I migranti ambientali sono quelle persone o gruppi di persone che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati o scelgono di lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente, muovendosi all’interno del proprio Paese o oltrepassando i confini nazionali. 

Nella storia dell’umanità le persone si sono sempre spostate per diverse ragioni, come la volontà di cambiare il proprio tenore di vita o di scappare dai conflitti e dalle persecuzioni. Tuttavia, oggi è il cambiamento climatico che porta le persone a migrazioni forzate in grandi numeri. La migrazione esiste perché l’uomo, come ogni animale, è spinto a cercare le condizioni ambientali più adatte a condurre la propria vita. La definizione di lavoro dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni ci dà una prima idea su una categoria di migranti che diventerà sempre più importante nel presente e nel nostro futuro prossimo: le persone costrette a lasciare i propri territori d’origine per il semplice fatto che essi non sono più abitabili.

Una storica sentenza del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che è illegale costringere a tornare nel proprio Paese i migranti, nel caso in cui le loro vite siano messe in pericolo dagli effetti del cambiamento climatico. La sentenza è la prima di questo genere e rappresenta una svolta dal punto di vista del riconoscimento giuridico dei migranti ambientali.

Secondo molti esperti, questo verdetto potrebbe aprire la via per altre richieste di soggiorno qualora la sopravvivenza stessa dei migranti sia messa in pericolo dagli effetti del riscaldamento globale. Nella nostra epoca, segnata dalla crisi climatica, il fenomeno, secondo molte previsioni, assumerà nel giro dei prossimi anni dimensioni sempre più imponenti. Le ragioni sono diverse, così come diversi sono gli effetti del cambiamento climatico: siccità, innalzamento del livello dei mari, tempeste sempre più intense e distruttive.

Nonostante l’intensificazione del fenomeno, manca ancora un vero e proprio riconoscimento giuridico dello status di rifugiati ambientali. Inoltre, difficilmente si riesce a ricondurre al cambiamento climatico la causa della migrazione. Per questa ragione è fondamentale porre dei paletti e delle definizioni per poter trovare delle soluzioni.

Storia di Kiribati, un Paese che sta andando sott’acqua

Il verdetto riguarda il caso di Ioane Teitiota, un abitante di Kiribati, isola del Pacifico che come tante altre piccole isole di questa zona è un Paese la cui stessa esistenza è minacciata dal cambiamento climatico, in particolare dalla minacciosa crescita del livello del mare, che inesorabilmente si sta portando via la sua casa e sta distruggendo i raccolti. In particolare, Kiribati è uno stato insulare della Micronesia, e secondo diverse stime potrebbe diventare il primo Stato al mondo a sparire a causa del clima. Kiribati fa parte delle Piccole Isole del Pacifico, un’organizzazione di piccoli Stati insulari dell’Oceania. Paradossalmente, nonostante il loro contributo minimo (meno dell’1%) alle emissioni globali di gas serra, questi arcipelaghi sono tra i territori più vulnerabili al mondo a causa del riscaldamento globale.

Teitiota ha richiesto nel 2013 la protezione alla Nuova Zelanda, nazione nella quale aveva trovato rifugio, motivando la sua richiesta con il fatto che la sua vita e quella dei membri della sua famiglia erano in pericolo rimanendo a Kiribati. Teitiota viveva a South Tarawa, capitale dello stato di Kiribati. La città era diventata sovrappopolata a causa del crescente livello dell’oceano, che aveva spinto molti a emigrare qui dalle altre isole, ormai divenute inabitabili. Questo aveva portato a una diffusione della violenza, della tensione sociale e a una crescita della difficoltà di coltivare, a causa della salinità del mare.

Il tribunale in Nuova Zelanda aveva respinto la richiesta di protezione di Teitiota nel 2015. il Comitato ONU ha confermato la sentenza del tribunale neozelandese: Kiribati potrebbe diventare un posto inabitabile entro un lasso di tempo compreso tra dieci e quindici anni, ma allo stesso tempo si tratta di un tempo sufficiente al governo dello stato insulare, con l’aiuto della comunità internazionale, per prendere provvedimenti per proteggere la propria popolazione.

