La fine del mondo?

Il prossimo decennio è destinato a cancellare la stessa coscienza dell’essere del mondo, dunque il mondo tout court.

(Franco “Bifo” Berardi)

La fine del mondo sta per arrivare, e non ce lo sta dicendo una profezia tropicale, ma i dati, i famosi Big Data che documentano il nostro tempo. L’apocalisse non arriverà con la guerra nucleare tra Iran e USA, o tra Corea del nord e tutto il resto, sulle spalle di qualche immigrato o sulle cosce di qualche sovranista, per via di un’influenza cinese o con i fendenti di quattro cavalieri incappucciati. La fine del mondo arriverà, se così vogliamo vederla, nella maniera più “classica”, nel senso della maniera più “ellenistica”.

Uno degli espedienti narrativi più utilizzati dai poeti tragici e dai commediografi antichi era il riconoscimento. La terribile marronata di Edipo, l’imbecille ricongiunzione dei Menecmi. Moriremo di un riconoscimento, moriremo dello sguardo di uno specchio impietoso. Il mondo si scalderà, le specie moriranno, le città si allagheranno, i popoli migreranno, si disconosceranno e si scontreranno. E la colpa non sarà di uno spaventapasseri, ma della faccia da impuniti che rifletterà le nostre colpe e i loro guai.

L’uomo ucciderà l’uomo, perché è l’uomo che sta uccidendo l’uomo.

Il caso del Coronavirus

Gettiamo un breve sguardo sul mondo, partendo da uno stranoto fatto di attualità. Il caso del Coronavirus sta mettendo a dura prova l’intelligenza collettiva del nostro paese, liberando gli sciacalli e bunkerizzando gli sciocchi. Quello che nei fatti è poco più di un’influenza, un virus che preoccupa gli esperti semplicemente per la sua rapidità e per l’assenza di un vaccino, prende nel sentire comune le forme di una pandemia.

La deficienza collettiva, di chi ha rapporti senza profilattici e vaporizza le stecche di Marlboro, saccheggia i supermercati come il Tamerlano di Marlowe e dirotta il fenomeno Nutella Biscuits sull’Amuchina e sulle inutili mascherine. La schizofrenia di massa desertifica le strade, picchia i cinesi, strilla disperata e urla al complotto. Il governo italiano, pur se nell’ignobile imbarazzo della sua morte vivente, si è dimostrato uno dei più efficienti sul piano della prevenzione del fenomeno e dell’arginamento delle conseguenze. Il risultato, tuttavia, “grazie” alla campagna elettorale di Salvini e alla parata narcisistica di Burioni, è stato che un numero considerevole di italiani ora crede che il governo non abbia agito per tempo e lo accusa di non aver ancora “chiuso i porti”.

Insomma: aver agito attivamente e aver messo in atto protocolli di controllo adeguati – a differenza di molte altre città europee, che pur se nella varietà etnica al loro interno e della ben altra densità demografica non hanno registrato casi ­­– crea la percezione di mancato soccorso e premia gli sciacalli sul piano elettorale.

Così una malattia, di certo grave in quanto tale, di certo legittimamente protagonista delle pagine di giornale, non dà tempo di ascoltare opinioni di scienziati trasparenti e affretta i paragoni con l’influenza spagnola, disponendo l’internamento clownesco di merci e cittadini. Così, un’Italia psicopatica, ma non di certo un’Italia infetta, diventa lo scenario di assurdità e commedie à la Monty Python.

Salvini predica la punizione divina e si fregia di velleità taumaturgiche, e pur intimando a tempo pieno la clausura forzata, raccoglie migliaia di persone accozzate a fini elettorali, in un palazzetto, in piena turbolenza segregazionista. I teatri, i cinema e le università restano chiuse, mentre i negozi e i centri commerciali sono aperti al grande pubblico.

Le conferenze accademiche sul Coronavirus sono annullate causa Coronavirus. Quello che è un urgente ma lineare problema di ordine pubblico – ossia la prevenzione statistica dell’infezione su scala nazionale, per evitare il sovraffollamento degli ospedali e la riproduzione dei disagi infrastrutturali presenti in Cina ­– diventa il motivo di un’alienazione senza scopo, di un allarmismo (oserei dire) “modaiolo”. Consumatori di una paura senza oggetto reale, protagonisti di un live action di bassa lega, piuttosto che accorti collaboratori di chi cerca di metterci una pezza.

Un B-movie trans-apocalittico che trova la sua piattaforma nei canali social, che si esprime con la sfiancante ripetitività e la solita, infantile e banalizzante piattezza dei meme, ma pure con l’ignobile faziosità dei giornali, che stuzzicano il fuoco vivo di questo Carnevale per riottenere un posto fisso in società.

