“Caratteri” è una raccolta di racconti brevi a cura di Esmeralda Moretti. Per leggere la prefazione e il primo Racconto, clicca qui.

Il Pendolare

Ha l’aria disperata. O, quantomeno, scocciata. Sì, è decisamente scocciato.

Se lo guardo attentamente negli occhi riesco anche a sentire quello che sta pensando.

“Che palle. Già sono stretti questi sedili. Cos’è che vuole questa qui da me? Vuole che mi mangi le ginocchia?”.

In effetti, la domenica i treni sono pochi, uno all’ora, per l’esattezza. Pochi e pieni. E le prime carrozze dei treni della domenica sera sono decisamente luoghi diversamente comodi, dove respirare diventa un problema secondario rispetto al semplice riuscire a entrare evitando gomitate e parole poco gentili.

La carrozza 1 del treno della domenica ospita un vero e proprio zoo umano, pullula letteralmente sia di esemplari unici e irripetibili, che di specie più diffuse e ricorrenti.

Innanzitutto, ci sono quelli-che-prendono-il-treno-solo-la-domenica, e che quindi non sanno quanto la prima carrozza sia affollata, perché salgono per primi sul treno, con almeno venti minuti di anticipo, anzi, sono talmente poco pratici nel prendere i treni che arrivano sulla banchina ancora prima che il treno sia arrivato, e iniziano a snervare chiunque gli capiti a tiro chiedendo “Ma è proprio questo il binario 16? Ne siamo sicuri? Non lo avranno mica spostato, eh?”

Ci sono poi gli immancabili e onnipresenti uomini-con-la-bicicletta. C’è sempre, nella vita di ciascuno, un uomo con la bicicletta: c’è quando stai guidando in una strada buia e stretta e non lo investi per miracolo, c’è quando devi attraversare al semaforo e lo vedi con il suo zainone giallo stracolmo di cibo a domicilio, c’è quando stai facendo una passeggiata in montagna e (porcamiseria) ti taglia la strada, e ce ne sono alcuni, particolarmente temerari, che puoi avvistare addirittura in metro (e che ti fanno dubitare di quanto abbiano realmente voglia di pedalare); ci sono soli, a coppie, in gruppi, giovani, anziani, o i Glovo-man… sempre.

L’uomo-con-la-bicicletta è un esemplare destinato a viaggiare solo sulla prima carrozza, essendo questa l’unica ad avere “l’attrezzatura necessaria” (si fa per dire) ad ospitare biciclette.

Seguono, in quantità minore, ma comunque significativa, i pigri: la prima carrozza va benissimo per chi non ha voglia di camminare chilometri di treno. Caratteristica comportamentale dei pigri, necessaria e unica per distinguerla dalle altre specie, è quella di essere disposti a sedersi ovunque: non serve necessariamente un sedile, va benissimo anche uno scalino o, più spesso, il pavimento.

Ci sono poi, anche se arrivano verso la fine, gli immancabili ritardatari, che saltano sul treno all’ultimo minuto e non hanno il tempo di valutare la migliore carrozza.

E poi ci sono le variabili: c’è quello-che-non-ha-fatto-il-biglietto e che quindi sceglie la prima carrozza sperando che il bigliettaio inizi a svolgere il proprio lavoro a partire dall’ultima; c’è la tipa-con-la-valigia-enorme che non ha la forza di spostarla; c’è la vecchietta-che-continua-a-chiedere-se-ha-sbagliato-treno; c’è il-rollatore-di-sigarette che inizia a rollarne a miliardi non appena il treno parte e fa ballare la gamba su e giù un modo tremendamente odioso per tutto il viaggio e così via, davvero, uno zoo. Quello che ha le cuffiette ma farebbe prima a sentire la musica senza, quella che mannaggia a lei starnutisce da quando siamo partiti, quello che prova ad attaccare bottone, quello che dorme con la gocciolina di bava che gli scende dalla bocca, quella signora odiosa con il chichuahua, la tipa dei selfie, quella che ha fatto shopping in quindici negozi diversi, il ragazzetto che mangia rumorosissimi pop-corn proprio nell’unico momento della giornata in cui leggi dieci pagine di un libro…

Ma una cosa da dire c’è: la prima carrozza è decisamente un luogo strano per un pendolare abituale, quale Lui certamente è.