Il caso Teitiota non è finito bene per il diretto interessato, ma comunque rappresenta una svolta per i migranti ambientali di tutto il pianeta. Il Comitato per i diritti umani ha espresso infatti il proprio giudizio basandosi sulla condizione personale di Teitiota, ma ha riconosciuto che senza un’azione mirata sul cambiamento climatico nel futuro ai governi potrebbe essere proibito di rimpatriare i migranti in luoghi non più adatti a uno stile di vita dignitoso.

Chi sono e dove da dove vengono i migranti ambientali

Il caso di Ioane Teitiota e di Kiribati è emblematico della crisi climatica che ci troviamo. Secondo le stime della World Bank, 143 milioni di persone entro il 2050 potrebbero essere costrette a migrare a causa del clima. Vi sono stime che tuttavia prevedono un numero di migranti tra i 200 e i 250 milioni.

Tuttavia, non si tratta di un fenomeno che riguarda solo il nostro futuro: la crisi dei profughi del clima sta già accadendo ora. Dei 27,8 milioni di sfollati interni del 2015, ben 19,2 sono stati costretti a spostarsi a causa di calamità naturali. Nell’ultimo decennio, per la prima volta nella storia delle migrazioni, il numero di migranti ambientali ha superato quello di coloro che scappano da conflitti, guerre e persecuzioni.

Nella gran parte dei casi, più che di migrazioni verso altri Paesi, si tratta di migrazioni interne. In particolare, molti migranti climatici si sposteranno dalle campagne alle città, visti i cali di produttività agricola che colpiranno diverse zone del mondo. Quella che tecnicamente viene chiamata migrazione rurale urbana renderà le città sempre più affollate e instabili. Le previsioni indicano che entro il 2050 il 70% della popolazione globale vivrà nelle aree urbane. Tuttavia, si prevede anche che la rapida crescita demografica costringerà le città ad affrontare crescenti livelli di degrado e di tensioni sociali.

Alcune zone del nostro pianeta sono particolarmente minacciate dagli effetti del riscaldamento globale. A essere colpite saranno soprattutto gli Stati meno sviluppati: la crisi climatica provoca anche cambiamenti nelle tradizionali rotte migratorie. Il rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Climate change and migration in vulnerable countries, individua diverse nuove rotte migratorie provocate dal cambiamento climatico. Quello che emerge è che la gran parte dei migranti climatici proverrà da territori già socialmente ed economicamente fragili, come l’America Latina, l’Africa subsahariana e l’Asia.

Le cause della migrazione legate al cambiamento climatico

Come abbiamo visto, la crisi climatica costringerà centinaia di milioni di persone a migrare nei prossimi decenni, ma individuare le cause o le dimensioni del fenomeno è difficile. In molti casi, le cause della migrazione sono interconnesse. Per esempio, la siccità porta a un calo drastico della produzione agricola, fenomeno che porta a sua volta a conflitti e carestie. Il cambiamento climatico moltiplica dunque i rischi, portando a conflitti per l’accaparramento delle risorse, sempre più scarse, e amplificando dunque vulnerabilità socioeconomiche già presenti.

I danni agli ecosistemi provocati da desertificazione e siccità, acidificazione degli oceani, innalzamento del livello dei mari, la maggior frequenza e intensità di disastri naturali andranno a colpire prevalentemente Paesi e popolazioni già fragili dal punto di vista economico e sociale. Buona parte delle problematiche nell’assistenza ai migranti ambientali sta nella difficoltà a rendere evidente il nesso tra l’evento climatico e la migrazione.