L’assurdità di questo fenomeno non resta scollegata, giacché il fenomeno in questione è perfettamente integrato nelle dinamiche della succitata fine del mondo. Forse è solo smania di protagonismo, legata ad una sconsolata messa a nudo. Il nostro presente non ha niente da offrirci, o almeno niente per cui siamo disposti a sacrificarci. Esistono un problema di insignificanza e un problema di adeguatezza, e del primo ce ne parla il Fukuyama di Fine della storia, del secondo Franco “Bifo” Berardi in un articolo per Not.

Il problema di insignificanza

Il primo problema è che la storia dell’uomo sembra conclusa, che non c’è più motivo di registrare documenti e ricordare avvenimenti, giacché, di fatto, non succede nulla di interessante. Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il seguente smembramento dell’Unione Sovietica, il mondo si è normalizzato sulla liscezza ideologica della produzione, della comunicazione e del pensiero liberali, rendendo l’egemonia culturale ed economico-politica occidentale talmente forte da non trovare un contraddittorio, talmente paludata da inventarsi nemici per incrementare un potere che in realtà ha raggiunto la sua stasi qualitativa, e che in essa si deve solo conservare.

Persino i residui degli stati socialisti, come la Cina, hanno normalizzato la loro forma di vita socio-produttiva e si sono arricchiti lungo il metro di crescita occidentale, rappresentando solo apparentemente un’antitesi, giacché ormai sono partecipanti a tempo pieno.

Il problema di adeguatezza

Il secondo problema è di carattere più filosofico, e Bifo lo riconduce all’abituale fiducia in un metodo “critico” di pensiero che ormai non funziona più. Così, il palcoscenico si apre. Non è che la storia è finita o si è paludata, come vuole Fukuyama, e che non succede niente che meriti la nostra partecipazione ideologica e il nostro scomodarci dall’intrattenimento consumistico.

Qualcosa avviene, ma avviene qualcosa di assolutamente illeggibile nello spirito di moderazione e pacatezza che caratterizza il pensiero critico. Avviene la fine del mondo, la morte dell’ambiente naturale, l’inquinamento irreparabile dei nostri organi e il cortocircuito definitivo dei nostri processori. Ma noi siamo ancora sprovvisti di un pensiero adeguato per questa situazione, giacché non abbiamo mai avuto modo di pensare seriamente all’apocalisse.

Abbiamo la morte del corpo e dell’anima a un palmo dalla faccia, ma è una minaccia talmente reale che non ci possiamo interessare ad essa, pena di sacrificare quell’American way of life bushiana che ormai ci definisce nella nostra essenza più profonda. E sarà proprio questo timore a condannarci, sarà proprio la nostra incapacità di adattarci a queste condizioni estreme di evoluzione, dice Bifo, a lasciarci sprovvisti di una consapevolezza etica di ciò che ci succede intorno.

Il Coronavirus, come il mese prima la Terza Guerra Mondiale con l’Iran, come l’anno prima la Seconda Guerra Mondiale e ½ con la Corea del Nord, sono i prodotti dell’eccitazione collettiva per poter finalmente rientrare nella ruota della storia. Sono problemi, o piuttosto squilibri, leggibilmente problematici, per cui in fondo abbiamo sempre la rassicurante voce paterna degli esperti, che dicono di non preoccuparci. Noi non li ascoltiamo, e non ci aspetteremmo mai che quello che finora è stato solo una scintilla possa dar fuoco al fienile.

Questo è possibile – il disastro nucleare più di quello pandemico, di certo – ma ciò che a noi importa è la possibilità di metterci il costume e partecipare al live action, avendo finalmente qualcosa da raccontare ai nostri nipoti. Il vero sentimento di guerra e pandemia non genera soluzioni insensate, ma procede da un’iniziale negazione e arriva ad una mortifera rassegnazione, mai alla posa, mai al meme.

Il Capitalocene

La fine del mondo arriverà, ma sarà colpa di quello che Jason W. Moore chiama Capitalocene. Abbiamo sfruttato per centinaia di anni le risorse di un pianeta che, con spirito fisiocratico, abbiamo creduto infinite. Ora, tuttavia, il conto è arrivato, e il nemico che ha distrutto il mondo e lo sta costringendo a capitolare siamo noi. Lo spirito di negazione di questa effettiva apocalisse ha portato all’elezione democratica dell’inelegibile, all’accelerazione sconsiderata verso il baratro.

La presidenza di Donald Trump, colui che dovrebbe essere il “leader del mondo libero”, ha danneggiato ulteriormente la condizione climatica, morale e politico-territoriale del nostro mondo, rappresentando alla perfezione quell’incapacità generalizzata di pensare con serietà alle questioni urgenti del nostro tempo, che pure sono più urgenti di ogni altra questione in ogni tempo.

Pensate se ci fosse tanta preoccupazione per il surriscaldamento globale quanta ce ne è per il Coronavirus. Pensate se i giornali, quelli beceri e quelli falso-progressisti, mettessero l’occhio di bue sul disastro ecologico come lo mettono sulle scaramucce delle apocalissi take away. Ma questo non avviene, questo ci scomoderebbe troppo e romperebbe gli insostenibili equilibri della nostra vita mercificata, della nostra morale consumistica e della nostra socialità dello spettacolo.

