Pensiamo al tempo come una freccia, un contenitore o, con Kant, come una forma presupposta nella nostra percezione del mondo. Ci scivola così tra le mani tutta la forza ontologica, la complessità semantica che fa del tempo, della storia e dei momenti il muro portante del motivo della nostra esistenza.

Come Heidegger aveva intuito – pur se all’interno di un sistema teorico troppo forte per darci strumenti pratici nel campo della quotidianità, dell’ “esistentivo”– la temporalità è il senso e l’orizzonte di senso che caratterizza nella maniera più fondamentale l’esistenza umana. Lo spirito e il significato della vita nella sua ragione più profonda.

Il tempo è un patrimonio ontologico essenziale. Spesso, tuttavia, in questo momento storico, viene sacrificato a favore della scena di strutture, idee, e narrazioni che, in realtà, perdono tutta la loro forza esplicativa se non comprese nell’orizzonte di senso determinato dal tempo. Per esempio: la nostra epoca si è macchiata di un’assurda trasvalutazione di senso, quando ha pensato di poter utilizzare in una veste nuova le nozioni di “progresso”, “sviluppo” e “crescita”, privandole del loro evidente contenuto temporale e costringendole forzatamente nelle categorie di un presentismo senza storia e senza futuro.

In questo articolo cercheremo di notare come il presente perde di senso, di significato e di uno scopo, se non compreso all’interno di ciò che nella maniera più fondamentale è sensato. Il tempo che scorre, si promette e ci ricorda.

Ci risulta persino impossibile parlare della nostra “epoca”, del nostro “tempo”, della nostra “cronaca”. Dobbiamo infatti determinare questi elementi in un’ottica temporale di qualsivoglia natura. La convinzione è che nel flash crash di una scintilla di post-umanità sia possibile fare a meno di ricordare la nostra storia e di pensare seriamente al futuro.

Il tentativo dell’umano post-etc. è quello di liberarsi da una supposta “tirannia del tempo”, fluidificandolo, rendendolo più smart, accelerandolo, quando in realtà dalla temporalità non si sfugge allo stesso modo in cui non esiste un libro senza pagine, non esiste un mare senza acqua e non esiste religione senza Dio. Così, non esiste civiltà senza tempo, non esiste cronaca senza storia.

La realtà dell’epoca che stiamo vivendo pretende di poter vivere senza storia. Pretende di poter essere del tutto laicizzata nell’assenza di uno spirito della sua storia. Il Destino, quell’idea che i greci e gli autori moderni come Buber e Severino associavano alla più pura libertà, oggi viene ingiustamente identificato con un Fato.

Ma mentre il Fato è ciò che predetermina l’avvenire e specifica il passato nell’ordine di un’imperscrutabile concatenazione di cause – come il mondo divinizzato di Spinoza, in cui le responsabilità e le libertà personali si riducono ad un ordine assoluto e perfettamente criptato –, il Destino è un’armoniosa unità di tutto ciò che è. Un’unità che si manifesta nel tempo e che è assoluta perché capace di mantenere al suo interno l’apparente contraddizione della libertà individuale e dell’univocità di senso universale.

Ora, se osserviamo la fotografia socio-economica degli ultimi trent’anni di storia umana, vedremo come le manifestazioni del pensiero generalizzato tendano a negare la storia. A pretendere una libertà senza Destino e concentrare tutto il proprio conatus essendi in quello che qualcuno ha chiamato un “eterno presente”. L’adeguamento dei ritmi biologici umani a quelli macchino-algoritmici ha portato l’essere umano – che originariamente è fatto per progettare prospettive, ricostruirsi nelle sue memorie e percorrere il presente con un sacro preziosismo esistenziale – ad adeguare il flusso del suo sangue alla rapidità dei passaggi d’elettricità tra i transistor.

La capacità progettante dell’essere umano contemporaneo non è più indirizzata agli ideali di ampio respiro o ad un cammino verso una maggiore libertà. Al contrario, è sfruttata per creare routine e time-table per discretizzare il presente. Progettarsi non vuol dire più definirsi progressivamente nella trasformazione dei propri sogni in realtà. Vuol dire adattare il presente quotidiano a tempi macchina.

Ora, qualcosa come un “tempo macchina” nemmeno esiste, se prendiamo le due parole che lo compongono nel loro senso più proprio. La macchina è strumento, efficacia di riproduzione, e definisce la propria essenza nella ridondanza. Il tempo, invece, come orizzonte di senso più proprio dell’essere umano, parla dell’irriducibilità della libertà umana alla ridondanza di un meccanismo. È per questo che la nostra ambizione al “tempo macchina”, con l’adeguamento delle giornate umane agli algoritmi di efficienza o, tuttalpiù, con l’estensione del presente ad un domani (non un futuro) che continui a far funzionare l’algoritmo in modo perpetuo, è una condizione innaturale che ci condanna, oltre che al crollo psico-fisiologico, all’insensatezza della vita e della realtà.

Matrix: perdita di senso

Il film Matrix è forse l’esempio classico per descrivere questa condizione di dispersione esistenziale, di perdita di senso. Neo, il protagonista, l’eletto in grado non solo di percepire il gap esistenziale tra il mondo fittizio e quello reale, ma anche di avere la potenza adatta a risanare l’umanità nella sua pretesa di realtà. È l’esempio di una personalità contemporanea, intrinsecamente dissociata. Ma la dissociazione non è tra un “1” e un “2”, tra due realtà. Bensì tra un “1” e un “non-1”. Tra l’autentica realtà di essere umano, una realtà sensata poiché spiegata in una sfera temporale propriamente antropo-logica, e una proiezione computazionale in cui degli umani risulta solo la loro contabilità superficiale.