Una distinzione importante da fare è quella tra cause lontane e cause immediate. Nel secondo caso, le migrazioni ambientali sono conseguenze di eventi catastrofici come cicloni e tempeste: si tratta di migrazioni più facilmente identificabili come dovute al cambiamento climatico, e misurabili. Nel caso invece di eventi di lungo corso, capire che si tratta di migrazioni i cui motivi sono di natura ambientale è molto più complicato. Buona parte delle migrazioni ambientali è infatti causata da graduali variazioni nelle temperature e nelle precipitazioni, che diventando sempre più intense intaccano l’equilibrio socioeconomico dei territori.

Lo status giuridico dei migranti ambientali

Questi flussi di persone rappresentano prima di tutto un problema giuridico. Nei prossimi anni sarà necessario tutelare questa categoria di migranti grazie a forme di protezione internazionale, che però sono ancora da predisporre.

Inoltre, è necessario compiere una distinzione tra migranti e rifugiati. Non vi è ancora una terminologia corretta per riferirsi alle persone costrette a lasciare il proprio territorio per il clima che cambia. L’utilizzo del termine rifugiato potrebbe tuttavia portare all’estensione del regime giuridico previsto per i rifugiati come li intendiamo oggi. Infatti, al giorno d’oggi molte persone costrette a lasciare i propri territori vengono fatte rientrare nella categoria di migranti economici. Per questa ragione godono di molte meno protezioni rispetto ai rifugiati e ai profughi.

Il testo a cui ci si riferisce per capire chi è rifugiato e chi no è la Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce rifugiato una persona che,

temendo a ragione di essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni pubbliche, si trova fuori dal paese di cui è cittadino e non può, o non vuole a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese.

In questa definizione dunque manca un riconoscimento dello status di migrante ambientale. La ragione è semplice: il testo risale al 1951, quando ancora la presa di coscienza sul cambiamento climatico era lontana. Il problema è che rivedere e aggiornare la Convenzione di Ginevra o elaborarne una completamente nuova è un’operazione che richiederebbe anni di trattative. L’attuale definizione di rifugiato non è adeguata a proteggere i migranti ambientali. La loro migrazione non è infatti riconducibile a una sola causa, bensì a un insieme di ragioni.

La situazione italiana

Molti profughi che arrivano sulle coste italiane vengono dal Bangladesh, un altro Stato duramente colpito dagli effetti della crisi climatica. Le inondazioni rendono impossibile il lavoro degli agricoltori e il degrado ambientale diventa la causa di fenomeni come il land grabbing e l’aumento delle disuguaglianze sociali.

Il nostro Paese potrebbe diventare la destinazione di molti migranti provenienti dall’Africa: già ora il 90% dei migranti che arrivano sulle nostre coste sono africani. Secondo i ricercatori, il riscaldamento globale è la causa di un aumento sempre più intenso delle temperature del continente africano, dove in molti Paesi ci si avvia a superare la soglia termica sopportabile per l’organismo umano. Una ricerca del Parlamento Europeo del 2018 ha individuato come l’Italia sia il Paese europeo che ospita il maggior numero di migranti climatici, 31 ogni mille abitanti.

L’Italia stessa potrebbe diventare un luogo da dove le persone sono costrette a spostarsi. Il cambiamento climatico sta infatti dividendo l’Europa in due zone: mentre i Paesi del Nord diventano sempre più umidi, a sud del continente siccità e clima secco sono sempre più diffuse, con gravi conseguenze sull’agricoltura dovute alla mancanza d’acqua. I Paesi dell’Europa meridionale, tra cui anche l’Italia, sono quelli che più stanno patendo le conseguenze del riscaldamento globale. Tuttavia, la consapevolezza sul tema è ancora piuttosto bassa, dato che ogni tempesta e ogni ondata di caldo vengono ancora colte come eventi eccezionali e non come segni di un clima che è ormai cambiato.

