni.

Alcuni casi di vandalismo in Italia e nel mondo

Uno degli ultimi casi di vandalismo contro la comunità cinese in Italia è stato a Rivoli, comune che fa parte della città metropolitana di Torino. Un ristorante cinese della cittadina è stato vittima di un incendio doloso. I carabinieri intervenuti hanno trovato taniche di benzina sul luogo del reato. I gestori hanno dichiarato che qualche giorno prima avevano ricevuto insulti da un gruppo di ragazzi, che li avevano attaccati per le loro origini orientali, affermando che erano i portatori del virus. I ragazzi li avevano minacciati dicendo che avrebbero dato fuoco al locale, cosa che poi è effettivamente accaduta.

I primi casi di discriminazione nei confronti di persone di etnia asiatica in Italia risalgono però alla fine di gennaio, quando una coppia di turisti cinesi è risultata positiva al tampone. Da quel momento ristoranti e negozi gestiti da cinesi hanno visto il numero di clienti calare notevolmente. Molti turisti e cittadini italo-cinesi sono stati allontanati da bar, ristoranti, località turistiche. Il <<New York Times>> riporta la storia di una studentessa di Hong Kong, Ciara Lo, attualmente in scambio accademico a Bologna, che ha subito diverse discriminazioni alla stazione di polizia e in banca.

Le discriminazioni, come anche la pandemia, si sono espanse in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, dove attualmente il coronavirus si sta diffondendo ed è stato di recente dichiarato lo stato di emergenza, sono innumerevoli le discriminazioni e gli attacchi subiti dalle persone di etnia asiatica. Dagli insulti a una ragazza thailandese sulla metropolitana di Los Angeles, all’attacco di una donna asiatica che indossava una mascherina sulla metropolitana di New York, al drastico calo di presenze in ristoranti e negozi nei quartieri etnici, sembra di vedere un film già visto in Italia con qualche settimana di ritardo.

Emarginazione e stigma

Questi sono solo una piccola parte degli innumerevoli casi di attacchi verbali e fisici contro membri della comunità asiatica. Gli attacchi sono alimentati anche dai media, che per mezzo della cattiva informazione e dell’apparato visivo a supporto degli articoli, tendono ad associare il Covid-19 esclusivamente alle persone asiatiche.

Non ci sono molte notizie di attacchi razzisti o vandalismo nei confronti di italiani, nonostante il nostro Paese sia al secondo posto nella classifica mondiale per numero di contagiati. Solo di recente, il ministro della salute thailandese ha accusato alcuni stranieri di etnia bianca di portare il virus nel Paese e che le persone dovrebbero avere più paura degli occidentali che degli asiatici.

Ci sono sicuramente svariate ragioni per cui il coronavirus non è automaticamente associato agli italiani ma ai cinesi. Sicuramente, gli attacchi alla comunità asiatica hanno come ragione primaria un mix di razzismo e di cattiva informazione, che ha portato a considerare il virus come asiatico nell’opinione pubblica.

La violenza delle parole

Il vandalismo non è solamente quello di episodi di violenza fisica, ma passa anche attraverso le parole. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’organismo delle Nazioni Unite in prima linea per la gestione della pandemia, ha compilato una guida per prevenire e limitare il diffondersi di uno stigma culturale legato al coronavirus. In particolare, quello che è successo nel caso della diffusione del coronavirus è l’associazione tra l’etnia asiatica e la diffusione del virus. Più il Covid-19 si diffonde, più aumentano i casi di discriminazione fisica e verbale nei confronti delle persone appartenenti a questa etnia, con gravi conseguenze sociali.

È necessario che i media di tutto il mondo contribuiscano a una migliore comprensione del fenomeno. L’impatto dello stigma culturale può contribuire a un’ulteriore diffusione incontrollata della pandemia. Uno stigma può infatti portare le persone a nascondere la malattia per evitare discriminazioni, a non cercare cure, a distruggere il senso di coesione sociale che è necessario per affrontare una crisi di questo tipo.

Le parole sono fondamentali per definire l’interpretazione del coronavirus da parte dell’opinione pubblica. Se usate in modo scorretto, possono alimentare atteggiamenti discriminatori e provocare atti di vandalismo con la creazione di una falsa narrazione del virus. I media hanno un’importanza centrale nella definizione del virus, perché le parole che usano diventeranno parte del linguaggio comune con cui si parla della pandemia.

Per questo, per esempio, l’OMS consiglia di parlare di Covid-19, e non di Wuhan Virus, Asian Virus o Chinese Virus. Questi termini sono stati usati da diversi politici conservatori statunitensi. Un altro consiglio dell’OMS per evitare la stigmatizzazione della comunità asiatica è fare in modo di rappresentare diversi gruppi etnici colpiti dalla diffusione del virus e che lavorano per uscirne.

 

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