Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un’evasione da un carcere. Mi serve, diciamo, un complice. Prima dobbiamo andarcene da questo bar, poi dall’albergo, dalla città e infine dal paese. Ci stai o non ci stai?

Munitevi di cinepresa e scegliete due estranei. Ora seguiteli e lasciate che la telecamera raccolga qualche immagine della loro vita.

16 anni fa…

Lost in Translation è un film del 2003, scritto e diretto da Sofia Coppola, ben interpretato e capace di riunire grande pubblico e critica internazionale sotto l’egida della comune approvazione.
Una pellicola essenziale, priva di particolari salti mortali o evidenze tecniche, ma abile nell’amalgamare le dimensioni parallele del quotidiano e dello straordinario.
Una pellicola costruita sulle spalle di due insoliti, ma convincenti co-protagonisti come Bill Murray e Scarlett Johansson.
Un’opera dal sapore agrodolce, di tante immagini e poche parole, in grado però di aggiudicarsi la statuetta dorata della migliore sceneggiatura originale.

Bob e Charlotte

Lost in Translation ruota attorno alle vicende di Bob Harris e Charlotte.
Lui attore in declino costretto a Tokyo per girare alcuni spot televisivi; lei giovane neo laureata piena di speranze, in terra Giapponese al seguito del marito fotografo. Lui in piena crisi di mezza età e sposato da venticinque anni; lei ragazza dolce, innamorata ma trascurata dal compagno di vita.

È una storia di solitudine, di lontananza da colmare, di insicurezze e scarse prospettive. Una storia di sentimenti spenti, opacizzati dal disarmante fluire del tempo all’interno di un grigio ordinario; orgogliosa manifestazione di un legame intrinseco tra esistenze profondamente diverse, avvicinate dal caso e dal whisky sotto il tetto di un albergo straniero inconsapevolmente condiviso. Il bancone del bar, luogo del primo incontro, funge da trampolino per l’evoluzione di un rapporto nuovo e anticonvenzionale. Bob e Charlotte si ritrovano fianco a fianco alla ricerca di una via di fuga; attori di una vita che non li soddisfa, guidati da un anelito d’aria fresca dopo i troppi anni trascorsi nell’apnea di un vuoto adeguarsi.

Due facce della stessa medaglia

Lost in Translation lancia sulla scena di Hollywood due ottimi interpreti, bilanciati con saggezza dalla sapiente mano di Sofia Coppola.
Bill Murray offre al pubblico un personaggio di particolare complessità lasciando che il suo Bob Harris si faccia simulacro di una profonda quanto dolorosa contraddizione interna.
Il sarcasmo, la simpatia e le gag comiche che lo coinvolgono si alternano infatti a momenti di logorante riflessione sulla sua vita e Bob si riscopre uomo in trappola, imprigionato in un’esistenza che ha perso di passione.

A qualche camera d’albergo di distanza una giovanissima Scarlett Johansson trova la sua consacrazione in una Charlotte dal considerevole spessore. Al declino di un attore stanco e disilluso si affianca per opposizione una vita che deve ancora cominciare, ma i cui progetti sembrano terribilmente frenati dalla paura di non essere al posto giusto. La paura di un futuro incerto che non si conosce e di fronte al quale il rassegnato accontentarsi rischia di sembrare una valida opzione.

Bob: “Più conosci te stesso e sai quello che vuoi, meno ti lasci travolgere dagli eventi”.
Charlotte: “Già… È solo che io non so cosa voglio diventare, capisci? Ho cercato di fare la scrittrice, ma detesto quello che scrivo. Mi sono messa a fare fotografie, ma sono mediocri. Sai, ogni ragazza attraversa una fase – la fotografia – con la fissa dei cavalli… o fa foto dei piedi”.
Bob: “Ce la farai di sicuro, non sono preoccupato per te. Continua a scrivere”.
Charlotte: “Ma ho dei limiti”.
Bob: “Non è un male!”

Il coraggio di Sofia Coppola

Lost in Translation è una pellicola che gioca con la dimensione temporale e non ha paura di prendere tutto il tempo necessario a sviscerarsi. Nonostante una durata complessiva di circa cento minuti, lo spettatore deve infatti attendere più di mezz’ora prima che Bob e Charlotte si avvicinino per la prima volta. Una scelta ardita ma che consente un’immersione totale nella vita dei due protagonisti. Un’immersione che acquista valore proprio nel passaggio da singolare a plurale, dal grigio della solitudine al colore della condivisione.

La cinepresa della Coppola sembra poi volersi adeguare al ritmo dei personaggi e alcune sequenze risultano notevolmente allungate rispetto all’uso comune del montaggio. Una scelta di regia ancora una volta molto coraggiosa ma che dev’essere letta e analizzata all’interno del disegno complessivo del film.
Un film che non vuole raccontare, ma osservare. Un film che prova a farsi semplice testimone di una quotidianità ritrovata e nuovamente luminosa, priva di colpi di scena e perfetta rappresentazione di una straordinaria ordinarietà.

Sofia Coppola dirige un piccolo gioiello cinematografico, sfruttando a pieno le abilità dei suoi interpreti e adoperando scelte registiche originali.
La storia d’amore di Bob e Charlotte è semplice, lineare ed essenziale, ma si chiama fuori a gran voce dagli schemi e dai cliché di genere.
Gli ultimi minuti rivelano a pieno l’essenza  della pellicola evidenziandone la sua forte volontà di allontanarsi da qualsiasi semplificazione banalizzante.

Le possibilità di un finale strappalacrime da quattro soldi si infrangono sull’originalità e sulla freschezza di una sceneggiatura brillante; e il dolce congedo conclusivo assume le sembianze di uno sguardo nuovo, colmo di rinnovate speranze; un raggio di sole per illuminare un futuro diverso.

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