Se a soli 23 anni ti ritrovi a essere conosciuto in tutto il mondo e a guidare un movimento per la democrazia a Hong Kong, probabilmente non è successo per caso. La storia di Joshua Wong, giovane quanto determinato attivista e politico hongkongese, è quella di un ragazzo che ha deciso di combattere per valori che per molti dei suoi coscritti occidentali sono assodati e scontati: la libertà e la democrazia.

Nato in una famiglia di ceto medio nella città-stato asiatica di Hong Kong nel 1996, Joshua sale alla ribalta internazionale appena diciottenne, in quanto prende parte alle proteste a Hong Kong del 2014, passate alla storia come “Rivoluzione degli ombrelli”. Parte attiva delle proteste organizzate all’interno della campagna Occupy Central with Love and Peace, organizza con gli attivisti di Scholarism, movimento da lui stesso fondato, lo sciopero degli studenti. Le proteste nascono in reazione al rifiuto cinese di approvare una riforma elettorale che permetta l’elezione democratica del capo esecutivo di Hong Kong senza interferenze da parte di Pechino. In quanto leader studentesco appartenente al movimento, Wong viene arrestato con altre settantaquattro persone il 27 settembre 2014 dopo aver occupato assieme a centinaia di manifestanti la piazza di fronte al palazzo governativo. Proprio nello stesso giorno, un suo discorso accorato e determinato contro la posizione cinese infiamma i manifestanti che, continuando a imbracciare gli ombrelli per difendersi dai gas lacrimogeni della polizia, continueranno le proteste fino al dicembre dello stesso anno. In seguito a questi fatti, <<Time>> lo include tra i teenager più influenti dell’anno.

Da quel momento la crescita politica di Wong continua imperterrita. Nel 2016 nasce il partito Demosistō, di cui è segretario, costruito assieme agli altri leader studenteschi delle proteste 2014: Agnes Chow, Nathan Law e Chris Kwok Hei Yiu. Obiettivo principale del movimento è l’indipendenza di Hong Kong dalla Repubblica Popolare Cinese, lungo diverse tappe di progressiva devoluzione di sovranità, entro il 2047. Nel 2017 con Wong viene arrestato anche Law, il più giovane deputato eletto nella storia di Hong Kong, per i fatti riguardanti le rivolte degli anni precedenti. Nel frattempo viene pubblicato il documentario Joshua: Teenager vs Superpower di Joe Piscatella. Nel gennaio 2018, Wong è nuovamente incarcerato per le nuove proteste di piazza di cui è, ancora una volta, protagonista instancabile: rilasciato su cauzione pochi giorni dopo, viene interdetto da ogni carica pubblica fino al 2022. Wong non si dà per vinto e risponde facendo un viaggio negli Stati Uniti, al termine del quale riesce a convincere il Congresso ad approvare un atto che impone sanzioni ai funzionari cinesi e hongkongesi responsabili della violazione dei diritti dei manifestanti.

Nel corso delle veementi proteste del 2019, questa volta sorte in particolare per contrastare la proposta di estradizione in Cina che minaccia i diritti degli oppositori politici e dei cittadini di Hong Kong, Wong guida, assieme agli altri leader, due milioni di persone per le strade della città: un quarto della popolazione complessiva dello stato manifesta attivamente contro questa minaccia legislativa. La rivolta civile è documentata dai media di tutto il mondo e, dalle immagini, colpisce la violenza delle bande di teppisti – non è chiaro se appoggiate dai conservatori pro-Cina – che assalgono con mazze e altri oggetti contundenti i manifestanti. Caratteristiche essenziali e centrali delle rivolte, sia del 2014 che, in seguito, del 2018 e del 2019, sono la non violenza e la disobbedienza civile. I manifestanti sono determinati ma pacifici, opponendosi al governo seguendo gli insegnamenti che già furono di Gandhi e, ancora prima, di Henry David Thoreau.

Se anche l’agenzia internazionale Humans Rights Watch ha definito la politica imperialista di Xi Jinping, così come l’uso della forza durante le repressioni dei malcontenti interni, come una vera e propria minaccia globale per i diritti umani e politici, allora non è difficile riconoscere l’estrema caparbietà che dimostrano gli altri attivisti di Hong Kong. In tutto questo, colpisce come un giovane e comune cittadino, Joshua Wong, possa diventare un leader politico, simbolo per una generazione e in generale per la democrazia hongkongese: è lui stesso, in uno scritto realizzato assieme a Jason Ng, a individuare alcuni elementi essenziali che non dovrebbero mancare per poter essere vigili e consapevoli guardiani della libertà in cui viviamo, come ad esempio mantenersi informati tramite agenzie affidabili, notare e mostrare, anche attraverso i social, ciò che riteniamo ingiusto, imparare a conoscere e capire la politica e manifestare pacificamente il disaccordo. Sono azioni semplici e che molti possono ritenere scontate, ma se praticate con costanza e passione, nel rispetto della società e della propria coscienza, possono davvero cambiare il mondo in cui si vive.

Un ragazzo ad Hong Kong ha manifestato in piazza, ha urlato, è stato arrestato. Un ragazzo nostro coetaneo ha difeso i suoi diritti, quelli dei suoi genitori e dei suoi futuri figli. Non era solo ieri, non lo sarà neanche domani. Non esiste ancora un mondo in cui i diritti di ognuno possono davvero essere rispettati e compresi, in cui chi è governato può davvero eleggere chi lo governa. Forse non esisterà mai. Ma occorre provare perché, senza il tentativo, sappiamo già come andrà a finire: la speranza verrà soppiantata da un’amara certezza.