Premessa

Viviamo in un periodo strano. Il lavoro ci sovrasta, non abbiamo tempo per nulla, tanto meno per le relazioni sociali. Questa è la realtà che ha preso piede a partire dal famoso boom economico. L’uomo cambia, cambiano anche i suoi sentimenti. Diventa sempre più vuoto. Questa, ahimè, è anche la realtà italiana dopo questo profondo cambiamento: ad una ricchezza sempre più crescente corrisponde una triste realtà urbanistica e sociale. Questa tematica verrà ripresa tra gli anni Settanta e Ottanta dal regista Giuseppe Bertolucci in Oggetti smarritiNella ripresa di questi elementi, ancora una volta, Milano rappresenta il protagonista indiscusso del film, infatti, la storia ruota intorno ad essa.

“Oggetti smarriti” di Bertolucci

Marta, donna borghese, appresa la notizia che la figlia Daniela sta facendo impazzire la nonna a Roma si appresta ad andare a prenderla. La donna si fa accompagnare dal marito Davide all’aeroporto. Avendo notato un collasso del marito rinuncia al volo e si reca alla Stazione Centrale di Milano per prendere un treno. In stazione incontra un giovane di Zurigo, Werner, di cui si innamora, ritrovando in lui un amico d’infanzia. I due iniziano a girare per lo scalo ferroviario incontrando ogni possibile figura che “abitava” la stazione, tra cui Sara, una ragazza drogata.

Il disagio sociale, la povertà e le condizioni umane riprovevoli che la donna, inebriata dalla passione per il ragazzo, passano a lei completamente inosservate. Werner, disperato e consapevole di avere risvegliato i sopiti ricordi di Marta, si butta sotto un treno. Marta perde la ragione e la memoria, ma non riesce a imitare lo svizzero. Quando la suocera e Daniela, accolti da Davide, giungono alla stazione è la piccola a notare la mamma e a condurla nella casa ove, forse, poco alla volta riprenderà contatto con la realtà.

La cornice Urbana

Il genere dalla pellicola di Bertolucci è quello che più si adatta a descrivere la nuova società senza senso e senza morali: surreale, così com’è surreale l’indifferenza di Marta davanti a scene impietose e degradanti che ritroviamo all’interno della Stazione Centrale. La donna, infatti, non prova assolutamente nulla, né emozioni, né sentimenti né pietà dinnanzi alla povertà più assoluta.

Incredibilmente, in questa triste cornice urbana, solo un fatuo e adolescenziale amore riporta in vita i sentimenti che credeva ormai sopiti da tempo. In un clima struggente e alienante come in quello della pellicola è molto difficile analizzare i personaggi e capire se quel vuoto che provoca la crisi esistenziale della donna sia dato dalla presa di coscienza di essere una vigliacca borghese senz’anima o se sia causato unicamente dal suicidio di Werner. Resta il presupposto che Bertolucci voglia mettere in contrapposizione due volti della società milanese dell’epoca, da una parte abbiamo la figura della borghesia rappresentata da Marta Casetti, dall’altra le facce indistinte della povertà contornate da una perfetta cornice sociale rappresentata dalla stazione.

Emozioni ed apatia

Tra queste due realtà umane, tra queste due facce, il disagio esistenziale dell’uomo moderno e la sua difficoltà nel sopravvivere in questo nuovo tipo di società acquista più i contorni della donna borghese che della “popolazione” disagiata e povera stessa che incontriamo nella pellicola di Bertolucci. Passano gli anni ma la Stazione Centrale rispecchia sempre più una realtà triste, dove prevale il disagio sociale e dove viene simboleggiata la crisi degli ideali umani.

“Il posto” di Olmi

Nell’esplorazione cinematografica all’interno del vuoto emotivo e della crisi sociale ci troviamo davanti ad un film molto simile. Milano protagonista. Boom economico.

 

Ermanno Olmi, considerato ancora oggi uno degli avanguardisti del cinema italiano del XX secolo e portavoce del neorealismo, mostra come questa crisi ideologica – dettata principalmente dal lavoro- colpisca più aspetti della vita quotidiana e come questo boom economico l’abbia resa insostenibile.  Lo fa nella pellicola Il posto, datata 1961, riprendendo la vita di un giovane bergamasco che da Meda si trasferisce a Milano per cercare lavoro nella città meneghina.

Milano, porta del lavoro, fautrice di sogni e prosperità. Non sembra ci sia più bisogno di dire perché il regista bergamasco l’abbia scelta come sfondo del film. Quale città meglio di essa, infatti, può rappresentare l’alienazione della nuova vita in ufficio e, di conseguenza, anche la nuova società che è venuta a crearsi?

Olmi, così come altri registi italiani, ha in qualche modo predetto, come una sorta di veggente, la realtà umana e urbanistica che verrà a crearsi nei decenni successivi, la quale porterà ad una profonda trasformazione cittadina. La Milano di questi anni – così come gran parte dell’Italia – alterna ricchezza, lavoro, produttività e sviluppo a tristi realtà, specialmente riguardanti una società che sta cambiando radicalmente i propri valori.

Cosa ci rimane

Attraverso queste storie e questi registi si può vedere come sia cambiata effettivamente la società attraverso il cinema e su come i registi abbiano intravisto nella cinematografia un elemento non solo descrittivo. Un aspetto rimane invariato, ancora oggi. Le relazioni sono in crisi. Non vi è più intimità, è come se in qualche modo le nostre emozioni fossero bloccate, chiuse a chiave. Magari è un meccanismo di difesa? Può essere un’inevitabile esigenza in questa società, non ne usciremmo più vivi? Resta la realtà dei fatti. Un vuoto emotivo e sociale dinnanzi ad un continuo progresso economico, urbano e tecnologico.

Pensiamo e lavoriamo troppo ma lo facciamo male. Sforziamoci a concentrarci per una volta sulle cose che contano veramente. Facciamolo per noi stessi.

FONTI

Palazzini M., Raimondi M., Veronesi Carbone E., Il cinema racconta Milano, Unicopli, 2018.