La principale sfida elettorale del 2020 sono certamente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che si terranno martedì 3 novembre. Per quanto riguarda il candidato alla presidenza per il Partito Repubblicano sembra praticamente certa la ricandidatura dell’attuale presidente, Donald Trump. Per questa ragione, le primarie del Partito Repubblicano sono considerate una formalità, tanto che in alcuni Stati nemmeno si svolgono. Trump tenterà di essere eletto per quello che sarebbe il suo secondo (e ultimo) mandato, presentandosi in tandem con Mike Pence, il suo attuale vicepresidente. Il miliardario diventato presidente nel 2016 ha avuto difficoltà nel corso del suo mandato, come il processo di impeachment: al momento il suo indice di popolarità è intorno al 43%.

Per quanto riguarda invece il Partito Democratico, la partita per la scelta del candidato è stata a lungo molto aperta, ma il Super Tuesday ha cambiato le cose. Le primarie del Partito Democratico sono iniziate il 3 febbraio e andranno avanti fino a giugno tra votazioni, dibattiti tra i candidati e convegni. L’ultima votazione si terrà a Puerto Rico. Ci sono alcune date particolarmente importanti come è stato il 3 marzo, il cosiddetto Super Tuesday, in cui gli elettori di ben 15 Stati, tra cui alcuni molto rilevanti come Texas e California, hanno espresso la loro preferenza.

Le primarie, come anche le elezioni presidenziali si svolgono per voto indiretto. Nelle elezioni dei singoli Stati in USA non si vota direttamente per il candidato presidente prescelto, ma vengono eletti i delegati che poi quest’estate sceglieranno il candidato democratico per la Casa Bianca alla convention nazionale del Partito Democratico, che si terrà dal 13 al 16 luglio a Milwaukee, in Wisconsin. In teoria questi delegati sono tenuti a votare il candidato alla presidenza che ha vinto nelle primarie dei loro Stati.

Come funzionano le primarie negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti le primarie non sono gestite dai partiti, ma il loro funzionamento viene determinato da leggi statali. Ogni Stato vota con le proprie regole, alcuni con il metodo proporzionale classico, altri con il metodo dei caucus. Nel primo caso la votazione si svolge nei seggi, con il classico metodo che tutti conosciamo.

I caucus invece sono delle assemblee pubbliche in cui ognuno dichiara pubblicamente la propria preferenza e dove i candidati con i sostenitori più organizzati hanno la possibilità più alta di vincere. I rappresentati registrati nelle liste del Partito si dividono in gruppi a seconda del candidato che sostengono e dibattono tra loro, con lo scopo di convincere gli avversari a passare dalla loro parte. Il dibattito prosegue fino a quando non si eleggono tutti i delegati. Negli Stati Uniti si vota con il metodo del caucus in Iowa, Nevada, North Dakota e Wyoming.

Il numero di delegati varia a seconda degli Stati: vi sono degli Stati che manderanno appena poche decine di delegati, mentre la California da sola ne manderà 415. Più voti un candidato riesce a prendere, più ottiene delegati che lo voteranno alla convention nazionale.

Cosa succede alla convention nazionale

L’obiettivo di ogni candidato alla nomination democratica è quello di ottenere abbastanza delegati in modo da avere una maggioranza assoluta alla convention. Una cosa importante da tenere in conto è che i delegati di alcuni Stati sono obbligati per legge a votare il candidato che ha vinto nel proprio Stato, mentre altri sono liberi di scegliere il candidato che preferiscono. Per questa ragione, la vittoria di candidati dati per favoriti non è sempre garantita.

Un’altra variabile importante, che può rendere imprevedibile l’esito della convention, sono i cosiddetti super-delegati. Si tratta di persone note all’interno del Partito, che solitamente fanno parte del suo establishment. Ufficialmente non danno il loro appoggio a nessuno, ma spesso votano in linea con le decisioni della dirigenza del Partito. Per esempio, Bill Clinton e Barack Obama, in quanto ex-presidenti, sono considerati super-delegati.

Nelle primarie di quest’anno è stata introdotta un’ulteriore soglia di sbarramento: ogni candidato deve raggiungere almeno il 15% per ottenere dei delegati. È anche per questo motivo che le primarie, iniziate in Iowa con un numero molto ampio di candidati alla nomina, hanno visto diversi ritiri. I ritiri dei candidati sono anche dovuti al fatto che molti di loro non hanno i fondi necessari per continuare a sostenere i costi della campagna elettorale.

Come sono andate finora le primarie del Partito Democratico

L’iniziale vantaggio di Bernie Sanders

In Iowa, il primo Stato in cui si è votato, le primarie si sono svolte con il metodo dei caucus. L’Iowa è uno stato piccolo e non di grande importanza nell’economia delle elezioni, visto che manderà alla convention nazionale poche decine di candidati. Tuttavia, il fatto di essere tradizionalmente primo lo rende molto importante, perché l’andamento dei caucus permette di avere qualche indizio sull’andamento delle primarie.

