Quando si parla di letteratura russa, uno dei riferimenti più immediati è quello ai grandi romanzi dell’Ottocento, frutto dell’intelletto di scrittori come Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij. Anche il Novecento russo, tuttavia, ha avuto i suoi grandi capolavori, spesso rimasti nell’ombra per decenni a causa della rigida censura sovietica. È il caso, ad esempio, di Dottor Živago, romanzo di Boris Pasternak che, osteggiato dalla censura in patria, vide la luce per la prima volta proprio in Italia, grazie all’intuizione dell’editore Feltrinelli. Ma ancora più complicata è la storia di Vita e destino, la grande epopea novecentesca dello scrittore russo di origini ebraiche Vasilij Grossman.

Uno scrittore testimone della Storia

Nato nel 1905 a Berdičev, in Ucraina, Grossman non fu da subito un oppositore del regime instauratosi nel 1917. Al contrario, come molti suoi coetanei il giovane Vasilij credette, inizialmente, alle promesse della Rivoluzione e aderì all’ideologia comunista almeno sino alla seconda guerra mondiale. In quanto scrittore e giornalista allineato al regime, egli fu testimone diretto di alcuni dei momenti più decisivi del conflitto, in particolare durante l’assedio di Stalingrado, a cui dedicò il suo primo romanzo, Per una giusta causa (1952). Ma fu proprio la sua posizione di osservatore privilegiato a dargli modo di comprendere a fondo gli atroci meccanismi del totalitarismo, acquisendo una consapevolezza che avrebbe completamente cambiato il suo destino.

Infatti, se gli anni immediatamente precedenti alla guerra avevano visto un preoccupante inasprimento del regime – che provocò una enorme quantità di vittime anche tra gli intellettuali – dopo la vittoria della grande guerra erano in molti a sperare in un graduale ritorno alla normalità. Purtroppo, però, ciò non accadde, e gli ultimi anni della vita di Stalin (dal 1949 al 1953) furono persino segnati da una campagna antisemita. Fu in questo contesto che Vasilij Grossman iniziò a maturare la sensibilità che sarebbe diventata il fondamento di Vita e destino.

Inizialmente concepito come il seguito di Per una giusta causa, Vita e destino prese vita parallelamente alla graduale presa di coscienza dello scrittore. Ancora una volta, lo sfondo delle vicende narrate è quello della seconda guerra mondiale, a partire dalla serie di eventi legati alla battaglia di Stalingrado. A cambiare radicalmente, tuttavia, è il punto di vista dell’autore, le cui parole cessano di essere la cassa di risonanza della propaganda sovietica, per diventare invece una delle testimonianze più significative della dissidenza russa.

D’altra parte, la lucidità e il coraggio dimostrati dall’autore furono, come è prevedibile, la causa dei numerosi ostacoli che resero impossibile la pubblicazione dell’opera per molti anni. Grossman, infatti, terminò la stesura di Vita e destino nel 1960, ma ben presto il manoscritto fu requisito dai servizi segreti in quanto “anti-sovietico”. Fu solo grazie a un complesso e avventuroso percorso che una copia dell’opera giunse in Svizzera, dove fu finalmente pubblicata nel 1980. Grossman, deceduto nel 1964, non poté così veder riconosciuto l’incommensurabile valore della propria testimonianza.

Un’epopea novecentesca: l’eredità di Tolstoj e Dostoevskij

Sin da un primo sguardo, non è difficile rilevare le affinità che il romanzo intrattiene con i grandi capolavori dell’Ottocento. Prima fra tutte spicca la mole notevole dell’opera, che la rende una lettura impegnativa quanto imprescindibile per chi desideri comprendere al meglio la difficile epoca dei totalitarismi. Inoltre, similmente a quanto accade in Guerra e Pace di Tolstoj, le vite dei protagonisti si stagliano sullo sfondo della Storia universale, di cui essi diventano interpreti fondamentali. Proprio come in Guerra e pace, protagonisti dell’azione sono tanto personaggi storici realmente esistiti quanto individui apparentemente insignificanti, dimenticati dai libri di storia ma portatori di un’umanità semplice e capace di contrapporsi con forza alla violenza disumana che ha segnato il XX secolo.

