Era il 2011: sul web comparve Just Eat, una piattaforma che si proponeva di portare a casa del cliente il cibo da un locale di sua scelta. Sembrava la rivoluzione: si poteva fondere la comodità del restare a casa alla squisitezza di un pasto preparato da un ristorante e il problema della cena era risolto. Si chiama food delivery il fenomeno che allora era limitato a pochi ristoranti aderenti e a un paio di città, Roma e Milano. Il vario genere di cibi disponibili e le diverse fasce di prezzo garantirono presto un larghissimo successo in un pubblico quanto mai eterogeneo. Seguirono a ruota, qualche anno dopo, moltissime piattaforme che proponevano lo stesso servizio, reso ancora più popolare dall’avvento delle app: Deliveroo, Glovo, Foodora, UberEats, per citare i principali.

Un’indagine condotta da Foodora ha rivelato i motivi alla base di questa nuova tendenza: il 64,6% degli intervistati sostiene di non avere abbastanza tempo per cucinare, mentre l’84% dichiara di non averne neppure voglia, soprattutto dopo il lavoro e gli impegni che infestano le giornate di tutti: ecco spiegata anche la ragione del maggiore successo del food delivery nelle grandi città. La comodità del servizio è innegabile: si può scegliere se pagare via paypal o alla consegna – su alcune app si può anche selezionare con che banconota si pagherà, in modo da ridurre l’imbarazzante tempo di attesa del resto – si viene informati del tempo di consegna e, se si è particolarmente impazienti, si può seguire su una mappa virtuale il rider nel suo percorso dal locale a casa nostra. Tutto molto rapido, asettico, divertente.

Questo per il consumatore. Ma chi è il vero motore del food delivery? Non l’app, non il ristoratore. Sono i riders, fattorini che per tutto il giorno sfrecciano sui loro motorini (ma sempre più, per amore dell’eco-friendly, su biciclette) determinati a consegnare quanti più ordini possibili. Uno studio condotto da Luciano Fasano e Paolo Natale, docenti alla Statale di Milano, ha tracciato un identikit del rider che opera a Milano: in maggioranza giovani tra i ventidue e i trent’anni, stranieri, per i quali la consegna in bici è spesso l’unica fonte di reddito. Parallelamente c’è anche il modello del rider italiano e studente, che cerca un lavoretto part-time, ma è una minoranza: il 66% dei corrieri proviene da Africa, Asia meridionale o America latina, e la metà circa sostiene di non conoscere bene l’italiano, con conseguenti criticità nel firmare un contratto che sia sempre rispettoso dei diritti del lavoratore.

Le paghe sono scheletriche: da un minimo di quattro euro l’ora per i rider di Glovo, a una media di dieci per un dipendente di Deliveroo. Le mance sono una discreta fonte di guadagno, ma nel complesso è raro che con questo mestiere si superino i 5000 euro annui. Non è da ignorare anche il rischio di incidenti nel traffico, molto serio nelle metropoli come Milano dove le piste ciclabili sono discontinue.

La figura del rider è l’ennesimo prodotto dell’economia digitale: è stata questa in primis a sollecitare il modello della gig economy, un modello in cui il lavoro non è a prestazione continuativa ma a chiamata, e in cui il processo domanda-offerta viene gestito in maniera semi-autonoma su piattaforme web. Il sistema si basa su un algoritmo: parte l’ordine, l’app calcola quale rider è più conveniente per effettuare quella consegna, gli affida l’incarico e il rider parte a ritirare il pacco nel locale indicato. Questa realtà permette un immediato risparmio sul costo del lavoro, dato che i riders vengono pagati a orario o a cottimo, il tutto condito dalla mancata concessione di diritti garantiti dal lavoro subordinato, come malattia o ferie.

Per porre rimedio alle criticità di questa professione si è pensato di sviluppare un modello alternativo: in Belgio, Franciae in Spagna sono nate cooperative sperimentali, che puntano a rovesciare la struttura della gig economy, affidando direttamente ai lavoratori la gestione delle app. L’idea alla base è rendere la piattaforma un dispositivo comune, da cui transitare per effettuare e ricevere l’ordine, ma che di fatto non appartenga a nessuno. Molenbike, Coopcycle, Coursiers bordealis sono alcune di queste cooperative. In Italia è arrivata invece Smart, una compagnia belga che garantisce ai lavoratori un compenso mensile e i vantaggi di un dipendente. Questa potrebbe essere la via per coniugare il rispetto della dignità dei lavoratori a una nuova economia ecofriendly e modellata sulle nostre vite frenetiche.