Neo, come chi scopre la dissociazione, l’annichilimento di una parte o di tutto se stesso, prende consapevolezza della realtà. A differenza del “consapevole” dei nostri tempi però – penso a Mark Fisher, Slavoj Zizek, Ken Loach e Bojack Horseman – egli ha pure la potenza sufficiente per uscire dal dilemma suicidio/rassegnazione. Combatte perciò contro i ritmi di assorbimento delle macchine.

tempo

Oggi, però, la questione è molto più complessa del semplice problema macchinico.

La macchina con cui abbiamo a che fare non è quella del telaio meccanico, nemmeno quella del computer aziendale. Oggi la “macchina” è la rete iperconnessa, il cloud, il machine learning, l’algoritmo di classificazione e regressione. Oggi non è nemmeno immaginabile uno scontro tra l’intelligenza umana e la super efficienza algoritmica. In una puntata di The Office, una serie dei primi anni 2000, il talentuoso venditore Dwight Schrute ingaggia una sfida di vendite con il nuovo sito dell’azienda. A fine giornata riesce a batterlo. Ovviamente, dopo amari momenti di sconforto e rassegnazione di fronte alla straordinaria velocità della macchina.

Oggi, Dwight non penserebbe nemmeno di ingaggiare una sfida. È molto probabile che il Dwight del 2020 sarebbe un bravo venditore perché saprebbe leggere e dar credito ai dati forniti dall’algoritmo aziendale. Questo oramai non è più un semplice computer, uno strumento distaccato. È invece una simil-realtà massimamente pervasiva. Il centro vitale dell’azienda non sono più Dwight, Pam, Michael e Jim, ma l’algoritmo che gestisce al meglio le informazioni sui clienti.

Nel suo articolo per Not intitolato “Le catene del presentismo”, Riccardo Papacci cita giustamente Ballard quando parla di “smantellamento del tempo”, nell’immersione totale nella propria fame e nel proprio edonismo, che nasconde il passato e il futuro nel pieno collasso nella propria ricettività attuale. Così osserva Papacci.

Persino totalitarismi come il fascismo erano fortemente programmatici e ambivano alla costruzione di un futuro “migliore”.

Al nuovo Capitale non serve più un individuo intero e pienamente disciplinato da rinchiudere, rendere mansueto e indottrinare. Il lavoratore è invece parametrizzato nei termini di occorrenze totalmente fugaci, presenziali, prive di prospettiva, che rimandano semplicemente e acriticamente a dei modelli di sviluppo fortemente impersonali, computati, data-based. È la nuova industria del feedback e dei sensori numerici di prestazione al minuto. Il controllo ineffabile e distribuito di quelle «valutazioni» multidirezionali lamentate da Mark Fisher.

Un caso fondamentale da ricordare – come fanno Papacci, Fisher e molti altri – nel parlare del presentismo dominante l’ontologia sociale dei nostri tempi, è quello del cambiamento climatico e dei disastri ambientali causati dall’uomo.

Capitalocene

Molti parlano di “Antropocene”, ma noi troviamo più adeguata la definizione “Capitalocene”, data da J. W. Moore, che descrive questo fenomeno come quell’operazione capitalistica di strapazzamento di questo pianeta e dei suoi organismi. Ora che, dopo anni di abusi, ci siamo trovati di fronte alla faccia del nemico, che è la nostra stessa faccia, i governi mondiali e le grandi Corporation si trovano a procrastinare il più a lungo possibile. A prendere misure di facciata e a lasciare i numeri delle statistiche sul clima come sono. A lasciare che 100 aziende continuino a produrre il 70% delle emissioni, deresponsabilizzandosi il più possibile dicendo a noi consumatori “consumate di meno”.

Anche questo, soprattutto questo, è il presentismo dei nostri giorni. L’incapacità e la mancanza di voglia di uscire da questa fitta nebbia con cui ci siamo avvolti. Questa nebbia dell’eterno presente fatto di depersonalizzazione, oggettificazione e consumismo che ci impedisce di pensare seriamente, ideologicamente, utopisticamente, coraggiosamente alla dimensione futura del bene nostro e del pianeta. Ma anche alla dimensione passata dei nostri valori di benessere culturale. Alla dimensione eterna del rispetto dell’umano e del vivente.

Al di là di questa inerzia senza vita che avvolge la politica, le passioni individuali e le idee di gruppo, sembra poterci essere solo la possibilità del suicidio. Scrive così Papacci.

Sarebbe almeno rincuorante poter ammettere di aver fatto la scelta di pigiare il piede sull’acceleratore per vedere finalmente il collasso in diretta. Oppure aver accettato, attraverso tutte le sue conseguenze, il fatto che la vita non sia dotata di senso. Per questo invocare una pulsione di morte più grande di noi che ci porti via. Insomma sarebbe liberatorio – oltre che in qualche modo razionale – sapere che questa nostra indifferenza è parte di un progetto. Purtroppo non è così.

Ma esiste un modo per uscire dal ping pong tra inerzia e suicidio?

Sì, precisamente nella riscoperta del nostro senso, in tutte le sue dimensioni, del nostro tempo di immaginare, ricordare, rispettarsi e impreziosirsi. La contemporaneità è persino giunta a demonizzare parole come “ideologia” e “utopia”. Travisa invece nella maniera più selvaggia i concetti di “progresso” e “crescita”. Li atemporalizza, asservendoli a una logica presentista che non si adatta alla purezza della nostra essenza. Evitare il suicidio o la morte per overdose di abbagli si può fare.

Basta solo riscoprirsi come figli di una natura che scorre e di una storia che non dimentica.


FONTI

Papacci, “Le catene del presentismo”, Not, 18 settembre 2019.