Da quando è stato inaugurato nel 2014 è diventato uno dei tanti landmarks che identificano, non solo in Italia ma in tutto il mondo, la città di Milano. Stiamo parlando del Bosco Verticale, architettura progettata da Stefano Boeri e situata nello “storico” quartiere noto ai meneghini come Isola, un tempo via d’accesso alle principali tratte commerciali dirette a Como e dintorni.

Il Bosco Verticale

Divenuto, a partire dagli anni ’60, complice il Boom Economico, un quartiere come tanti altri, l’Isola ha poi assistito ad una progressiva riqualificazione urbana. Questo proprio a partire dalla nascita di questo complesso formato da due palazzine, noto come Bosco Verticale e trasformatosi negli ultimi anni in un’icona dell’architettura contemporanea.

Ma oltre alla grande impresa di permettere la riqualificazione di un quartiere storico, l’altro grande traguardo raggiunto dal Bosco Verticale è stato quello di riportare al centro dell’interesse architettonico l’elemento naturale e ambientale, oggi al centro dei dibattiti pubblici e politici.

Nel suo insieme, infatti, l’intero complesso comprende 711 alberi, 15 000 piante ricadenti e 94 specie vegetali, per un equivalente di due ettari di foresta. Caratteristiche che conferiscono alle due palazzine un importante ruolo di “equilibratori climatici”, grazie all’azione svolta dalle piante di depurazione dell’aria, eseguita sottraendo ad essa anidride carbonica ed emettendo invece ossigeno. Non da meno è poi la funzione di protezione della biodiversità e di generare un micro-ecosistema. Come testimonia lo stesso Boeri, infatti,

“Il Bosco Verticale contribuisce alla produzione di ossigeno, all’assorbimento delle polveri sottili dell’inquinamento da traffico e alla riduzione dell’escursione termica tra interno ed esterno…”

Ma il Bosco Verticale, situato nel capoluogo lombardo, non è l’unico esempio di questo nuovo sistema architettonico. Altri edifici stilisticamente analoghi (sempre progettati dall’architetto milanese) si possono rintracciare anche a Treviso, così come ad Anversa, per non parlare poi di Liuzhou (città collocata nel Nord della Cina) e della capitale egiziana, Il Cairo, con l’edificio Vertical Forest.

Architettura green

Non finisce qui, perché questi complessi architettonici “ecosostenibili” sono stati realizzati anche ad Eindhoven, Parigi (“la forêt blanche et la cour verte”) e Tirana. Tanti altri progetti sono ancora in corso, per poter introdurre gli eco-edifici anche in città del calibro di Chicago (peraltro città “culla” dell’architettura americana del primo ‘900) e San Paolo (Brasile).

La richiesta di “architetture green” si sta diffondendo in modo esponenziale e, soprattutto, su scala globale. E in un’epoca come questa, in cui il tema della sostenibilità sta scalando le gerarchie nelle agende politiche dei principali paesi mondiali, questo modello architettonico sembra essere una risposta assai importante e concreta (al netto, ovviamente, dei costi necessari)

Attraverso quelli che Boeri stesso definisce dispositivi architettonici(proprio in riferimento alla loro funzionalità ambientale), si sta aprendo una vera e propria “espansione” di architetture verdi sempre più richieste dai paesi di tutto il mondo. Lo testimonia la stessa mappatura, presente sul sito dell’architetto, attraverso la quale è possibile localizzare tutti i luoghi in cui sono stati realizzati, o sono in corso di progettazione/realizzazione, edifici green.  

Peraltro, questa richiesta di “architetture green” prosegue di pari passo con una tendenza urbanistica sempre più crescente. Quella di costruire, generare, ripristinare, centri urbani sempre più eco-compatti attraverso la realizzazione di aree verdi da destinare al benessere pubblico.

Un benessere non solo ambientale/climatico, ma anche mentale, psicofisico, grazie alla possibilità offerta dalle aree verdi di evadere da quello che gli anglofoni definirebbero come “hustle and bustle”. Vale a dire il trambusto, la frenesia, il caos urbano della città.

Tra sostenibilità e organicismo

L’applicazione di elementi vegetali apre anche un’interessante riflessione sulle caratteristiche che sta assumendo l’architettura contemporanea.

Concettualmente, appare evidente una certa influenza dell’Architettura Organica di Wright, la quale si focalizzava sulla funzione strutturale e contestuale dello scenario naturale e la cui peculiarità era proprio la centralità dell’elemento ambientale (nonché l’impiego di materiali locali per la costruzione degli edifici) . 

Vi è però un’importante differenza tra l’organicismo di Wright e gli edifici green di Boeri. Se per Wright l’aspetto naturale era un elemento di “intorno”, di ambientazione, in cui inserire un edificio armonicamente allineato con il contesto, per Boeri è invece l’opposto.

Non è più l’edificio che si “incastra” nella natura. È la natura che, al contrario, si incastra nell’edificio, creando una sorta di giungla metropolitana, in cui ciò che spicca non è la forma dell’abitazione, ma la forma della vegetazione. O meglio: la forma dell’abitazione è data dalla disposizione della vegetazione.

L’intenzione architettonica non è quella di mimetizzare un edificio per renderlo parte della natura circostante (è il caso, ad esempio, della Casa sulla cascata di Wright), bensì renderlo ben visibile a tutti, ma al contempo armonioso, non disturbante. Questo attraverso una natura rigogliosa ed evasiva che non viene “schiacciata” dall’elemento architettonico (come ci si aspetterebbe nell’architettura canonica e come è sempre stato), bensì una natura che “evade” dall’apparato architettonico e al contempo “invade” l’edificio in questione.

E proprio il verbo “invadere” sembra essere quello più adatto per approcciarsi a queste scelte architettoniche. 

Se infatti, come è noto, è sempre stato l’essere umano ad invadere l’ambiente, con l’intenzione (legittima, ma spesso abusata) di dominio su di esso, questi edifici cambiano le carte in tavola. In essi è la natura l’invasore. Ma un invasore che non conquista, non domina. Semmai permette, contribuisce allo sviluppo, aprendo scenari artistico-architettonici in cui l’estetica si interseca con la funzionalità e in cui gli edifici non sono più esclusivamente il risultato dell’idea di chi li progetta, bensì il prodotto dell’interazione tra l’ingegno, l’estro umano e la ricchezza incorrotta della vegetazione.

FONTI

https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_(Milano)

https://www.stefanoboeriarchitetti.net/notizie/

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