Nell’articolo precedente ci siamo limitati a riportare i fatti legati alla decisione del Campus Bio Medico di Roma di accogliere al suo interno solo personale obiettore di coscienza, ivi compresi gli specializzandi di area ginecologica. A quei dati fa seguito quindi una riflessione sul rispetto e la tutela dei diritti in ambito aborto.

Tabù e vergogna

L’aborto sicuro è un diritto sancito dalla legge 194/78, approvata tra polemiche che non hanno mai smesso di circondarla. Il tema è un tabù, così come in realtà tutta la sfera della sessualità nel nostro Paese. Educazione sessuale e rispetto della figura femminile sarebbero due importanti fattori per prevenire molti casi di gravidanze indesiderate. Tuttavia, parlare di sesso scandalizza, e non solo i cosiddetti pro life.

Per quanto lecito che ci sia confronto su un argomento delicato, questo perde facilmente i tratti del dialogo per prendere piuttosto quelli della discussione. Ciò accade quando non si ha interesse a comprendere la scelta di un altro essere umano, vivente e senziente, ma ci si ostina a imporgli un senso di vergogna.

Percentuale di medici obiettori di coscienza sull’aborto in Italia, in rapporto alla distribuzione geografica. Viola: media italiana. Verde: nord. Arancione: centro. Azzurro: sud. Rosso: Sicilia e Sardegna.

La legge italiana stessa è molto chiara a riguardo: invita al rispetto nei confronti della donna, della sua scelta e della sua dignità, nonché nei confronti dell’embrione e infine del personale medico-sanitario stesso, libero di essere obiettore di coscienza. Tutte le parti in gioco vanno tutelate, nessuna merita di essere messa a disagio o in difficoltà.

Rispetto e tutela

In primo luogo, infatti, la legge 194 inizia con:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

Meritano citazione anche alcuni altri passi:

Art. 5 – Il consultorio e la struttura socio-sanitaria […] hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura
socio-sanitaria, o il medico di fiducia […] la invita a soprassedere per sette giorni.

Art. 7 – Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

Diritti e limiti

Si tende a pensare che la legalizzazione dell’aborto lo abbia sdoganato come pratica a cui ricorrere senza ritegno né limiti. Nulla di più lontano dalla realtà.

Come abbiamo appena visto, la legge è equa nel cercare di tutelare tutti, optando quando necessario per una soluzione di compromesso. La volontà della donna ha priorità sul futuro dell’embrione solo finché questo è – appunto – un embrione, cioè entro il primo trimestre di gestazione. In seguito si parla invece di feto, e l’Ivg non è più possibile, salvo casi di grave pericolo per la vita della donna. Inoltre, i dati parlano chiaro sulla riduzione del numero di Ivg effettuate: in calo costante dal 1982, anno in cui si è avuto il picco di casi e rispetto al quale il 2017 ha segnato il -65.6%.

aborto

Ma il dato più importante è la riduzione dei casi di aborto clandestino, pericoloso per la donna stessa. Si tratta di una scelta estrema, ma ancora praticata proprio in ragione degli ostacoli posti da un’alta percentuale di obiettori e dal giudizio sociale. Molte donne che sentono il bisogno di abortire lo fanno a prescindere dalla legalità e dalla sicurezza della pratica. Anche a costo della propria salute: e già questo dovrebbe essere emblematico.

Non dimentichiamoci dunque che negare un diritto non significa farne cessare la necessità. Negare un diritto significa innanzitutto peggiorare la qualità della vita di qualcuno e, in questo caso, metterla a rischio.

Vita e umanità

Infine dobbiamo chiederci: cosa significa essere pro lifeSi guarda al feto, ribadendone la sua natura di essere vivente a cui dare la voce che non ha. E dall’altra parte si mette a tacere quella stessa voce in chi ce l’ha già.

Inutile voltare lo sguardo. Opporsi al diritto di abortire significa innanziutto negare ad un’altra persona la libera scelta, e ignorare quella che può essere una richiesta d’aiuto. Ciò può essere considerato “attenzione alla vita”, “umanità”?