L’uomo ha sempre cercato, dall’antichità fino ai giorni nostri, di superare nuove sfide. Che si tratti di quesiti logici o esplorazioni avventurose, il senso dell’ignoto e del sublime, concetto cardine della poetica e delle teorie proprie del Romanticismo, hanno spinto gli individui a superare i limiti, spostando la definizione di impossibile sempre più lontano. Se ogni attività umana si è evoluta grazie a scoperte e imprese ritenute irrealizzabili, è propria dell’alpinismo la ricerca del superamento dei limiti, in un continuo confronto tra natura, capacità e coscienza. In particolare, le scalate in solitaria rappresentano la sfida più intima e allo stesso tempo più dura possibile. L’individualismo puro degli atleti che si sono cimentati nella storia con le più alte pareti del mondo è qualcosa che affascina e terrorizza, tra coraggio, capacità e pazzia.

Sono moltissimi gli alpinisti e i rocciatori che nella loro carriera hanno compiuto ascensioni in solitaria, senza cioè l’ausilio di alcun compagno, in ogni possibile condizione ambientale e meteorologica. Ma cosa porta un individuo a un confronto così estremo? Infatti, scalare da solo significa non avere alcun aiuto in caso di emergenza: una semplice storta può trasformarsi in una situazione letale, perdere la via da percorrere può portare a situazioni di stallo critiche. Inoltre, durante la salita aumenta il fatale rischio di cadere. Da Bonatti a Messner, da Alex Honnold a Brette Harrington, donne e uomini nel corso degli anni hanno messo in gioco la loro vita per poter concludere la via che si erano prefissati. E non può essere solamente una questione sportiva.

La scelta di percorrere una strada così pericolosa, tanto da venire generalmente sconsigliata da tutte le maggiori associazioni alpinistiche, è dovuta a diversi fattori: innanzitutto, le grandi imprese alpinistiche individuali sono state portate a termine dai migliori atleti in attività, consapevoli delle loro capacità fuori dal comune e dei rischi da affrontare. Inoltre, la capacità di confrontarsi con se stessi senza avere aiuti esterni comporta una profonda accettazione dei propri limiti e dei propri desideri. Il bisogno di adrenalina deve essere ancorato alla competenza e a una profonda dedizione alla montagna. Tra le molte imprese andate a termine in modo positivo, sono innumerevoli le disgrazie accadute, sia per errori umani che per fatalità, dovute solamente al caso.

Quando Walter Bonatti scalò la parete nord del Cervino da solo, nell’inverno del 1965, dopo aver provato senza successo con alcuni compagni, la storia dell’alpinismo cambiò per sempre. Quell’impresa consacrò lo scalatore italiano come una vera e propria leggenda, e aprì definitivamente la strada alle scalate invernali solitarie, frontiera nuova per la scoperta delle Alpi. Reinhold Messner quasi quarant’anni fa riuscì a scalare l’Everest, la più alta vetta terrestre, da solo, cambiando per sempre la percezione di ciò che poteva essere considerato umanamente impossibile. Cosa ha spinto questo fuoriclasse a rischiare tutto per poter essere su quella cima contando solo sulle proprie energie? Molte altre sono le imprese sovrumane compiute su pendii e pareti negli anni, fino ad arrivare ad una scalata molto recente, quella di Alex Honnold del 2017 sulla parete de El Capitan, nello Yosemite Park.

Infatti, se scalare in solitaria è estremamente pericoloso, scalare in freeride, cioè in arrampicata libera, lo è ancora di più. Honnold, come mostrato anche nel film Free Solo vincitore del Premio Oscar 2019 per il miglior documentario, ha scalato in solitaria e senza alcun tipo di assicurazione, rinunciando quindi a corde, imbracature e altre protezioni, i 915 metri della famosa parete californiana. In poco più di tre ore di enorme sforzo fisico e incredibile lucidità mentale l’arrampicatore statunitense è riuscito a comporre la sua incredibile via, un misto di gestualità sportiva e artistica di indubbio coraggio e follia. Un semplice errore sarebbe stato fatale, perciò ogni singolo movimento è frutto di attenzione e perizia, e i passaggi di Honnold spaventano per la loro libertà e per la pesantezza di ogni singolo appoggio.

Queste imprese, per la loro stessa natura, dividono l’opinione pubblica, in quanto da una parte affascinanti e incredibili, ma dall’altra irrazionali, inutilmente rischiose e potenzialmente letali. Le stesse scalate in solitaria sono state oggetto di divieti legislativi, come nel caso dell’Everest, dato che il governo del Nepal ha deciso di vietare la possibilità di scalare la celebre vetta senza l’ausilio di un gruppo di supporto. Ma, se è certo che una certa dose di irrazionale incoscienza sia insita in ognuna di queste avventure, è anche certo che il giudizio morale deve in qualche modo interrompersi. In molte discipline il rischio è, per quanto calcolato, indissolubilmente legato all’azione, e proprio spingersi al limite è l’obiettivo degli atleti. Ma l’individualismo alpinistico, in questi casi, esprime qualcosa in più: il confronto con le proprie capacità è personale, così come il bisogno di libertà e l’accettazione del rischio. Se un grande sintomo di intelligenza e rispetto per la montagna, e per la vita, è la capacità di capire quando occorre rinunciare – e le storie di tutti i più grandi alpinisti e rocciatori mostrano come siano infinitamente di più le rinunce delle vittorie – è anche vero che occorre rispettare le scelte, consapevoli, di chi desidera confrontarsi con tali avventure estreme, una volta che tali azioni non siano un rischio per l’incolumità altrui, per l’ambiente e che siano prese in piena coscienza.

Per molti la montagna è più che un gesto tecnico o una gara sportiva, un ambiente capace di mettere a nudo passioni, volontà e capacità: una dura scuola di vita che, seppur crudele a tratti, non conosce i valori morali, del tutto umani, del bene e del male. Una scuola intransigente eppure romantica, capace di mostrare aspetti della vita e della propria coscienza altrimenti nascosti. Ormai anziano, Bonatti disse, in un suo discorso alla Società Geografica Spagnola, che “adesso più che mai sono convinto che la vita di un uomo abbia senso soltanto se vissuta in tutto quello che si ha dentro. Perché è lì, nella mente e nel sentimento, dunque nel principio vitale proprio dell’uomo, che vanno creati, e vissuti, i vari spazi“. Un pensiero che ben riassume la spinta vitale indomabile che muove questi conquistatori dell’ignoto, da soli o assieme a compagni d’avventura.

Non tutti devono scalare, non tutte le scalate devono essere solitarie e non sempre l’individualismo, cioè quella posizione filosofica per cui si tende ad affermare l’autonomia del singolo, è un bene, ma è anche vero che occorre sapere ascoltare i propri sogni e sentimenti, affrontare le proprie sfide e essere capaci di fare tratti di strada da soli: senza ascoltare i propri bisogni e le proprie fantasie non è possibile infatti interagire con gli altri in modo sincero e aperto, mostrandosi per quello che si è. Le grandi imprese alpinistiche in solitaria sono questo: un affresco senza tempo del bisogno di libertà dell’uomo, di sfidarsi e accettare i propri errori. Scalare una parete per conoscersi veramente. Ognuno dovrebbe saper riconoscere la propria parete, la propria sfida e la propria via per conquistarla.