Antonio Callipari, in arte Tatho, è un ragazzo ventiduenne che viene da Soverato, in Calabria. L’appellativo Tato gli è stato affibbiato fin da bambino. Tato, oramai Tatone, è conosciuto così da tutti i suoi coetanei fin da quando frequentava l’oratorio e giocava come un matto a basket.

Tatho piano piano cresce, frequenta il liceo classico e poi si trasferisce a Milano per iniziare la facoltà di giurisprudenza. A un certo punto però si rende conto che vuole dedicare la sua vita alla musica, e in concomitanza decide di iscriversi ad Accademia Artisti.

Nella sua musica troviamo molti riferimenti alla sua terra natale, capace di entrare così nel cuore di tutti i fuorisede che vengono dal Mezzogiorno e che ogni tanto hanno bisogno di non vedere più la nebbia di Milano, bensì il cielo azzurro e di sentire le onde del mare. Tatho non ha paura di raccontare i suoi sentimenti ed è in grado di fotografare perfettamente le esperienze e il vissuto della generazione del quasi.

Soli: il nuovo singolo

Il nuovo singolo è Soli feat. Gian (prod. Dexter). È una canzone che racconta di un desiderio d’amore, dei classici film mentali che ci si fa prima che inizi una storia, una sorta di illusione, un sogno lucido. Il pezzo è nato una notte quando l’amico Dexter ha mandato a Tatho la strumentale e insieme a Gian (di cui è appena uscito un EP) hanno elaborato la canzone. L’obiettivo era cantare con gioia il dolore: la ragazza che gli ha lasciato il numero non richiama e da lì nasce anche il concept della copertina del singolo, l’immagine di una pozzanghera con un biglietto caduto sopra, che sarà destinato a bagnarsi e quindi diventerà illeggibile.

L’intervista

Pioggia di coriandoli è un a storia d’amore: stupisce infatti che parli di tua mamma. Probabilmente se non lo avessi esplicitato nel ritornello non si sarebbe capito. Che valore ha la riconoscenza nei suoi confronti?

Mi è stato consigliato da amici di inserire un ritornello che si potesse ricollegare all’amore in generale, invece io ho scelto di lasciare la parola “mamma” perché quello che ho raccontato è in realtà l’amore incondizionato che si può avere nei confronti di una persona che ti ha cresciuto; potrebbe essere un padre, una mamma adottiva, o semplicemente per una persona che ti è stata vicina nel percorso di maturazione. La mamma è una figura metaforica, che può essere potenzialmente qualsiasi cosa. La mamma non ha una faccia, è una figura che va interpretata. La traccia era talmente introspettiva che avevo quasi timore di renderla pubblica, per poi rendermi conto che il ruolo di un artista è quello di raccontare di sé e del proprio pensiero e quindi ho deciso di condividere quello che penso. Nel testo si passa dal conflitto alla pace attraverso alcune immagini cliché, come per esempio quella del mignolino. Inoltre, la copertina del singolo è esplicativa. La foto è una sorta di ironia del contrario perché la faccia non è felice, è scura: mi proteggo da quella pioggia felice. È la paura di un amore.

Per te è importante identificarsi in un genere?

No, assolutamente. La musica non è un fine, cantare è un mezzo. Il fine è arrivare nella testa di chi ascolta e condividere un pensiero. Se dovessi definirmi ora mi definirei un poeta (non nel senso altezzoso del termine), ma sappiamo che la poesia non ha avuto sempre un metro unico, il metro non identifica il genere. Si può passare da una canzone che ha un genere anche classico (come Pioggia di coriandoli) a Dolce verità che ha un riferimento pop.

“Volevo soltanto racontare la mia storia a chi on ha voglia di ascoltarla”. Per te la musica è necessità di sfogo? Quanto è importante avere un pubblico?

Il pubblico è una conseguenza. Se un artista scrive per essere capito, non deve scrivere. La forza di un artista è essere compreso, il pubblico è solo un rafforzativo di ciò che è un artista. Se tu racconti il vero (che non è la verità) hai già vinto. Nel momento in cui metti un filtro ti stai limitando. Vorrei provare a sperimentare di più sul metro, e ogni metro agisce sull’ascoltatore.

Cosa ti ha dato o tolto Milano da quando ti sei trasferito?

