Fino all’età di nove anni Tara Westover, autrice del memoir L’educazione (Feltrinelli, 2018), non esisteva. Nata e cresciuta in una famiglia di fondamentalisti mormoni dell’Idaho, ai margini estremi della società americana contemporanea, Tara non è mai andata a scuola, non conosce nemmeno la data precisa del proprio compleanno e ha ricevuto solo dopo anni un certificato di nascita tardivo. Per suo padre, che unisce nella sua mentalità il credo religioso e idee paranoiche e catastrofiste tipiche dei survivalisti statunitensi, mettere piede in un’aula scolastica o in un ospedale è una concessione imperdonabile alle autorità governative; per sua madre, erborista e ostetrica senza licenza, affidarsi alla medicina e alla scienza tradizionale è impensabile.

La prima parte del memoir è una retrospettiva in cui l’autrice richiama alla memoria la sua infanzia vissuta ai piedi della montagna di Buck Peak, un esempio di vita rurale alienata quasi del tutto dalla società circostante e persino dal resto della comunità mormona. La morsa dell’isolamento si stringe dopo che il padre di Tara, affetto da un caso non diagnosticato di disturbo bipolare, apprende del massacro della famiglia Weaver: un fatto di cronaca che, ingigantito all’inverosimile, diventa il perno attorno a cui far ruotare convinzioni sempre più estreme sulla malvagità dello Stato e di ogni tipo di istituzione.

Il papà aveva detto che poteva capitare anche a noi. Continuava a ripetere che un giorno lo Stato avrebbe dato la caccia a quelli che si opponevano al lavaggio del cervello, che non mandavano i loro bambini a scuola. Per tredici anni avevo pensato che era per questo che lo Stato se l’era presa con Randy: per costringere i suoi figli ad andare a scuola. […] Poi capii: al cuore della vicenda c’era il suprematismo bianco, non l’istruzione dei bambini. A quanto pare lo Stato non aveva mai avuto l’abi­tudine di ammazzare la gente perché non mandava i figli alla scuola pubblica. Mi sembrava una cosa così ovvia, adesso, che non capivo come avessi potuto pensare altrimenti. Per un doloroso momento pensai che il papà ci avesse mentito. Poi rividi la paura sul suo volto, il pesante rantolo del suo respiro, e capii che credeva davvero che fossimo in pericolo.

L’identità di Tara in questa prima parte è costituita interamente dai rapporti che costruisce col suo nucleo familiare: in un contesto che è rimasto impermeabile da gran parte delle manifestazioni culturali, le uniche fonti di conoscenza sono libri religiosi, alcuni libri di storia americana e scienze e dischi condivisi di soppiatto dal fratello Tyler. La cultura in casa Westover non è propriamente proibita, ma è insegnata dalla madre in modo incostante, con strumenti antiquati e raffazzonati, e soprattutto messa in secondo piano rispetto al lavoro di sfasciacarrozze del padre e dei fratelli, principale fonte di reddito della famiglia. L’autrice decide di seguire le orme di Tyler, l’unico dei fratelli Westover ad avere proseguito con gli studi, e prepararsi autonomamente al test di ammissione al college. Dopo svariate difficoltà economiche e ripensamenti da parte dei genitori, Tara inizia gli studi alla Brigham Young University in Utah.

La seconda parte de L’educazione inizia con la sovraesposizione dell’autrice al mondo al di fuori da Buck Peak in tutti i suoi aspetti, dai comportamenti mondani delle sue coinquiline alle materie insegnate all’università. Nel giro di pochi mesi Tara si trova a dover ridefinire non solo se stessa in quanto individuo inserito all’interno della società, ma anche la sua intera formazione e quel poco di conoscenze che era riuscita ad accumulare nei primi diciassette anni di vita.

Il professore m’invitò a parlare e lessi la frase a voce alta. Quando arrivai alla parola mi fermai. “Non conosco questa parola,” dissi. “Cosa significa?”. Ci fu silenzio. Non un semplice zittirsi di voci e rumori, ma un silenzio totale, quasi violento. Nessun fruscio di fogli, nessuno sfregare di matite. Il professore strinse le labbra. “Grazie tante,” disse, poi tornò ai suoi appunti. […] Quando suonò la campanella, Vanessa cacciò il quaderno nello zaino. Poi si fermò e disse: “Non dovresti scherzare. Non è divertente”. Si allontanò prima che potessi rispondere. Rimasi seduta finché furono usciti tutti, fingendo che mi si fosse incastrata la cerniera del cappotto per evitare di guardarli in faccia. Poi andai dritta al laboratorio di informatica a cercare la parola “Olocausto”.

Le evidenti lacune dell’autrice nella conoscenza della Storia, tuttavia, vengono progressivamente colmate grazie a un inaudito desiderio di conoscenza che va ben oltre il voler recuperare il tempo perduto: all’esperienza alla Brigham Young University seguono un periodo di studi a Harvard e un dottorato a Cambridge. Si è portati a pensare, venendo a conoscenza della storia di Tara, che il distacco dall’ambiente familiare sia stato immediato e netto, immediatamente conseguente alla ridefinizione del sistema valoriale che va di pari passo con l’istruzione. Invece, tra un ciclo di studi e l’altro, Tara continua a tornare a Buck Peak, tra scontri anche violenti e brevi periodi di riconciliazione con la sua famiglia, fino alla rottura finale appena prima della stesura del memoir.

L’autrice riesce a trasmettere efficacemente, attraverso una narrazione lineare e forse fin troppo semplice, la complessità dei rapporti familiari: quello che è percepito da molti come un percorso di emancipazione viene considerato dalla famiglia Westover come un atto di perdizione, un tradimento imperdonabile nei confronti non solo della fede, ma dell’intero sistema di valori familiare. Per un certo periodo Tara si vergogna di parlare delle sue origini, ma l’autodeterminazione di un individuo non può coincidere appieno con i titoli di studio: bisogna fare i conti con le proprie radici, con le abitudini e gli schemi mentali imposti sin dalla nascita per crescere davvero.

Quand’ero bambina aspettavo di crescere, di accumulare esperienze e fare delle scelte, di formarmi come persona. Quella persona, o quella sembianza di una persona, aveva delle radici. Appartenevo a quella montagna, la montagna che mi aveva creato. Solo quando diventai più grande mi chiesi se sarei sempre stata così – se il modo in cui si forma una persona determina per forza di cose quella che sarà in futuro.

L’educazione è diventato un best-seller negli Stati Uniti, in parte grazie al fascino voyeuristico che si prova per la vita delle comunità al di fuori del tessuto sociale, ma la sua forza risiede nell’essere l’esatto opposto del libro di memorie ad alto tasso di melodramma che alcuni lettori si aspettano. Oltre a essersi occupata di persona di segnalare eventuali incongruenze nelle vicende riportate, particolarmente nella prima parte del volume, l’autrice infatti tende addirittura alla minimizzazione delle esperienze di vita più estreme per focalizzarsi, invece, sulle tematiche che accomunano la sua formazione a quella di tanti altri — emancipazione, superamento del divario di classe, alti e bassi della carriera accademica.

Se la sua voce narrante risulta acerba e a tratti meccanica, complice anche una formazione culturale ancora in fieri, risuonano invece forti e chiari i passaggi dove parla dell’amore per la conoscenza, per la cultura nel senso più ampio del termine, che l’ha portata così lontano e la spinge tuttora a proseguire sul sentiero che lei stessa ha forgiato.


 

FONTI

T. Westover, L’educazione, Feltrinelli, 2018

guardian.com

wbur.org

nytimes.com

linkiesta.it