«No, ti ho detto che non posso.»

«Ti prego.»

Le parole della donna arrivano indistinte alle nostre orecchie, solo un mormorio che non riusciamo a decifrare. La voce dell’uomo è più profonda e sicura, nel buio rimbomba leggermente, confondendosi col rumore scuro delle onde che si infrangono sugli scogli, un roboante e continuo lamento che proviene dalle profondità del mare.
Noi cerchiamo di fare finta di nulla, sdraiati nel buio sul pontile che ondeggia lentamente e regolarmente, fissiamo le stelle sopra di noi e ci stringiamo le giacche spesse intorno al corpo. Non è tardi, ma le giornate di dicembre sono estremamente corte e fredde.

«Secondo te quella stella si sta muovendo?»

Fisso attentamente il puntino luminoso che mi sta indicando con il dito.

«Sembrerebbe…»

Ovviamente non è vero, è una nostra impressione. Ridiamo sommessamente, cercando di non fare rumore. Mentre striscio la punta dello stivaletto sul legno quasi marcio, l’uomo e la donna nascosti nell’ombra dietro di noi ricominciano a parlare, lei in un sussurro, lui in un ruggito.

«Ma perché non lo lasci? Perché ci costringi a fare questa vita?»

Li avevamo intravisti quando eravamo scesi nella spiaggia che pensavamo fosse deserta; due sagome nere nel buio ai piedi di una scala di pietra incassata in un alto muro coperto di edera e fiori. La luce del faro, lontana ma sempre visibile, regolare e costante nel suo ruotare, e le luci del piccolo porto poco distante illuminavano i contorni delle due persone che stavano sussurrando in maniera concitata. Avevamo guardato le nostre ombre e avevamo deciso di restare, non li avremmo disturbati, ci saremmo semplicemente sdraiati a fissare le stelle.
Ma era impossibile, ora, fare finta di niente, fare finta di non sentire quello che si dicevano. Lui mi stringe la mano, io sorrido, ed entrambi sappiamo. Il mare a dicembre è silenzioso e irrequieto come noi. E’ freddo come le nostre guance arrossate. Fa paura, come fa paura a noi quello che abbiamo dentro.
Io rabbrividisco, sento una scossa fredda percorrermi tutta la spina dorsale, ma è piacevole. Mi avvicino di più a lui, mi stringo contro il suo corpo caldo.

«E’ mio marito»

«E allora? Sono stato solo un divertimento.»

Lei mormora qualcosa, lui sospira in maniera nervosa. Lei vuole difendersi, discolparsi, non fare del male, lui non sa più cosa fare.

«Quella è la nostra stella.»

«Quale, questa che si muove?»

«Sì.»

Una nuvoletta di vapore esce dalla mia bocca calda e si perde nel buio sopra di noi.

«Senti, è andata così.»

« È andata così.»

Lui cerca di toccarla, allunga una mano per sfiorarle l’avambraccio in un’ultima carezza. Resta immobile mentre lei si allontana.

Sentiamo lei salire i gradini di pietra, il rumore dei suoi passi, la ghiaia sotto alle sue scarpe. Dopo qualche minuto di un silenzio rotto solo dal respiro pesante, lui se ne va dalla parte opposta, facendo attenzione a non inciampare nelle pietre che non riesce a distinguere e di cui vede solo la sagoma.

Quando siamo sicuri che entrambi sono ormai lontani scoppiamo in una risata. Non è una risata cattiva, è semplicemente una risata felice. Perché noi siamo diversi. Noi non siamo loro. Noi non saremo mai come loro.
Va così. Ci stringiamo in un abbraccio, la mia giacca invernale contro la sua, le mie mani nelle sue tasche, i suoi guanti e le frange della mia sciarpa.

Va così, e noi ridiamo, perché non sappiamo ancora che le persone si innamorano di altre persone. Che le persone ti tradiscono, ti lasciano, se ne vanno oppure restano immobili. Ci stringiamo e quella stella sarà per sempre nostra, anche quando sarà andata così. E’ metà dicembre, e noi abbiamo ancora tutto davanti. Non lo sappiamo e non ci importa di nient’altro.


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