Bifo presenta delle prospettive tragicamente realistiche e propone delle speranzose alternative positive. Il successo dell’estrema destra occidentale prepara e già rappresenta una condizione di nazi-razzismo fortemente etnicizzata, che però non si lascia individuare semplicemente nelle parodistiche accuse di fascismo di cui la sinistra del nostro paese si riempie la bocca. Il mondo è rigidamente diviso in due blocchi: stavolta sono uno a nord – il blocco del benessere, del consumo, della produttività, del neoliberismo, etc. – e uno a sud – il blocco dello sfruttamento, del caporalato, dei terreni di battaglia e dell’impossibilità istituzionale.

Tutti gli squilibri politici che una potenza mercatistica sconsiderata come la nostra dovrebbe causare sui nostri sistemi istituzionali e sociali, vengono invece scaricati come scoria radioattiva sui paesi del Terzo Mondo, che sono sempre stati la dispensa elementare per lo sviluppo del progresso industriale del Primo, ma pure la tavola da Risiko su cui sfogare le incontinenze anti-sistemiche del capitalismo e la bacinella da cui riempire le negriere a basso costo dell’economia occidentale. Si è resa l’instabilità politica dei paesi del terzo mondo una risorsa, e quindi una condizione endemica, insanabile.

Le migrazioni climatiche e la vittoria di Trump

Le migrazioni, che non a caso hanno finito per rappresentare il cavallo di battaglia elettorale dell’estrema destra occidentale, sono semplicemente il primo assaggio di un fenomeno che ancora si deve manifestare nella sua natura più disastrosa. Non hanno solo natura politica, non sono solo fughe dalla guerra e dall’oppressione. Le migrazioni sono anche climatiche, le conseguenze della devastazione ambientale di territori delicati e irrimediabilmente compromessi, che costringono milioni, e poi miliardi di persone a partire.

Persone che hanno un coraggio che noi non abbiamo, che ci guardano in faccia come fonte dei loro mali, ma che non vogliono vendicarsi o sostituirci, ma solo godere della nostra stessa fortuna, di quella fortuna che, a pensarci bene, spetterebbe più a loro che a noi. Questo, almeno finché delle condizioni irreparabili non ci conducano alla guerra totale.

E qui arriva il nazismo di Trump e accoliti. Questi parlano di “sostituzione”, alla Casa Bianca si parla di etnocentrismo e white supremacy. A parlare non sono solo il razzismo quotidiano dei tweet e delle uscite del presidente americano, la vergognosa detenzione di migranti al confine messicano o gli scomodi rapporti fra Trump, il cristianesimo evangelico ultrareazionario e i gruppi suprematisti. Il problema è di natura globale e riguarda lo spirito stesso della presidenza di quell’imprenditore fallito, che spinge al rigurgito di ogni sentimento d’odio e reazione per scongiurare il benché minimo scompenso dell’american way of life. Scrive Bifo:

La vittoria di Trump segna il momento in cui il popolo americano prepara l’eliminazione del genere umano perché gli americani possano mantenere il loro tenore di vita. Al momento pare che questa prospettiva prevalga. La nazione più assassina di tutti i tempi […] è pronta all’Olocausto dell’umanità non americana.

 

Un’alternativa?

L’alternativa, tuttavia, la speranza, è pur sempre americana, viene pur sempre dal centro del mondo ed impugna la fiducia delle nuove generazioni nella conservazione del mondo naturale e di quello politico. Bernie Sanders rappresenta, per Bifo e per molta dell’opinione pubblica progressista, un’occasione da non perdere per ascoltare la voce dei millennials, rispondere alle loro richieste di futuro e portare in USA quel socialismo democratico in grado di livellare gli eccessi di potere e denaro.

L’inclusione, l’uguaglianza, la tutela delle minoranze, la redistribuzione delle risorse e soprattutto la tutela dell’ambiente. La distruzione della natura non rappresenta solo un orrore sul piano della sensibilità, ma anche e soprattutto la devastazione dell’equilibrio democratico dell’umanità e l’accelerazione dei processi rivoluzionari che, se non mitigati, porteranno all’autodistruzione antropologica nella guerra tra il nord e il sud del mondo.

Non piegandosi all’attesa del collasso, non arrendendosi al suicidio, le nuove generazioni possono avere i mezzi politici per tentare di salvare il salvabile. Se per centinaia di anni l’arbitrio dispotico dell’umano sul mondo naturale ha riprodotto le dinamiche di sfruttamento e distruzione caratteristiche delle nostre realtà sociali, c’è bisogno che entrambe le ingiustizie cessino attraverso un atto rivoluzionario. Chiediamo la rivitalizzazione di uno spirito morale e la coscienza di partecipare attivamente – e non con idiota appariscenza – agli ingranaggi della storia.


FONTI

Franco “Bifo” Berardi, “Pensare gli anni Venti”, Not, 20/02/2020