Un timore che aveva espresso anche il presidente Conte, durante la conferenza stampa nella quale aveva annunciato la scoperta dei primi due casi di infezione da coronavirus accertati in Italia: “Per scongiurare il rischio di discriminazione nei confronti di cittadini cinesi non c’è altro che fidarsi di chi è competente“, aveva detto. Purtroppo, il consiglio non è stato sempre seguito.

Sono ormai due mesi che si parla ininterrottamente di coronavirus sui giornali, alla TV, alla radio, sui social, con gli amici. Un tema scottante, che suscita dibattiti di ogni genere. Molti hanno però messo in evidenza la “vera emergenza” (almeno fino a un paio di settimane fa): il razzismo. Molte sono state le discriminazioni nei confronti della popolazione cinese: ci sono sia quelle più “perbeniste”, che costituiscono nel coprirsi naso e bocca esclusivamente se accanto a degli asiatici, che quelle più violente, tragicamente numerose.

Qualche esempio: verso la fine di gennaio, a Firenze, due turisti cinesi vengono pesantemente insultati in un video girato da un uomo dallo spiccato accento toscano. La loro colpa era di star passeggiando su un ponte. Ad altri turisti, questa volta a Venezia, hanno sputato addosso. Sempre in Veneto, il 24 febbraio un ragazzo cinese viene preso a bottigliate da un trentenne italiano. Ciò che fa più paura, però, è che nessuno sia intervenuto per aiutarlo o difenderlo in alcun modo. Esattamente come è accaduto al tredicenne Francesco Lin, che è uscito dal campo da calcio in lacrime per gli insulti ricevuti, eppure l’arbitro non ha preso alcun tipo di provvedimento.

Indifferenza: qualcosa che forse fa più male di insulti e botte. Perché è quest’ultima a causare i più grandi disastri. Il timore di intervenire, dovuto alla sensazione di pericolo o anche alla condivisione del gesto del violento, provoca il vero danno. Eppure siamo nel 2020. Secondo alcuni, il coronavirus ha portato alla luce considerazioni xenofobe che prima sopravvivevano in maniera latente. Tra costoro, l’avvocato Soc Lam, appartenente all’associazione francese giovani cinesi, il quale sostiene che il coronavirus sia soltanto una scusa per fare affiorare dei pregiudizi già esistenti.

Si giunge così ai danni economici: ristoranti e centri di bellezza cinesi costretti alla chiusura perché nessuno li frequenta più, nonostante sia subito stato messo in chiaro che il virus non si trasmette per via alimentare, purché si rispettino le buone pratiche igieniche. La fobia ha messo in ginocchio importanti settori dell’economia delle città perché fortemente alimentata da allarmismi e fake news. Tuttavia la psicosi, prima dei casi in Lombardia e Veneto, era totalmente irrazionale. E andava solo a danneggiare i rapporti civili con persone di origine asiatica, etichettate come infette semplicemente per i loro occhi a mandorla.

Questo triste scenario intriso di pregiudizi non è proprio solo dell’Italia: atti razzisti si sono tristemente verificati in tutta Europa. In particolare, in Francia, la comunità cinese è stata pesantemente bersagliata, dalle persone come dai media (si pensi al titolo del giornale «Courrier Picard» Allarme giallo). Anche riferirsi al virus con l’appellativo “cinese”, in verità, contribuisce a identificare l’individuo con tratti somatici orientali come appestato prima che come persona.

Così commenta la sociologa taiwanese Ya-Han Chuang, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Studi Demografici (INED) di Parigi:

La connessione tra una persona asiatica e il coronavirus è una riproduzione completa di quel modello che associa gli omosessuali al virus dell’AIDS. Un modello completamente stigmatizzante e razzista.

È proprio in Francia che, a seguito dell’ennesimo caso di discriminazione, si è diffuso l’hashtag #JeNeSuisPasUnVirus (io non sono un virus), diventato virale in breve tempo. Instagram e Twitter diventano così uno strumento di denuncia di episodi di intolleranza.

Ma da dove deriva tanto odio? La risposta arriva direttamente dal premier Conte: “Gli episodi di discriminazione sono episodi di ignoranza”. Opinione condivisa dalla street artist Laika, che ha denunciato gli atti d’odio nei confronti della comunità cinese con un’opera d’arte di grande impatto. Questa rappresenta Sonia, proprietaria di un noto ristorante a Roma, che indossa una tuta bianca e tiene fra le mani una scodella di riso e un cartello con la scritta “JeNeSuisPasUnVirus”. Accanto, una nuvoletta che dice: “C’è in giro un’epidemia di ignoranza… Dobbiamo proteggerci!!!”. Il murale si trova nel rione dell’Esquilino, cuore della Chinatown romana.

Ora che il virus si è diffuso nell’Italia del Nord, la situazione diventa più complessa. C’è chi, come il Ministro Di Maio, dichiara che l’Italia non accetterà discriminazioni da parte di altri paesi nei confronti dei propri concittadini. Tuttavia, per ora non ci sono stati episodi di natura violenta, solamente un diverso trattamento degli italiani da parte di stranieri. Per esempio, alcuni italiani non sono stati fatti partire in aereo o sbarcare da una nave da crociera, anche se non si conosceva la loro provenienza o il loro stato di salute.

La situazione non è facile, ma una cosa è certa: discriminare non aiuta. Ed ecco perché è bello apprezzare anche le notizie positive, come la raccolta fondi online lanciata nella provincia di Zhejiang (in Cina orientale) per aiutare l’Italia a combattere l’epidemia di coronavirus. La campagna è stata avviata nella città di Wenzhou, che ospita centinaia di migliaia di cinesi nati all’estero e dalla quale proviene la maggior parte della comunità della città di Prato. Qui molte persone si sono mobilitate per aiutare l’Italia a affrontare la comune emergenza: il primo marzo, un carico di 2.600 paia di occhiali protettivi, per un valore di 200.000 yuan (circa 28.690 dollari) è stato caricato su un aereo diretto a Torino. Un bell’atto di solidarietà.