L’incipit di ZeroZeroZero sono quasi venti minuti di parole calibrate, movenze indolenzite e un ronzio metallico che mette un’inquietudine sufficiente a farsene sedurre. Al rallentatore conduce fino alla sigla di apertura: un carillon di simboli e proiettili che si ferma con il conficcarsi, nella polvere scura di un terreno lavico, di un revolver con un rosario attorcigliato. Da qui il mondo tutt’attorno si annerisce, scompare, come se venisse via via mangiato da un cancro in rapida propagazione.

Il punto esatto in cui quel revolver si conficca è la parte più a sud della penisola italiana. Quel cancro, invece, ha lo stesso potere di contagio letale che ha la vera protagonista della serie, la cocaina.

ZeroZeroZero è tratta dall’omonimo libro di Roberto Saviano. Esattamente come l’inchiesta contenuta tra le sue pagine, racconta di come la droga – nonché la merce – più diffusa, consumata e redditizia al mondo intacchi un po’ tutti, anche chi non l’ha mai vista in vita sua. E di come il suo commercio illegale confluisca pian piano nell’economia mondiale, permettendole di non crollare.

Oltre a usare ricerche e testimonianze già raccolte da Saviano, la serie – in onda su Sky Atlantic HD – si insinua tra gli ingranaggi del commercio di cocaina attraverso lo sguardo di una cospicua manciata di personaggi. Tre sono i nuclei narrativi in cui sono suddivisi, proprio come le fasi di produzione, trasporto e acquisto di droga. Uno solo è invece il loro punto in comune: si chiama Miranda ed è una nave cargo su cui viaggia un enorme carico di cocaina.

ZeroZeroZero serie tv

Don Minu (Adriano Chiaramida), il capo dei capi della ‘ndrangheta, l’ha ordinato per sdebitarsi con i suoi affiliati e dimostrare loro di avere ancora potere. Da anni vive nascosto in un buco sotterraneo sulle montagne dell’Aspromonte e ora deve prevenire il rischio di potenziali tradimenti. Anche perché il nipote, l’incravattato Stefano (Giuseppe De Domenico), scalpita per prendere il suo posto e gestire con intraprendenza più moderna i suoi affari criminali.

Per raggiungere la Calabria, però, il viaggio del carico è lungo e prevedibilmente impervio. Il punto di partenza è Monterrey, in Messico. Qui il cartello della famiglia Leyra gestisce uno dei traffici di cocaina più ramificati di tutto il mondo con buon aiuto di qualche militare corrotto. Del trasporto si occupano invece i Lynwood, una famiglia di spedizionieri americani che ha costruito la sua fortuna proprio facendo da intermediaria tra i narcotrafficanti.

I punti di vista sono tanti, quindi. E la squadra produttiva della serie – la stessa di Gomorra, formata dal regista Stefano Sollima, dallo sceneggiatore Leonardo Fasoli e dalla produttrice Gina Gardini – ha detto di averli volutamente moltiplicati. Lo scopo è infatti esplorare la macchina del commercio di cocaina nella maniera più completa possibile.

Chiunque ci entri in contatto ne viene irrimediabilmente contaminato. C’è l’incarnazione arcaica del potere malavitoso e la sua controparte protesa verso la modernità. Ci sono trafficanti sudamericani facoltosi che sembrano uomini d’affari. Ci sono soldati divisi tra la lealtà fraterna e la corruzione tentatrice, che leniscono con la fede i sensi di colpa per le proprie contraddizioni. C’è infine un padre, Edward Lynwood (il Gabriel Byrne di In Treatment), che finisce per coinvolgere più del dovuto i due figli nei propri traffici.

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Questi ultimi sono proprio la parte più interessante di ZeroZeroZero. Un po’ per il rapporto viscerale che li lega nonostante i caratteri agli antipodi. Un po’ per il misto di spiazzamento e spavalderia con cui affrontano il corso degli eventi. Emma (Andrea Riseborough, già vista in Black Mirror) è il braccio destro del padre e a motivarla è lo scetticismo di chi la sottovaluta in quanto donna. Il fratello Chris (Dane DeHaan, anche lui tra gli interpreti di In Treatment) è affetto dalla malattia di Huntington, la stessa patologia degenerativa di cui è morta sua madre, e assapora ogni situazione con l’orgoglio di chi finalmente ha iniziato a vivere dopo essere stato per troppo tempo iperprotetto.

La loro presenza porta la serie su una strada diversa e più estesa rispetto a qualsiasi altro crime italiano visto finora. La zona di comfort di molta serialità prodotta in Italia è fatta di storie vere, della violenza subdola e spietata, e dei codici della malavita nostrana. Soltanto Gomorra ha provato ad ampliarsi fino all’imperare selvatico dei narcos sudamericani. Mai però si è vista l’ambizione di allungarsi fino agli Stati Uniti, per mostrare quanto il sistema capitalistico per eccellenza abbia bisogno di nutrirsi di traffici loschi.

Questo triangolo di rotte, ZeroZeroZero lo ha tracciato potendo contare su risorse ben superiori alla media delle produzioni italiane. Cattleya e Bartlebyfilm l’hanno prodotta con il supporto di Amazon Studios e Canal+, gli interpreti sono di livello internazionale, così come i registi. Oltre a Stefano Sollima, a spartirsi gli otto episodi sono il danese Janus Metz (True Detective) e l’argentino Pablo Trapero (The Clan). Inoltre, anche l’accurato lavoro di ricerca svolto seguendo di paese in paese le tappe dei veri traffici di cocaina non è da sottovalutare.

L’abbondanza di mezzi salta all’occhio fin da subito, e la serie non si sforza certo di camuffarla. Anzi. ZeroZeroZero si crogiola nella grandezza delle immagini (sola in mezzo all’oceano l’enorme nave cargo sembra una sagoma minuscola), nella geometria delle inquadrature, nella spettacolarità degli inseguimenti. Ma soprattutto, ZeroZeroZero trova la sua cifra nello spezzarsi della linearità temporale e ancor più nella lentezza. I suoi eventi non procedono in ordine e non sono immediati: si posizionano sulla trama in maniera misurata, e per capirne l’insieme bisogna mettere in fila un pezzo dopo l’altro. Il che non significa – visto il confronto inevitabile – che la resa sia molto più superba oppure meno avvincente di quella di Gomorra. Entrambe sono due esempi angosciosamente efficaci di iperrealismo. Solo, hanno un carattere ben diverso.

Gomorra è impeto, ZeroZeroZero ponderatezza.