La fine della razza umana è ormai tremendamente vicina. Un virus letale ed estremamente contagioso è tra noi. Nel giro di pochi anni moriranno 7 miliardi di persone; in realtà tutto questo è già successo e noi lo stiamo vivendo nel passato. I media sminuiscono, raccontano che si tratta soltanto di un’influenza alla quale non c’è ancora vaccino, esortano alla calma. Mentono, siamo già condannati. No, non si tratta di coronavirus, anche se i più allarmisti n’erano già certi. Ma è la premessa alla base di una delle opere fantapocalittiche sui viaggi nel tempo meglio realizzate: L’esercito delle 12 scimmie. La versione del 2015 è realizzata da SyFy e liberamente ispirata all’omonimo film.

Tra viaggi nel tempo e post apocalittico

Nel 2043 il 99% della popolazione è morto a causa di una pandemia dovuta al calavirus. La scienziata Katarina Jhones (ispirata a Katherine Johnson ) ha realizzato una macchina che rende possibili i viaggi nel tempo. La missione prevede la correzione della storia per evitare l’estinzione della razza umana. James Cole viene spedito nel 2015 per trovare Liland Frost artefice del virus ed eliminarlo. L’evolversi della trama porterà i protagonisti a scontrarsi con una sedicente organizzazione: l’esercito delle 12 scimmie. L’organizzazione fa fede alla parola del suo santone visionario: il Testimone.

Il tema dei viaggi nel tempo è forse il più delicato nel mondo fantascientifico. Chiaro come di strada ne abbia fatta il cinema dai tempi di Terminator, o dallo stesso L’esercito delle 12 scimmie del 1995. È cresciuta da un punto di vista tecnico, con effetti molto più vicini a Loopers. Sono infatti questi tre i titoli a cui ha fatto maggior riferimento Terry Matalas, ideatore della serie. Sebbene il canovaccio di base sia quello del primo film, la serie è una reinterpretazione. La trama è molto più simile a quella di Terminator, nel complesso risulta molto meno cupo dell’originale e i personaggi scompaiono visivamente proprio come nel diamante grezzo di Ryan Jhonson.

La teoria dei viaggi nel tempo

È altissima la pretesa anche da un punto di vista teorico: tra nerd accaniti, puristi della fantascienza ed esperti di astrofisica la discussione si infiamma. Il dibattito sulla casualità degli eventi trova due scuole di pensiero: modificare gli eventi del passato porta a inevitabili cambiamenti del futuro da cui si proviene, come accade in Predestination, per esempio. Questa si presenta come la scelta largamente più utilizzata, perché si presta molto bene a colpi di scena, ed espedienti narrativi, ma è anche quella più scomoda perché scade molto facilmente nel paradosso (Ad esempio il paradosso del nonno di Renè Baljavuer).

I cerchi che si chiudono

Il tempo è uno strumento a favore della scenografia e permette di sorprendere lo spettatore in numerose occasioni. Nessun segno è lasciato al caso, vuoti e interrogativi vengono disseminati durante la serie. Ci sono alcuni dettagli che riescono a risaltare in maniera quasi impercettibile per poi ritornare, incastrandosi in maniera efficace, a distanza di stagioni. Segno di una sceneggiatura realizzata a lungo termine e con le idee chiare da sempre. Le ultime puntate vivono il giusto climax ascendente, richiamano all’emozione e colmano ogni vuoto e interrogativo rimasto aperto.

Se mi dai il giallo ti dipingerò il mondo.

Frase iconica pronunciata dalla folle ed enigmatica Jennifer Goines che sostituisce Brad Pitt egregiamente nel ruolo di primaryesseri che vedono tutto attraverso il tempo. Con un gesso giallo in mano e una visione risolve una complessa situazione nelle battute finali. Lo spettatore è avvolto dall’armonia di un cerchio che si chiude.

Il cast: l’altro punto di forza

James Cole è l’eroe che meritiamo come nel Cavaliere Oscuro, forte del suo istinto di sopravvivenza e determinato dal suo mantra “uno per sette miliardi”. Katarina Jhones (Barbara Sukowa) è un personaggio a tutto tondo: una scienziata pazza, una tedesca bacchettona, un’amante dell’arte e del fiore della cultura umana e una madre affranta e privata dal destino del suo amore più grande: la figlia. La dottoressa Cassandra Railly (Amanda Schull) da cui Cole si reca nel passato è il personaggio che più deve mettersi in discussione fino a rivedere profondamente la propria morale da medico ed essere umano.

Il valore del tempo nella serie

La serie risulta piacevole, per la maggior parte scorrevole e coinvolgente, ma richiede alta attenzione: bisogna comprendere le regole del surreale, accettarle ed essere aperti al genere, non sempre facile. Si presta a spunti interessanti: il tempo è valorizzato, oltre che romanzato. L’idea di una vita umana come una corsa contro il tempo viene amplificata, elevata al punto in cui l’intera razza è chiamata ad apprezzare il fatto di avere ancora a disposizione del tempo. Il rumore bianco in sottofondo richiama all’idea di quante cose meravigliose prodotte dall’uomo ci stiamo perdendo in un’umanità capace di stimarsi solo quando si è completamente persa.

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