Gli scenari futuri per i migranti ambientali

A livello politico è lontana ancora l’elaborazione di provvedimenti concreti sul cambiamento climatico in generale e sui migranti ambientali in particolare. Inoltre, nell’opinione pubblica il collegamento tra la crisi climatica e la crisi migratoria ancora manca. Nel cercare di definire che cosa significherà il fenomeno dei migranti ambientali per il presente e il futuro del pianeta e trovare soluzioni sostenibili, bisogna tenere in conto che il cambiamento climatico è un fenomeno i cui effetti sono sempre più di impatto e non pienamente prevedibili.

Se la situazione si manterrà come ora, la strada sembra essere quella di un apartheid climatico. Come ha evidenziato il rapporto ONU Climate change and poverty, coloro che abitano nei Paesi ricchi e industrializzati saranno in grado di evitare gli effetti peggiori della crisi climatica. A soffrirne di più saranno quelle fasce di popolazione che abitano i Paesi più poveri del mondo, che paradossalmente sono anche quelli che hanno inquinato di meno rispetto agli Stati più industrializzati.

migranti ambientali

La crisi climatica rappresenta una minaccia per le conquiste degli ultimi decenni in ambito di diritti umani e lotta alla povertà e alle disuguaglianze. La crisi climatica porterà a una esasperazione delle disuguaglianze e della povertà già esistenti. Senza un’azione immediata, la Banca Mondiale ha stimato che il cambiamento climatico potrebbe spingere 120 milioni in povertà entro il 2030, e si tratta di una stima al ribasso.

I piani per mitigare le migrazioni ambientali

Nonostante gli allarmi degli scienziati sin dagli anni Settanta, i governi di tutto il mondo hanno fatto ben poco per agire sul tema del cambiamento climatico. I leader mondiali ancora oggi non si impegnano abbastanza per rispettare gli accordi come quello di Parigi. Restando su questa traiettoria, il rischio è di un aumento della temperatura media globale di 2,8°C, che avrebbe effetti devastanti sui territori più fragili e costringerebbe centinaia di milioni di persone a migrare.

Il primo passo per tentare di arginare il fenomeno dei migranti ambientali è sensibilizzare l’opinione pubblica e le classi dirigenti allo stretto legame tra migrazioni e crisi climatica. Come già detto in precedenza, anche un riconoscimento giuridico della categoria di migrante o rifugiato ambientale rappresenterebbe un grande passo avanti in questo senso.

Inoltre, quello che è ormai necessario è un cambiamento radicale del sistema economico, in modo che si dipenda sempre di meno dai combustibili fossili. Evitare che la temperatura superi la soglia di un aumento di 2°C fissata dall’Accordo di Parigi scongiurerebbe gli effetti più devastanti sull’ambiente. Questo spingerebbe meno persone a migrare forzatamente. Uno studio della Banca Mondiale ha infatti ipotizzato che siamo ancora in tempo per evitare gli scenari più catastrofici. Il numero di migranti ambientali può essere ridotto dell’80% con un’intensificazione degli sforzi su scala globale per ridurre le emissioni di gas serra e con l’elaborazione di strategie di adattamento su scala nazionale.

Poiché il riscaldamento globale riguarda tutti, agire localmente sulle migrazioni ambientali non è sufficiente: è necessaria una risposta di governance su scala globale. Tuttavia, finora le risposte dei grandi summit mondiali, come le Conferenze delle Parti sul clima, sono state vaghe e poco efficaci. La Dichiarazione di New York su migranti e rifugiati del 2016 ha riconosciuto a livello formale che nelle migrazioni, volontarie o forzate che siano, il cambiamento climatico rappresenta un fattore significativo.

FONTI

Francesca Santolini, Profughi del clima: chi sono, da dove vengono, dove andranno, Rubettino, 2019

Bassam Khawaja e Rebecca Riddell, Climate change and poverty – Report of the Special Rapporteur on extreme poverty and human rights, 2019

International Organization for Migration, Climate change and migration in vulnerable countries, 2019

Legambiente, Profughi ambientali – Cambiamento climatico e migrazioni forzate, 2013

openmigration.org

ilpost.it

theguardian.com

pbs.org