Come nel novanta per cento dei treni, i sedili sono gentilmente disposti a coppie frontali, un po’ per invitare la gente a fare conversazione, un po’ per indurre il vomito a coloro che siedono nel verso opposto rispetto al conducente.

Come Lui.

E quindi, ricapitolando: non solo è seduto al contrario, ma è anche molto alto, e sta sicuramente molto scomodo, dal momento che di fronte a lui ci sono io (che, per di più, ho anche deciso di accavallare le gambe).

Però, se solo volesse vedere la metà piena del bicchiere, si renderebbe presto conto che almeno, lui, a differenza delle numerose povere vittime che sgomitano in piedi rischiando di cadere, è seduto.

Sguardo fisso sul cellulare, una smorfia di disappunto e qualche sospiro ogni tanto: mescolate bene tutti gli ingredienti e avrete la formula per il pendolare modello.

Ha una valigetta da lavoro, forse è scocciato anche perché è un po’ triste lavorare la domenica e finire alle 8 di sera… Come dargli torto…

Oltre a tutti i motivi per essere triste che già ha (me, il lavoro, la gente che sgomita, essere seduto al contrario) si aggiunge l’insopportabile dettaglio meglio noto come “goccia che fa traboccare il vaso“: i quattro sedili orizzontalmente affianco al suo (e quindi al mio) sono insostenibilmente occupati da un diversamente silenzioso quartetto di allegre fanciulle cinesi in trasferta. Ma non erano silenziosi e rispettosi, i cinesi? O erano i giapponesi, forse?

Se ne stanno sedute, con addosso almeno 600 euro di vestiti ciascuna (scarpe escluse), truccate in modo improbabile e custodi gelose di interminabili shopper di Armani, Prada, Tiffany, Pandora, MiuMiu (non importa che sia davvero Made in Italy, basta che sia acquisted during a costoso viaggio in Italy).

Parlano un sacco, chissà cosa hanno da dirsi. Suoni confusi e indistinguibili giungono alle mie orecchie e a quelle del malcapitato che mi siede di fronte. Solo che io sono di buon umore, lui no. Motivo per cui io ritengo di poterle sopportare una mezz’ora, lui probabilmente neanche un mezzo minuto di più.

Il treno fischia.

L’uomo sbuffa.

Estrae dalla valigetta un paio di piccole cuffie Bluetooth (ma la gente, come fa a non perderle?!) e se le infila nelle orecchie.

Chiude gli occhi e respira.

E improvvisamente il treno parte e sul vagone intero cala il silenzio, interrotto irregolarmente solo da una vecchia signora che chiede costantemente “Quante ne mancano per Ciampino”, dalla santa che le siede di fronte che le risponde, dalle cinesi, che quelle non stanno zitte mai, dalla donna alla mia destra, che rimprovera il marito per non aver dato da mangiare al gatto, dai due ragazzi che si baciano con la lingua qualche sedile più in là…

In treno non c’è mai silenzio.

Lui si sistema gli occhiali, e sbuffa di nuovo.

Il bigliettaio cerca di passare per chiedere i biglietti, ma appena qualche gomitata più tardi, rinuncia.

Le cinesi sembrano impegnate in una conversazione seria, ma giuro che non riesco a prendere sul serio chi parla come me quando invento i testi delle canzoni in inglese.

Lui sprofonda un po’ più giù nel sedile e lascia che la testa scivoli pesantemente via, finché non riesce ad afferrarla la mano sinistra. Quanto è pesante una testa piena di pensieri negativi.

 


FONTI
Testo di Esmeralda Moretti

Racconto 1 e prefazione


CREDITS
Copertina