Dopo l’Iowa, sono seguite le primarie in New Hampshire, Nevada e South Carolina. Fino a quel punto solo quattro candidati sembravano avere possibilità concrete di vittoria: l’ex vicepresidente Joe Biden, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg e il senatore socialista democratico del Vermont Bernie Sanders. Sanders è il candidato che, soprattutto dopo i successi in New Hampshire e nei caucus del Nevada, era dato per favorito da tutti i sondaggi.

Il senatore del Vermont ha un grande appeal su diversi segmenti di elettori, come i latinoamericani e i millenials. Egli è il candidato che sta raccogliendo più fondi per la propria campagna, per altro tutti dal basso. Sanders è tra i candidati democratici quello più su posizioni di sinistra. Le sue battaglie vanno dalla sanità pubblica, il cosiddetto piano Medicare for all, al Green New Deal. Anche per questa ragione, oltre che per il fatto che è entrato ufficialmente nel Partito poco tempo fa, non è visto benissimo dalla leadership del Partito Democratico, che gli preferisce candidati moderati.

Il recupero di Joe Biden

Il vento è molto cambiato dopo le primarie in South Carolina, uno Stato del Sud con una forte componente afroamericana. In questo Stato Joe Biden ha vinto le primarie. Biden è un candidato di corrente moderata e ex vicepresidente di Obama, sostenuto da gran parte della comunità afroamericana, dagli elettori più anziani e moderati e da molti membri dell’establishment del partito. Questi fattori lo rendono uno dei più papabili a battere Trump. Tuttavia, dopo le prime tre primarie la sua campagna, in difficoltà economiche e con risultati mediocri, sembrava essere giunta al termine.

Dopo le primarie in South Carolina, due candidati, Pete Buttigieg e la senatrice Amy Klobuchar, hanno annunciato il loro ritiro e il loro appoggio a Joe Biden. Entrambi i candidati sono di corrente moderata e avevano avuto un certo successo nelle prime primarie, ma hanno preferito ritirarsi prima del Super Tuesday. Un altro endorsement importante a Biden è arrivato da Beto O’Rourke, candidato democratico del Texas durante le elezioni di metà mandato, che, pur non avendo vinto, aveva ottenuto un risultato importante in uno Stato tradizionalmente repubblicano.

Come è andato il Super Tuesday

Biden è considerato il vero vincitore del Super Tuesday: il candidato moderato ha ribaltato i sondaggi e ha vinto in Alabama, Tennessee, Maine, Minnesota, Oklahoma, Arkansas, ma anche in Virginia e North Carolina, due Stati del Sud molto pesanti nelle elezioni presidenziali, e in Texas, che da solo garantisce l’assegnazione di 228 delegati.

Sanders ha deluso le aspettative dei sondaggi e ha vinto solo in quattro Stati, in cui la sua vittoria era data per scontata: il Vermont, che è il suo Stato di casa, il Colorado, lo Utah, e la California, lo Stato che garantisce più delegati di tutti. Solo la vittoria in questo Stato ha permesso a Sanders di mantenere una differenza di delegati modesta: Sanders ha conquistato 580 delegati in questa tornata elettorale, contro i 650 vinti da Biden.

I delusi del Super Tuesday

Il grande deluso del Super Tuesday è Michael Bloomberg. Miliardario, candidato di corrente moderata ed ex sindaco di New York, Bloomberg si era fatto notare per l’andamento singolare della sua campagna: non si era presentato alle prime votazioni e ai primi dibattiti, preferendo puntare tutto sulle votazioni del Super Tuesday. Bloomberg si distingueva dagli altri candidati anche per il fatto di essere in grado di finanziare da solo la propria campagna elettorale. Egli ha speso la cifra esorbitante di 500 milioni di dollari, per la gran parte in pubblicità. Questo investimento tuttavia non ha portato molti frutti: Bloomberg ha vinto solo nelle Samoa Americane. Nella giornata di mercoledì ha annunciato il suo ritiro e il suo appoggio a Joe Biden.

Per ora sembra intenzionata a rimanere in corsa Elizabeth Warren, nonostante i risultati deludenti: la candidata non è riuscita a vincere nemmeno in Massachussets, il suo Stato di provenienza. La Warren ha delle posizioni considerate radicali, anche se meno di Sanders. Per esempio, sostiene il Medicare for all ma si dichiara “capitalista fino al midollo“. La Warren è dunque la candidata che potrebbe rappresentare un compromesso tra l’ala moderata e quella più radicale del partito.

Cosa ci aspetta nei prossimi mesi

Warren sembra ormai tagliata fuori da quella che si sta sempre più delineando come una sfida a due tra Biden e Sanders, che rappresentano due visioni diverse del Partito. Le primarie dei prossimi mesi saranno fondamentali per capire in quale direzione andrà la convention nazionale.  Molti Stati pesanti dal punto di vista elettorale, come la Florida, devono ancora esprimere la loro preferenza. Per adesso l’esito più probabile delle primarie sembra essere quello di una contested convention, cioè che nessun candidato conquisti i 1991 delegati necessari a ottenere la nomination.