L’annuncio arriva direttamente dall’account Twitter della NASA: il 24 febbraio 2020 è deceduta Katherine Johnson, geniale matematica statunitense. È anche grazie all’indispensabile contributo della signora Johnson che oggi gli americani possono vantare il primato dello sbarco lunare. La donna, di origini afroamericane (particolare che influenzerà non poco la sua carriera) aveva 101 anni.

La piccola Katherine, nata Coleman, mostra fin da subito le sue caratteristiche di enfant prodige: possiede infatti spiccate qualità matematiche ed è velocissima nello svolgimento dei calcoli. A soli dieci anni viene ammessa alla scuola superiore e a quattordici si diploma; ma soprattutto, nel 1938 è la prima donna afroamericana ad essere accettata presso la scuola di specializzazione West Virginia University insieme a altri due studenti afroamericani. L’ammissione non è indolore: anzi, è preceduta da una sentenza da parte della Corte Suprema statunitense, che stabilisce la necessità di riconoscere la possibilità di istruirsi della popolazione di colore.

Grazie a questa sentenza rivoluzionaria, Katherine può studiare matematica, la sua passione (nonostante abbia anche un diploma in lingua francese). Nel 1940 lascia gli studi, dopo essersi sposata con l’insegnante di chimica James Goble (di cui prende il cognome) perché incinta. Dal matrimonio avranno tre figlie, Constance, Joylette e Katherine. Nel frattempo, l’antenata della NASA, cioè la National Advisory Committee for Aeronautics (NACA), sta ricercando specificamente donne di colore per svolgere il mestiere di “calcolatrici”: è necessario infatti effettuare un gran numero di operazioni matematiche per poter mandare un oggetto in orbita, e ancor di più per farlo ritornare. Tutti questi calcoli oggi vengono svolti in un batter d’occhio da un computer, tuttavia, allora era necessario che venissero fatti a mano. Quale occasione migliore per Katherine, la cui rapidità nei calcoli era a dir poco stupefacente?

Katherine Johnson alla NASA nel 1966

La giovane afroamericana si trova dunque a lavorare in un contesto che le è spesso ostile, a causa degli strascichi della segregazione razziale ancora esistenti. Inoltre, Katherine è anche donna: una doppia difficoltà quando ci si deve inserire in un ambiente dominato da uomini bianchi. La sua intelligenza, però, non ha sesso né razza, e viene presto riconosciuta, tanto che le vengono affidati calcoli molto complessi, vitali per le operazioni della NASA. Sarà proprio la NASA, dopo aver incorporato la NACA nel 1958, a impedire definitivamente la segregazione: tra le dirette conseguenze, banalmente, vi è la fine della separazione dei bagni tra neri e bianchi. Inoltre, Katherine viene promossa da “calcolatrice” a ingegnere aerospaziale.

Purtroppo, in questo periodo (nel 1956), muore il marito a causa di un tumore al cervello. Tuttavia, dopo il lutto, la sua carriera prosegue con successo: nel 1960 è la prima donna a essere coautrice di un rapporto di ricerca. Nel corso della sua carriera ne firmerà altri venticinque. Nel frattempo si risposa con il tenente colonnello James A. Johnson: è con il cognome di quest’ultimo che firmerà i rapporti di ricerca. Il matrimonio durerà fino al 2019, alla morte di lui. Lo stesso anno delle seconde nozze (1959) la donna calcola, solo con l’aiuto di gessetti, lavagne, fogli e matite, la traiettoria per il primo volo spaziale con equipaggio.

Successivamente, Katherine collabora al programma Mercury (1961-1963), calcolando la finestra di lancio per la missione con Alan Shepard. Il suo contributo è fondamentale per il successo della missione di John Glenn, primo americano in orbita attorno alla Terra, con la Mercury Friendship 7. Per la prima volta, i calcoli infatti sono svolti da calcolatori elettronici (gli antenati dei moderni computer), tuttavia viene chiesto a Katherine di verificare che questi fossero corretti. Pare che l’astronauta John Gless, prima della partenza, abbia affermato: “Se lei dice che i calcoli sono giusti sono pronto a partire”.

“Da lì nacquero tutte le conoscenze ed esperienze che poi porteranno l’Apollo 11 sulla Luna, alcuni anni dopo” dichiara la Johnson. La sua carriera non finisce qui: nel 1970 continua a lavorare alla missione Apollo 13 e le sue verifiche alle traiettorie sono essenziali per riportare a casa gli astronauti della missione, i quali si trovavano in difficoltà dopo l’esplosione di un serbatoio di ossigeno. Katherine  Lascia la NASA nel 1986 per andare in pensione.

Katherine Johnson riceve la Medaglia Presidenziale della Libertà

Nel 2015 riceve dall’ex Presidente degli USA Barack Obama la Medaglia Presidenziale della Libertà (Presidential Medal of Freedom), la più alta onorificenza statunitense. Il suo merito è stato aver ricoperto il ruolo di pioniera in campo scientifico e di donna in grado di affrontare i pregiudizi razzisti e sessisti nei suoi confronti. L’anno seguente la BBC l’ha inserita nella lista delle cento donne più influenti del mondo.

Dalla sua storia è stato tratto il film Hidden Figures, uscito nelle sale americane nel 2017 e basato sul libro omonimo di Margot Lee Shetterly. La fortunata traduzione italiana del titolo, Il diritto di contare, sottolinea efficacemente la condizione delle donne nere che svolgevano calcoli matematici nelle agenzie spaziali, le quali venivano definite “coloured computers(calcolatrici di colore). Delle tre protagoniste, Katherine è l’unica ad essere ancora in vita al momento del rilascio del film e lo commenta così:

Bello. Ha dimostrato che se ci sono ragazze di talento che vogliono intraprendere carriere come queste possono e devono farlo. Alla NASA non mi hanno mai chiesto di più, perché poi, man mano, ebbero sempre maggiore fiducia nel nostro lavoro.

La novità di Katherine è stata semplicemente la sua capacità di domandare “Perchè?”. Quando non comprendeva qualche passaggio o non conosceva la destinazione del proprio lavoro, era solita chiedere spiegazioni. Non si limitava mai a eseguire e basta. La sua grande curiosità la spingeva sempre a voler sapere di più, ma mai a credersi superiore agli altri per la propria intelligenza. Affermava infatti: “Non mi sono mai sentita inferiore a nessuno. Mai. Valgo quanto chiunque altro, non di più”. Ci ha lasciati dunque l’ultima delle tante impiegate-calcolatrici, una donna semplice ma capace, con la propria umiltà e la propria intelligenza, di cambiare profondamente la società in cui ha vissuto.