Non molto tempo fa, il 17 febbraio, una nave battente bandiera saudita, la Barhi Yanbu, è approdata nel porto di Genova per caricare del materiale. Ad accogliere la nave c’era però un presidio di manifestanti presso il varco “Etiopia” in modo da impedire l’accesso al molo. Sebbene la nave dovesse caricare solo materiale civile, c’era infatti la certezza che stesse anche trasportando del materiale militare che, con ogni probabilità, proveniva dagli USA.

A causa di ciò, il collettivo autonomo dei lavoratori portuali aveva, ancor prima di conoscere la data di arrivo della nave a Genova, già dichiarato di voler indire uno sciopero. Le associazioni presenti alla protesta, voluta appunto dal Collettivo autonomo dei lavoratori portuali, erano opposizioni di sinistra, Amnesty International, i sindacati Si.Cobas e Ubs. Il motivo della protesta, non essendoci stato in programma alcun carico di merci militari presso il porto di Genova in seguito agli eventi del maggio 2019, potrebbe sembrare poco fondato. I manifestanti, tuttavia, hanno posto l’attenzione sulla questione morale, ovvero sul fatto che queste armi, pur non caricate in Italia, sarebbero probabilmente state utilizzate nel sanguinoso conflitto in Yemen.

Come già accennato, un caso analogo si era verificato l’anno passato quando la medesima nave aveva tentato di imbarcare del materiale militare proprio a Genova. Il 20 maggio 2019 infatti, il materiale non era stato caricato sulla nave in seguito alle pressioni dei sindacati e dei lavoratori. A differenza di quanto accaduto questo febbraio, l’anno passato anche la CGIL si era associata alla protesta, proprio per la supposta presenza di materiale militare. In quell’occasione la compagnia di trasporti aveva sostenuto in sua difesa di aver fornito alle autorità tutte le prove di un comportamento cristallino. Queste dichiarazioni però contrastavano col fatto che anche in altri Paesi, tra cui la Francia (dove la nave avrebbe dovuto imbarcare dei cannoni), ci furono aspre proteste.

Il traffico d’armi marittimo: tra silenzi ed illegalità

Il traffico d’armi per via marittima, legale e non, è un serio problema etico ma anche economico per l’Italia e per l’Europa in generale. Non stupisce dunque, come sempre accade quando si parla di un tema importante, che non si riesca ad accordarsi su un embargo definitivo o perlomeno su un controllo capillare.

Proprio in questi giorni, infatti, la nave libanese Bana è bloccata a Genova, sospettata di trafficare armi tra Turchia e Libia. Arrivata il 2 febbraio, è stata fermata grazie a una soffiata di un membro dell’equipaggio che ha raccontato di armamenti sorvegliati da militari turchi. Inoltre, tale nave era già stata avvistata dalla marina francese in acque libiche, scortata dalla flotta militare turca, e questo aveva destato sospetti. Sospetti poi rafforzati da una fermata non prevista nel porto turco di Mersin.

Per quanti riguarda invece la nave saudita, il viaggio prevedeva soste negli Usa, in Canada e poi in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. Ora, considerato che il 61% dell’import saudita di armi  proviene dagli Usa, il fatto che le prime soste della nave fossero proprio in quello Stato era certamente significativo. Sospetto poi confermato dall’agente belga di trasporto logistico della compagnia che ha parlato di armamenti a bordo; fatto che ha spinto i portuali di Anversa ad impedire l’attracco. Inoltre, si ritiene che, nei dieci viaggi compiuti dagli Usa all’Arabia dal 2015, anno d’inizio del conflitto yemenita, la nave abbia già trasportato materiale militare dal valore di circa 360 milioni di dollari.

L’Italia e la legge sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento

Anche l’Italia, costituendo l’1,5% dell’export di armi verso l’Arabia Saudita, gioca un ruolo non indifferente nella vicenda. Certamente la cifra è poca cosa rispetto al 61% degli Usa e il 23% del Regno Unito, che costituiscono i due maggiori esportatori. Tuttavia, bisogna ricordare che quell’1,5% è letale per molti civili yemeniti indiscriminatamente colpiti da raid aerei criminali.

