Più volte lo abbiamo sentito nominare, ma in molti non ne hanno ancora capito fino in fondo il vero significato; il Brandalismo (termine coniato dall’accostamento di “brand” e “vandalismo”) è un movimento artistico controcorrente, di denuncia e ribellione nato nel 2012, ma fiorito realmente a Parigi nel 2015 quando i francesi si trovarono di fronte a più di seicento poster di artisti diversi che criticavano e mostravano il proprio dissenso nei confronti del consumismo e delle multinazionali.

Il fatto che anche le case di moda, col tempo, si siano avvicinate ed interessate a questo movimento “sovversivo” potrebbe sembrare un grande controsenso proprio perché la moda stessa è basata sul consumismo, per non parlare poi della fascia sociale a cui è particolarmente rivolta il settore dell’abbigliamento. Ed è proprio qui che ci si sbaglia: le varie maison che si sono aperte a questa corrente di pensiero sono state attratte dal sentimento rivoluzionario, di sperimentazione e originalità del Brandalismo, in particolare le case di moda orientate verso il pubblico dei millenials, la generazione dei nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta.

La nuova era dello street style

Tra i primi a sperimentare questo nuovo modo di vedere la moda troviamo Riccardo Tisci, direttore artistico di Burberry, coadiuvato dal grafico Peter Saville; l’iconico logo della maison è diventato un pattern color bianco, rosso e miele con le lettere T e B intrecciate (iniziali del fondatore Thomas Burberry), ma cosa fondamentale è il nuovo stile utilizzato nella realizzazione di zaini, camicie, cinture e giubbotti, ovvero la grafica in stile writer (ne è un esempio la sfilata della collezione FW18). Abbiamo tutti presente il classico stile della street art; ecco, immaginiamoci dei capi di abbigliamento ricoperti di scritte del genere. Una sola parola: sorprendente. È sicuramente qualcosa che il pubblico non si aspetta, qualcosa che stupisce e meraviglia i compratori ma anche le stesse modelle che indossano questi abiti così rivoluzionari.

Burberry però non è stata l’unica casa di moda ad essersi orientata verso questa nuova ideologia, bensì anche Gucci che per la SS18 si è trasformato in Guccy, o Balenciaga e Yeezy con il loro stile paparazzi, ma persino nelle vetrine sono stati fatti dei cambiamenti in pieno street style, come ad esempio la vetrina vandalizzata di Tiffany a New York che è stata protagonista dell’adv SS18. Questo stile “di strada” fondato sul mantenersi autentici, sul non uniformarsi e andare controcorrente al giorno d’oggi colpisce, soprattutto per l’avvento di social quali Facebook e Instagram, che hanno reso i propri utenti (o almeno chi non sa usarli nel modo giusto) schiavi di una cultura materialista e fondata esclusivamente sull’esteriorità; ma la moda non è solo estetica, un capo non può essere solo tessuto, ma ci deve essere un’idea, un concetto alla base che possa creare un determinato tipo di abito. A volte l’abito stesso suscita emozioni, pone dei dubbi, delle domande, ciò non significa che piace e basta. Ecco perché nel Ventunesimo secolo la moda si è interessata ad un movimento come quello del Brandalismo, perché come quest’ultimo il settore dell’abbigliamento non si vuole uniformare, non vuole essere una banale copia di qualcosa che esisteva in passato e che ora è un semplice ricordo affievolito: la moda deve creare, e il Brandalismo ha dato modo a moltissime maison di poter dar vita a qualcosa di completamente nuovo e originale, a tratti anche incomprensibile.

Dire che il Brandalismo però è solo un movimento artistico sarebbe davvero riduttivo; quello a cui stiamo assistendo ormai da sei anni è la più grande campagna anti-pubblicitaria della storia, una lotta ideologica appoggiata da artisti del calibro di Banksy, Ron English e Kaws. Il dovere più grande di un marchio (o per meglio dire di un brand) è quello di essere autocritico, ironico, all’avanguardia, arrogante e pronto a tutto pur di stupire il proprio pubblico; nel momento in cui un marchio non riesce a diversificarsi da un altro, questo diventa solo l’ombra di qualcosa che esiste già, e quindi perde importanza, significato. Così come nella vita di tutti i giorni, l’arte (e quindi la moda) deve distinguersi, deve essere unica, in ogni sua forma. Ecco che forse, grazie al Brandalismo, la moda ha potuto rendere concreti tutti gli obbiettivi che si era imposta dall’era dei corsetti e delle perline.

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