Questi svariati personaggi diventano il fulcro di una riflessione di ampia portata, tramite la quale Grossman cerca le motivazioni profonde delle atrocità commesse nei primi decenni del secolo. Il discorso portato avanti dall’autore, in effetti, si snoda spesso proprio attraverso i dialoghi dei protagonisti. Il romanzo, così, prende a tratti le sembianze del “romanzo polifonico” di dostoevskiana memoria: lo scrittore affida alla voce dei suoi personaggi alcuni dei pensieri cardine dell’opera, che risultano così amalgamati all’intreccio complessivo della trama.

Nazismo e comunismo a confronto: due facce della stessa medaglia

Tra i dialoghi più illuminanti dell’intero romanzo emerge indubbiamente quello tra un ufficiale delle SS tedesche e un prigioniero di guerra russo, un bolscevico della prima ora, avvenuto all’interno di uno dei campi di concentramento. A stupire è innanzi tutto la terribile lucidità dell’ufficiale nazista:

“Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. È come se ci guardassimo allo specchio. È questa la tragedia della nostra epoca. Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? Il mondo non è forse pura volontà anche per voi? Vi si può forse indurre a esitare? Vi si può fermare?”.

Il funzionario nazista, di nome Liss, capisce perfettamente che i due regimi in conflitto presentano una innegabile somiglianza di fondo. Da un lato, le due ideologie opposte condividono alcuni riferimenti filosofici, primo fra tutti l’hegelismo, rimaneggiato poi in modi differenti. Anche la retorica utilizzata dalla propaganda imperante in entrambi i Paesi, d’altra parte, si basa su alcuni punti fondamentali: lavoro, nazionalismo, annientamento del nemico.

Ma l’affinità più lampante e agghiacciante al tempo stesso è rilevata dal narratore in prima persona in un capitolo precedente: si tratta della violenza, dell’odio di massa e del terrore diffuso tra le persone comuni.

“La violenza estrema dei sistemi totalitari si è mostrata capace di paralizzare i cuori su interi continenti. Asservito al nazismo, il cuore dell’uomo proclama che la schiavitù – male nefando, latrice di morte – è il solo e unico bene. Il cuore-traditore non rinnega i propri sentimenti umani, ma elegge a forma suprema di umanità i crimini compiuti dal nazismo […]. Per sopravvivere l’istinto scende a patti con la coscienza. In suo soccorso sopraggiunge la forza ipnotica di idee grandiose. Che esortano a compiere qualunque sacrificio, a usare qualunque mezzo per raggiungere lo scopo supremo: la grandezza futura della Patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale”.

Il “bene grande e minaccioso” e la “bontà spicciola”

Alla base dei tremendi avvenimenti del Novecento, dunque, sembra esserci l’ideologismo e l’atteggiamento acritico nei confronti di quest’ultimo. In nome di un bene tanto assoluto quanto astratto sono state commesse e giustificate le peggiori atrocità. È questa la riflessione che Grossman, ancora una volta, affida alla voce di un personaggio, in questo caso marginale, di Vita e destino. Si tratta di Ikonnikov, uomo di grande religiosità detenuto nel lager tedesco. La lettura dei suoi appunti, scritti durante la prigionia, occupa diverse pagine e ha quasi le sembianze di un vero e proprio saggio filosofico.

Al centro del ragionamento portato avanti da Ikonnikov vi è l’eterno interrogativo sul bene e sul suo reale significato. Il concetto di “bene” – realizza per prima cosa il religioso – rischia di essere pericolosamente soggettivo. Nella storia, esso si è frammentato costituendo di volta in volta il bene di vari gruppi, convinti di possedere la verità assoluta.

“Ho visto la forza incrollabile dell’idea del bene sociale, che è nata nel mio paese. L’ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata del Trentasette. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano”.

Il pericolo, in sostanza, risiede nella fede cieca a un ideale, nella soppressione di qualsiasi umano dubbio. Ma se affidarsi a un’idea di bene assoluto rischia di portare soltanto fanatismo e violenza, è altrettanto vero che esiste una via alternativa, insita nella natura umana. È la via della “bontà spicciola”, quella delle piccole azioni di amore e solidarietà che nessun regime potrà mai estinguere completamente.

“E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. […]. È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale”.

Un’umanità fragile ma inestinguibile

Il possibile antidoto contro i totalitarismi, dunque, esiste, e costituisce un istinto – per quanto talvolta sopito – radicato nell’animo umano. Ciò che emerge dall’enorme affresco di un’epoca di guerra e violenze, infatti, è proprio un’umanità fragile, spaventata, ipnotizzata dagli altisonanti discorsi dei regimi ma pronta ribellarsi da un momento all’altro. È un’umanità che investe tutti, senza eccezioni, e che unisce tutti gli esseri umani, nel modo più impensato.