In realtà, la legislazione italiana in materia, se solo fosse rispettata, sarebbe indubbiamente sufficiente ad arrestare questa esportazione di morte. Infatti, l’articolo 1, comma 6 della legge del 9 luglio 1990, n. 185, afferma come segue:

L’esportazione ( il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione) di materiali di armamento sono altresì vietati: a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere; b) verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione; c) verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell’Unione europea (UE) (o da parte dell’OSCE); d) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa; […]

Dunque né l’esportazione in sé il semplice transito sono autorizzati verso Paesi in guerra e/o che violino le convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Stabilito ciò, resta solo da capire se l’Arabia Saudita stia violando convenzioni internazionali. La risposta è sì, la coalizione tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è responsabile di almeno novanta raid aerei contro la popolazione civile. Eppure, l’Italia continua a vendere armi o comunque permette che esse transitino nei suoi porti senza spingersi più in là di qualche condanna formale.

Cosa fa la politica?

Il Parlamento, nel settembre 2017, ha presentato due mozioni abbastanza diverse in materia. Una di queste è stata firmata da Quartapelle Lia, esponente della maggioranza PD mentre l’altra da Marcon di Sinistra Italiana. La differenza tra le due è presto detta: la prima è fatta solo di belle parole, mentre la seconda è una spinta ad agire per limitare almeno il coinvolgimento italiano. Come è ovvio, la prima mozione è passata con l’avallo del governo mentre la seconda è stata respinta. Il risultato è stato una mozione di pura formalità, che potrebbe essere riassunta in “monitorare la situazione e spingere per la pace”.

Il 2018 ha portato un cambio di governo, ma strategia è rimasta immutata. Il 26 giugno 2019 la camera ha votato su cinque mozioni riguardanti lo stesso tema: le bombe in Yemen e il ruolo dell’Italia. La prima è stata presentata da Liberi e Uguali, la seconda dal PD, la terza da FDI, la quarta dal governo M5S e Lega mentre l’ultima è di FI. Le richieste più nette provengono dalle mozioni di PD e Liberi e Uguali mentre le altre, pur con leggere differenze, si assomigliano. Chiaramente, è passata solo la mozione della maggioranza M5S e Lega che, seppur meglio delineata della mozione Quartapelle del 2017, rimane comunque piuttosto generica. È buffo notare come Quartapelle, promotrice della mozione annacquata del 2017, sia anche prima firmataria della ben più dura mozione PD nel 2019. Sembra quasi che abbia preferito aspettare di essere all’opposizione per presentare finalmente una mozione che fosse davvero volta a uno scopo concreto.

Una piccola speranza

La buona notizia invece è che già dal 29 luglio 2019 la RMW, filiale sarda di un’azienda tedesca produttrice di armamenti, ha perso la licenza di esportazione. La decisione, negli ultimi giorni del governo gialloverde, ha avuto origine in seguito ritrovamento in Yemen, nei pressi di un villaggio, di materiale bellico, esploso, proveniente appunto da questa fabbrica. Ciò aveva suscitato forte sdegno soprattutto da parte delle organizzazioni per il disarmo e per la salvaguardia dei diritti umani. Tuttavia, questo fatto ha provocato un calo nella produzione che ha fatto sì che l’azienda decidesse di licenziare circa centosessanta lavoratori.

Detto questo, una legge che regoli questo tema esiste e dice che l’Italia dovrebbe sospendere qualunque vendita di armi e impedire che le stesse transitino sul proprio suolo, porti compresi. Bisogna quindi smettere di presentare mozioni e agire, senza attendere che arrivi il prossimo carico di armi nel porto o che ci sia una nuova strage di civili. I porti devono essere chiusi alle armi, non alle persone che fuggono da quelle armi che noi abbiamo contribuito a creare o esportare.

CREDITS

Copertina by Luca Zucchetti

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