Milano mi ha tolto il mare, ma mi ha dato il resto. Una persona che scrive e che racconta, prima di scrivere e raccontare deve vivere: se non vivi, non racconti. Giù non hai modo di poter conoscere nuovi ambienti e realtà, aprire la propria conoscenza, ma non in termini di sapienza, ma di ciò che conosci in termini greci, quindi scoprire (anche se stessi) e riuscire a raccontare. Soverato è casa mia e certamente la adoro, ma se fossi rimasto lì non avrei mai capito la sua importanza. Mi manca casa, ma posso assicurarvi che sa consolare anche la pioggia e il grigio di Milano.

Se potessi decidere con chi fare un featuring, chi vorresti al tuo fianco?

Dipende. Il primo di tutti è Eman, ma non lo vedo fare featuring da anni, credo sia molto difficile. Poi Marracash perché ci sono molto legato, lo ascolto da quando sono piccolo. E poi Mecna, ha un modo di raccontare l’amore inedito, con pochi giri di parole. Anche con gli PSICOLOGI sarei onorato di poter collaborare in futuro.

In Me Stesso dici “Se ti chiedo gridando di credere in me”. Tu credi in te stesso?

Sì, tanto. Di solito si dice “ha lasciato tutto per dedicarsi della musica”, ma io penso di aver trovato tutto quando ho deciso di dedicarmi alla musica. Bisogna avere una forte personalità per comunicare qualcosa di se stessi, vuol dire che credi in quello che stai raccontando e credi che possa essere il più possibile parte della coscienza della persone. Io spero che i miei testi stuzzichino l’ascoltatore, portandolo a riflettere. Il mio pensiero lo metto nella musica, è cambiato solo il metodo di condivisione: prima si scrivevano parole su un papiro, adesso invece le si incidono in uno studio di registrazione.

Hai lasciato la facoltà di giurisprudenza per inseguire la tua passione. Perché pensi che la musica possa diventare davvero la tua vita?

Lasciando giurisprudenza, ho iniziato un percorso di intrattenimento che va dal cinema al doppiaggio, perché volevo fare qualcosa che mi aiutasse nella musica. Grazie alla musica riesco a raccontare le mie emozioni, grazie al cinema imparerò a controllarle. Il cinema ti fa lavorare tanto alla tua introspezione. Ci vuole equilibrio, il cinema è un compressore delle emozioni. Bisogna trovare una dimensione che sia lineare, è una sorta di protezione positiva alle emozioni, aiuta a tenere un minimo di cinismo, per rimanere un po’ esterni ai progetti personali e non rimanere troppo coinvolti emotivamente.

Dolce Verità è una canzone d’amore molto allegra, che sembra riflettere una storia agli inizi, in cui il mondo sembra sorriderti e ti senti in cielo. Sei uno di quegli artisti che hanno bisogno di sentirsi male per scrivere bene, oppure – come sembra fino a oggi – preferisci cantare delle poco inflazionate gratitudine e allegria?

A me la tristezza non fa male, non forzo lo stare male. Quando sono triste non mi dispiace perché ho dove rifugiarmi. La tristezza è un sentimento come un altro, ha la stessa dimensione percettiva. Dolce verità è in realtà uno sfogo col mondo: avevo mollato l’università, mi ero lasciato con la mia ragazza e con quella canzone ho voluto far vedere che al di là di ciò che accade è bello festeggiare anche ciò che è finito, sono una persona allegra e mi piace far sentire bene gli altri. Era un modo per iniziare un percorso completamente nuovo, ero sofferente, avevo voglia di tornare a Soverato e così ho fatto.

Perché hai dovuto cambiare la grafia del nome?

Prima mi chiamavo TATO, successivamente sono venuto a conoscenza che il nome era già utilizzato da un artista dal quale mi sarei voluto differenziare, così ho scelto di non snaturare il nome TATO inserendo al suo interno un’h muta, così da mantenerne l’autenticità.

Tatho riesce a inquadrare perfettamente la sensazione di vuoto che hanno gli studenti fuorisede quando si trasferiscono, e cerca di cogliere l’amore in tutte le sue sfaccettature. Sono in arrivo tanti nuovi singoli, e noi non vediamo l’ora di ascoltarli.


FONTI

Materiale gentilmente concesso da Tatho

CREDITS

Copertina gentilmente concessa da Tatho