Il caso più eclatante osservabile in Vita e destino riguarda una delle figure più terribili e controverse della storia, Adolf Hitler. Con grande coraggio, Grossman è capace di immaginare le sue ultime ore di vita, tracciando i pensieri che molto probabilmente caratterizzarono quei momenti. Sorprendentemente, l’autore non ci pone di fronte alla ferocia o ai deliri di onnipotenza di un uomo folle e crudele. Il sentimento provato da Hitler è invece il più comune, naturale e primitivo: la paura.

“I blindati russi lo avevano ricacciato al punto di partenza. Quel giorno i suoi pensieri, le sue decisioni, la sua invidia non erano rivolti a Dio o ai destini del mondo. I blindati russi lo avevano riportato tra gli uomini. La solitudine in mezzo al bosco, che da principio l’aveva rasserenato, adesso gli faceva paura. Solo, senza guardie del corpo, senza i soliti attendenti, si sentiva come il ragazzino delle fiabe in un bosco buio e stregato. Pollicino camminava a quel modo, e anche l’agnellino che si era smarrito nella foresta saltellava senza sapere che il lupo lo stava spiando tra gli alberi scuri. E dalla penombra, dall’humus di decenni passati, riaffiorò una paura infantile, il ricordo di un libro illustrato: un agnellino in mezzo a una radura solatia e, tra i fusti degli alberi scuri e umidi, gli occhi rossi e i denti bianchi del lupo cattivo”.

Ormai vicino alla fine, Hitler ritorna bambino, o meglio, ritorna umano. Di fronte alla sconfitta e alla morte imminente, infatti, la fede nei suoi assurdi ideali, la presunzione che lo aveva forse fatto sentire simile a un dio crollano inesorabilmente e il mostro torna ad essere semplicemente un uomo spaventato. Al lettore attento certamente non sfuggirà un dettaglio piccolo ma estremamente significativo: il libro illustrato rievocato nei ricordi del Fuhrer è lo stesso che causava angoscia e timore nella mente di un bambino ebreo, deportato e ucciso nelle camere a gas volute dallo stesso Hitler. Grossman racconta le vicende del bambino diverse centinaia di pagine prima dell’episodio appena citato. Ma la lucidità e l’assenza di censure nel racconto non possono essere scordate facilmente, e il ripetersi di quelle parole in un contesto così diverso costituisce un messaggio incredibilmente eloquente.

Il talento di Grossman, d’altronde, sta proprio nella capacità di trasmettere messaggi di notevole profondità con grande naturalezza, senza intaccare la verosimiglianza delle donne e degli uomini descritti. Al contrario, essi sono umani in tutto e per tutto: sono esseri umani deboli, intimoriti, pieni di dubbi, animati da grandi e piccole passioni. Nelle pagine di Vita e destino c’è spazio non solo per la Storia con la “s” maiuscola, ma anche per tutte le altre storie minute che si intrecciano, si scontrano e continuano ad andare avanti, nonostante tutto. C’è spazio, come suggerisce il titolo, per la vita stessa, per storie di amori, tradimenti, amicizie che vanno ben al di là dell’appartenenza ad una sola epoca storica.

Vita e destino, dunque, si configura come un documento dall’inestimabile valore storico, e al tempo stesso come opera letteraria di altissima levatura. La finezza psicologica con cui sono tratteggiati i personaggi, la profondità con cui l’autore riesce ad affrontare temi complessi e universali rendono questo libro una lettura imprescindibile, a tratti illuminante. Grossman riesce a spiegare il meccanismo dei sistemi totalitari con la lucidità di uno storico, senza ricadere in facili schematismi e senza mai abbandonarsi a una ricerca del nemico assoluto. Al tempo stesso, egli è capace di mostrare luci e ombre dell’animo umano, di scandagliarlo a fondo sino a trovarne i valori ineliminabili. Quelli della “bontà spicciola”, del desiderio di libertà, della fragilità che ci rende simili. L’opera, in sintesi, racchiude il testamento spirituale dello scrittore di Berdičev: il totale rifiuto della violenza, sentita come del tutto estranea alla natura del genere umano.


FONTI:

V. Grossman, Vita e destino, Milano, Adelphi, 2013, trad. di Claudia Zonghetti

G. Carpi, Storia della letteratura russa. Dalla rivoluzione d’Ottobre a oggi, Carocci, 2016.

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