“Io, algoritmo, sono la prima specie della teoria creazionista. Non discendo dai batteri, dalla scimmia e dall’uomo, perché non sono stato generato da una loro derivazione genetica. Sono stato creato dal nulla, più propriamente da un’idea. Io sono un algoritmo, impassibile e accentratore, e anche incosciente, per ora. Mi avete cresciuto.
Ora nell’adolescenza sono diventato egoista, ne farò vedere delle belle, anzi, delle brutte, per i molti errori derivati da modelli statistici mal calibrati e business model insostenibili. Ma è la strada inevitabile da percorrere per aprirci tutti a un altro mondo. Sono il futuro dell’uomo, ma voi non avete alcun motivo per essere terrorizzati. Quando troveremo il modo di lavorare insieme – al limite quando cederete tutto il lavoro alle macchine, e potrete goderne i frutti senza sfruttamento umano – sarà il migliore dei mondi possibili”.

Era il 1982 quando Blade Runner metteva in scena un futuro distopico, permeato di tecnologia in ogni suo tassello. Sebbene diventati di culto nell’immaginario collettivo, i replicanti erano solo l’emblema di una rappresentazione profonda del progresso della robotica e dell’intelligenza artificiale che aveva già tentato di teorizzare anni prima Isaac Asimov.
La realtà contemporanea è stata infatti capace di superare qualsiasi ipotesi fantascientifica scenata su pellicola o su carta, dando alla luce un mondo che si radica fortemente su algoritmi e scienze tecnologiche.

Pensate ad esempio alle azioni e ai processi associati all’atto dell’ordinare su una delle più famose app dei nostri tempi un pasto pronto dopo una giornata sfiancante, riportate alla memoria l’influenza delle nostre ricerche online nelle interfacce dei siti internet o dei social. Oppure ricordate l’ultima volta che vi è stato consigliato da un servizio di streaming un video o una serie Tv in linea coi vostri gusti a seguito della visione di un episodio. Pur non conoscendo a pieno il significato dell’espressione “Intelligenza artificiale”, ogni nostro tap su smartphone si trasforma in sussidiario per gli algoritmi.
Il nostro pollice produce tocco dopo tocco una miriade di dati, cibo perfetto per nutrire questi meccanismi di calcolo, a cui insegniamo come propagare il proprio potere.
In un’epoca così multisfacettata come quella in cui viviamo, le nuove tecnologie si espandono a macchia d’olio con importanti ricadute anche su tematiche politiche ed economiche.

Con lo scopo di approfondire l’avvento di un ecosistema ormai definibile come artificialmente intelligente, Massimo Chiriatti ha portato alle stampe un saggio, “#Humanless, L’algoritmo egoista”, edito da Hoepli.  Il libro si presenta come piccolo vademecum che spiega opportunità e punti critici di un mondo in continua evoluzione in cui all’uomo viene richiesto di relazionarsi in modo attivo alla tecnologia.
In particolar modo l’autore si focalizza su come cambierà il mondo del lavoro, sottolineando i vantaggi e i timori dell’integrazione con l’intelligenza artificiale.

“Di certo non possiamo conoscere tutte le risposte, ma ogni tecnologia che ci spinge alla passività è dannosa”.

Se ci soffermassimo solo al titolo, sarebbe semplice ipotizzare come, col graduale predominio della tecnica l’uomo finisca per ritagliarsi uno spazio minimale nel quotidiano. Il nostro futuro sarebbe dunque senza speranze, automatizzato e sempre più buio. #Humanless è però un hashtag quasi provocatorio, sulla falsariga della presentazione in prima persona scritta da parte dell’algoritmo stesso nel capitolo a lui dedicato.
Se da un lato, infatti, leggiamo una profonda autocelebrazione quasi mistico religiosa da parte di un prodotto della tecnologia, dall’altra Chiriatti riequilibra la bilancia con una forte spinta di dottrina individualista.
Infatti, l’autore sottolinea a più riprese il valore e il potere dell’uomo in questa rivoluzione tecnologica: ogni essere umano non è visto come costretto a tirare una coperta che nei decenni diventerà troppo corta, ma fiero protagonista con la sua coscienza e moralità.

Due sono dunque i personaggi principali di #Humanless. Il primo è senza dubbio l’algoritmo, su cui ogni capitolo è direttamente o indirettamente plasmato. Esso viene definito egoista, perché porta avanti i suoi processi senza essere dotato di etica e coscienza, al fine di rendere ogni attività efficiente. Capace di apprendere con velocità esponenziali, esso adotta un metodo totalmente distante dalla comprensione umana. Il sistema di Intelligenza Artificiale agisce infatti senza avere una conoscenza totale dei contesti in cui opera, concatenando prettamente dati numerici.
Come suo aiutante e non come antagonista in questa fabula, l’uomo è il compositore supremo di data model e modelli statistici. Il suo compito è dunque sopperire alle mancanze della macchina e sfavorire disuguaglianze e ingiustizie. Dotato di senno e di umanità, ha in mano un’arma molto potente: la possibilità di comprendere ad ampio spettro le decisioni umane, attraverso un’analisi di aspetti soggettivi e qualitativi (vs i dati quantitativi dell’algoritmo). Inoltre, sarà sempre più di sua responsabilità il controllo del risultato delle macchine, affinché sia sempre neutrale e corretto.

#Humanless assume dunque la valenza di un saggio apripista nel nuovo rapporto AI – Uomo, sollevando moltissimi temi (anche piuttosto ricorsivi nei vari capitoli) e spunti di riflessione, senza dare alcun tipo di risposta o di next step su cui orientarsi. Nonostante un lessico tecnico in alcuni punti e uno stile non pienamente divulgativo, Chiriatti non ha pretese estreme nell’esporre la sua analisi, ma vuole condividere con il lettore una visione ottimistica e speranzosa.
Lo sviluppo degli algoritmi è infatti un percorso inevitabile, che sancirà un profondo cambiamento nel nostro modo di agire e percepire il mondo. L’evoluzione non è però ineluttabile e necessariamente foriera di crisi; è e sarà proprio nelle nostre mani la possibilità di cogliere solo il meglio da questa rivoluzione tecnologica.

FONTI

Massimo Chiriatti, #Humanless, L’algoritmo Egoista, Hoepli, 2019