L’esistenzialismo è innanzitutto un movimento filosofico. Per gli esistenzialisti la missione della filosofia sarebbe quella di favorire in ogni individuo l’impegno alla ricerca del significato e delle possibilità dell’esistenza. Sulla scia di Kierkegaard, i filosofi della prima metà del Novecento, come Heidegger e Sartre, hanno riflettuto da questa prospettiva. Una prospettiva che vede l’esistenza come un’incessante produzione dei propri contorni, e quindi della propria essenza.

Tutto questo ha anche una profonda rilevanza dal punto di vista psicologico, poiché l’esistenzialismo mette l’uomo di fronte a una serie di consapevolezze che, per quanto difficili da digerire, una volta accettate aprono il campo ad una vita più autentica e gratificante. Le consapevolezze sono:

  • Della morte e del fatto che abbiamo iniziato a morire nel momento in cui siamo nati.
  • Dell’impossibilità di prevedere e controllare moltissimi eventi occasionali e le loro conseguenze.
  • Di un livello inattaccabile di solitudine, risultante dalla soggettività di ciascuno.
  • La consapevolezza che scegliere è angosciante. Questo perché ogni scelta esclude la possibilità di sapere a posteriori se è stata la migliore, e implica una forte assunzione di responsabilità.
  • La consapevolezza che la vita non ha un senso in sé, ma è impegno di ciascuno costruire il proprio.

Siamo gettati nel mondo senza averlo scelto, e con vincoli familiari, biologici, storici e geografici che non abbiamo scelto. Tuttavia, diventando adulti, iniziamo ad essere liberi di scegliere i modi di reagire alle condizioni imposte e, dove possibile, modificarle. Questa libertà, che guadagniamo col tempo, genera angoscia perché dobbiamo scegliere continuamente e non potremo mai sapere, a posteriori, se le scelte che abbiamo fatto sono migliori di quelle scartate.

L’esistenza è dunque angosciante perché determina scelte continue nel dubbio. Anche di fronte a eventi imprevisti e incontrollabili, la scelta minima che dobbiamo fare tutti è quella di quale significato attribuire alle cose che ci accadono. Altrimenti sentiremmo una mancanza di senso.

Quindi l’esistenzialismo incoraggia l’assunzione di responsabilità per le proprie scelte, anche pubbliche.

La consapevolezza della morte, della precarietà della vita, una volta metabolizzata invece di spaventare dovrebbe avere un effetto liberatorio. Dovrebbe autorizzare a scegliere sempre di più e con più coraggio, proprio nella misura in cui ci ricorda che se il finale lo stesso per tutti, tanto vale che la storia prima del finale sia il più possibile avvincente. La morte quindi può diventare la spinta motivazionale a vivere la propria vita il più possibile con vitalità.

Inoltre, l’esistenza come apertura al mondo implica non tirarsi indietro di fronte a confronti necessari con gli altri. Non lasciarsi ingannare da paure di abbandono, rifiuto o altre conseguenze catastrofiche. Il confronto infatti favorisce le relazioni autentiche.

L’assurdo insito nella vita umana regala un infinità di situazioni contraddittorie, inspiegabili, tanto in negativo, quanto in positivo e l’atteggiamento esistenzialista dovrebbe favorire la capacità di accettare questa complessità.

L’ansia esistenziale è quella forma d’ansia che nasce dalla constatazione più o meno consapevole di essere responsabili per la propria vita, ed è in quanto tale ineliminabile. Un intervento psicologico orientato dall’esistenzialismo potrà quindi coltivare nel cliente una autentica e profonda consapevolezza di questi aspetti della condizione umana, con contributi significativi al benessere psicologico.

Tuttavia l’approccio esistenzialista al sostegno psicologico può presentare anche dei limiti e delle criticità.

Innanzitutto, l’esistenzialismo, nella sua enfasi per la scelta, può portare a un utilizzo non sufficientemente razionale delle proprie capacità decisionali, che oltretutto, se non adeguatamente coltivate, sono spesso limitate. Le decisioni che prendiamo nella nostra vita, privata, professionale, non possono essere unicamente determinate da uno slancio vitale e romantico. Ma possono essere determinate anche dalla necessità di accogliere negoziazioni con la realtà e compromessi.

Inoltre è difficile, a un occhio non allenato a distinguerlo, riconoscere il disagio psicologico esistenziale da quello più clinico in senso stretto. In altre parole tutti quanti possiamo soffrire un disagio esistenziale per le motivazioni che l’esistenzialismo ha evidenziato. Al tempo stesso e più profondamente sotto la superficie del disagio esistenziale il disagio emotivo può dipendere da cause che non hanno a che fare con la condizione umana nella sua generalità, ma col vissuto specifico della persona.

Questo concretamente significa che le armi dell’esistenzialismo sono spuntate se, ad esempio, l’ansia non è quella esistenziale ma frutto di problemi di attaccamento che hanno minato il senso di sicurezza personale. Oppure se le difficoltà nel vivere relazioni autentiche non sono frutto di un’inadeguata apertura al confronto e al conflitto ma la manifestazione di un tratti di personalità disfunzionali.

Ecco perché in molti casi, un approccio strettamente filosofico-esistenziale al disagio psicologico non può essere risolutivo.


FONTI
Treccani
Spalletta E., Germana F. (2006), Microcounseling e Microcoaching, Roma, Sovera Multimedia.

Sanavio E., Cornoldi C. (2010), Psicologia Clinica (3a ed), Bologna, Il Mulino.