«Non c’è più sodio».

«Distilliamo il potassio, allora. Tanto sono simili».

La provetta gli era letteralmente esplosa tra le mani. Le schegge di vetro erano schizzate in tutte le direzioni, il liquido trasparente gli si era versato sul camice bianco, il fumo acido gli era arrivato in faccia, denso, bianco, pesante.

«Merda!».

«Cazzo!».

Entrambi avevano fatto uno scatto indietro per allontanarsi dal bancone di acciaio inossidabile.

Poi la provetta aveva smesso di fumare e di bruciare. Erano rimasti solo i vetri rotti dei vasi rovesciati, delle bacchette  tonde per mescolare, dei vetrini per il microscopio. Quando aveva passato il palmo della mano sulla superficie fredda per buttare per terra i cocci si era lasciato dietro una scia di sangue, una scheggia conficcata nella carne, e ancora l’odore di bruciato nel laboratorio all’ultimo piano.

«Apri le finestre e passami un pezzo di carta. O un fazzoletto. Quello che hai».

Una striscia di sangue sul marmo bianco venato di grigio.

Mentre aspettava che il collega tornasse dalla stanzetta dove tenevano la scatola del primo soccorso sollevò lo sguardo sui neon attaccati al soffitto.

Lui gli aveva passato un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante sul taglio e gli aveva avvolto la mano in due giri di garza adesiva.

«Bene, cerchiamo di mettere a posto questo casino adesso».

L’aveva guardata spostarsi una ciocca di capelli dietro l’orecchio e abbassare lo sguardo sul tavolo. Anche lei lo faceva, una volta. Però lei inclinava leggermente la testa verso destra e sorrideva.

«Mi stai ascoltando?».

«Sì, certo».

Aveva mandato giù una sorsata di vino e l’aveva sentito bruciare sulla lingua, nella gola, nell’esofago, tra le pareti dello stomaco. Ci aveva bevuto dietro un bicchiere di acqua. I due liquidi si erano mescolati nei vasi comunicanti delle sue viscere.

«Sai cosa mi è successo oggi?».

«No».

Raccontami! Avrebbe esclamato lei.

«Ho cercato di distillare del potassio perché non avevo più sodio. Per poco non ho fatto saltare in aria tutto il laboratorio».

«Ma dai, come mai?».

Sei pazzo! Lo sai che il potassio e il sodio non sono la stessa cosa! Non puoi sostituirli come se niente fosse!

«Potassio e acqua non vanno molto d’accordo».

«Mhm».

«E la tua giornata com’è andata?».

«Bene, abbiamo un nuovo progetto in ballo».

Avevano finito di mangiare, ognuno concentrato sul proprio piatto, in silenzio.

«Sei bella» le aveva detto a letto, dopo che avevano fatto l’amore.

Lei l’aveva baciato e si era girata dandogli le spalle per farsi abbracciare.

Lui si era addormentato con la testa affondata contro il suo collo, respirando il suo profumo.

Nel cuore della notte la ferita aveva iniziato a pulsare e la mano a gonfiarsi nella fasciatura.

Si era alzato, aveva acceso la luce del bagno, aveva srotolato le garze e si era portato davanti agli occhi il palmo della mano; era un taglio netto e abbastanza profondo, in laboratorio non ci aveva fatto caso, aveva solo voluto fermare il sangue che continuava a uscire e che ora aveva ricominciato a sgorgare, apparentemente senza motivo, mentre la carne pulsava da dentro, da un punto imprecisato della sua mano.

Andiamo in ospedale! Rischi di morire dissanguato!

Non sarebbe morto dissanguato. Ma lei l’avrebbe portato in ospedale lo stesso. Si sarebbe seduta accanto a lui nella sala d’attesa del pronto soccorso, struccata, imbacuccata nella giacca infilata in fretta sopra al pigiama.

Aveva guardato il suo riflesso nello specchio, la parete di piastrelle bianche alle sue spalle, lui, doppio, il mobiletto, doppio, l’appendiabiti, doppio, la testa del rubinetto, doppia, e un’enorme voragine al suo fianco.

Il suo volto, poi di nuovo il taglio, il suo volto, e il sangue sul marmo bianco del lavandino, il suo volto.

Il cuore gli era esploso nel petto.

Era svenuto.

Le aveva dato una pacca sul sedere e aveva abbassato lo sguardo per vedere la sua pelle diventare leggermente rossa per l’afflusso di sangue lì dove l’aveva colpita con il palmo della mano.

«Sei mia. Sei mia vero?».

Lei aveva continuato a muoversi, ma non aveva risposto, allungando le braccia e afferrando con le unghie i bordi della federa del cuscino.

«Sei mia» le aveva ripetuto. Una domanda, o un’affermazione, mentre con le mani le stringeva i fianchi. E lei, ancora, il respiro affannato, ma non un gesto, non una parola a confermare la sua affermazione, o a rispondere alla sua domanda. Non un , non un sono tua.

Le aveva dato un’altra pacca, più forte. Lei non si era lamentata. Lui aveva visto le sue labbra curvarsi in un sorriso e i capelli caderle davanti alla faccia. Glieli aveva spostati con una mano, afferrandoglieli, senza lasciarla andare. Lei, con il lungo collo girato all’indietro, lui, il suo fiato sul suo viso. Occhi negli occhi. Un guizzo.

«Sei mia».

Lei gli aveva morsicato le labbra fino a fargliele sanguinare, un rivolo rosa lungo il mento, uno scatto veloce come quello di un gatto. Quasi non aveva fatto in tempo ad accorgersene. Era esploso, era venuto, e si era accasciato contro la schiena sudata di lei.

Aveva riaperto gli occhi sul soffitto bianco della stanza d’ospedale.

«Ehi, come stai? Come va? Hai male?».

«Cos’è successo?».

«Sei svenuto in bagno e hai battuto la testa contro il bordo del lavandino».

Lui si era voltato dall’altra parte con insofferenza, per non vederla, e per non sentire quello che gli stava dicendo.

Erano rimasti entrambi in silenzio per quasi mezz’ora; lei non si era mossa sulla sedia di plastica, lui non si era più girato.

«Dov’è?».

«Chi?».

Aveva sollevato la mano per guardarla dopo essersi ricordato dell’esplosione, del vetro, del taglio, del sangue. Il palmo era fasciato stretto in tre o quattro giri di bende. Un liquido marrone, probabilmente il disinfettante, si era seccato sulla pelle all’interno del polso, lì dov’era più sottile, tra i tendini, lì dove pulsava il cuore.

«Direi che non possiamo…».

«No».

«Allora io vado. O vuoi che resti?».

«Vai».

Lei l’aveva guardato, lui era rimasto immobile e rigido nella sua camicia da ospedale, asettica e ruvida, sotto alle coperte che sapevano di disinfettante.

L’aveva sentita aprire la bocca come per dire ancora qualcosa, ma non aveva detto nulla. Poi aveva sentito il rumore dei suoi passi allontanarsi, la porta della stanza chiudersi.

Ed era scoppiato a piangere.

Ovvio. Il potassio, scaldato con l’acqua, esplode. Non è come il sodio. Ci assomiglia terribilmente. Ma non è come il sodio. Avrei dovuto saperlo. Il simile, il quasi uguale, ricordatene, è una fregatura. Non cercare di far quadrare per forza i conti. Diffida del simile. Guarda cosa è successo. Guarda cosa ti sei fatto.

Siete esplosi in mille pezzi.

 

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