Perché non stiamo parlando abbastanza dell’invasione delle locuste in Africa?

La situazione in Italia

L’Italia è attualmente attraversata dall’epidemia di COVID-19, detto più semplicemente Coronavirus (anche se il termine indica in realtà un’intera famiglia di virus). Il primo focolaio nella Penisola è stato rilevato il 21 febbraio in Lombardia e ad oggi i casi confermati in Italia sono oltre 7300.
La diffusione repentina del nuovo Coronavirus in queste settimane ha causato una vera e propria ondata d’ansia, coinvolgendo anche le regioni non colpite dal contagio. In questo clima difficile, tra corse al supermercato per fare scorta di beni di prima necessità e sempre più episodi di razzismo e intolleranza ingiustificabili nei confronti di cittadini cinesi (o erroneamente scambiati per cinesi), molte testate giornalistiche cavalcano l’onda della psicosi collettiva con titoli sensazionalistici e allarmismi gratuiti.
In uno scenario in cui giornali, telegiornali e canali d’informazione diventano quasi monotematici, tra tentativi di rassicurare i cittadini e titoli catastrofici (molto più cliccati degli altri), è facile che le altre notizie passino in secondo piano. Così come è comprensibile che l’attenzione degli italiani si concentri sulla paura di un’epidemia che può coinvolgere direttamente tutti, con conseguenze che possono anche essere gravi nei soggetti a rischio, cioè anziani e persone con patologie pregresse.
Ciò non basta a giustificare che si stia parlando così poco di una vera e propria emergenza umanitaria che sta colpendo l’Africa orientale da ormai diversi mesi.

 

La situazione in Africa

Sciami di locuste stanno invadendo Etiopia, Kenya e Somalia, con conseguenze disastrose per le popolazioni coinvolte.
Gli sciami, così fitti e numerosi da oscurare il cielo e devastare irrimediabilmente i raccolti, rappresentano una minaccia pesantissima per l’agricoltura e l’allevamento nel Corno d’Africa. Si tratta di territori già segnati dall’insicurezza alimentare: l’invasione delle locuste, capaci di riprodursi esponenzialmente in poco tempo, mette profondamente a repentaglio la vita di oltre venti milioni di persone, come annunciato dalla FAO (L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura).
Le locuste si nutrono quotidianamente di una quantità di cibo pari al proprio peso. Ciò significa che uno sciame di media grandezza, la cui estensione è paragonabile alla superficie di Roma, è capace di divorare una quantità di cibo sufficiente a sfamare gli abitanti del Kenya, dove non avveniva una crisi di questa entità da settant’anni. Gli sciami hanno invaso i campi coltivati, rovinando i raccolti e sottraendo il foraggio agli animali in pascolo. Spargere pesticidi nei campi tramite aerei aiuterebbe a contenere l’invasione, ma attualmente gli aerei per farlo non sono sufficienti.

La FAO ha lanciato a gennaio un appello agli Stati membri per la raccolta di settanta milioni di dollari per procedere alla disinfestazione, ma la richiesta è aumentata in poco tempo, fino a salire a 138 milioni. La cifra raccolta fatica ad aumentare e l’emergenza rischia di aggravarsi con l’arrivo della primavera. I fondi richiesti dalla FAO permetterebbero agli Stati colpiti dagli sciami di controllare le locuste grazie all’utilizzo di veicoli, aerei, dispositivi di protezione individuale e attrezzature che attualmente scarseggiano; garantirebbero inoltre di fornire assistenza immediata agli agricoltori i cui mezzi di sostentamento sono stati colpiti dagli sciami.

L’emergenza climatica e l’Euristica della disponibilità

L’infestazione di locuste è dovuta alle forti piogge che hanno colpito il Corno d’Africa da ottobre a dicembre 2019, contribuendo a creare le condizioni favorevoli per la crescita e diffusione delle locuste. Le piogge anomale, a loro volta, sono state causate dal dipolo dell’Oceano Indiano, un fenomeno strettamente collegato al riscaldamento globale.
Parlare di più della situazione drammatica del Corno d’Africa, quindi, ci aiuterebbe a ricordare che il mondo sta attraversando una crisi molto più grave dell’epidemia di coronavirus, l’emergenza climatica, per quanto l’epidemia vada presa sul serio, con le dovute precauzioni civico-sanitarie e la lotta alla disinformazione.

Particolarmente pregnante a questo proposito è l’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), in Finlandia, che ha rilevato un crollo di emissioni di CO2 da parte della Cina di almeno 100 milioni di tonnellate, dovuto certamente alle misure restrittive adottate dal governo cinese per contenere l’epidemia. Come fa notare Greenpeace, si tratta probabilmente di un fenomeno temporaneo, perché l’economia del Paese dovrà ripartire dopo questa crisi e si tornerà al punto di partenza.

Rimane comunque il fatto che intervenire sul cambiamento climatico diminuendo le emissioni di CO2 non sia impossibile, ma ciò ancora non avviene principalmente perché fatichiamo a vederla come una vera emergenza e ad agire di conseguenza. Si tratta di un normalissimo bias cognitivo, detto in psicologia “Euristica della disponibilità”, che ci spinge a considerare più importante un allarme di cui possiamo già toccare con mano le conseguenze e di cui sentiamo parlare più spesso, piuttosto che una crisi climatica mondiale che non ci ha ancora sfiorati personalmente (o almeno così crediamo). Solo parlandone di più, quindi, potremo acquisire davvero consapevolezza di cosa sta succedendo nel mondo e di chi sono le prime vittime della nostra distrazione.

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