Twitter, nato ormai nel lontano 2006, è uno dei social network più utilizzati al mondo, capace di connettere in tempo reale milioni di persone: una rete virtuale dove le notizie e le opinioni personali rimbalzano con una velocità assordante. Un luogo dove cresce e si forma la politica mondiale. Sempre di più, infatti, le dichiarazioni dei leader politici passano da questa piattaforma, da cui poi vengono divulgate per mezzo di telegiornali, uffici stampa e altri media, così che i nomi dei leader siano onnipresenti nella routine digitale dei cittadini. A questo punto, a quasi quattro anni dall’elezione di Trump alla Casa Bianca o del referendum Brexit, è lecito interrogarsi riguardo l’importanza e l’efficacia di questa comunicazione sulle nostre democrazie. In pochi caratteri di un tweet è possibile racchiudere una soluzione politica a questioni complesse? È realmente necessario conoscere le preferenze musicali o culinarie dei nostri rappresentanti? La comunicazione social è sempre rispettosa degli interlocutori?

Nel corso di questi anni gli studi rivolti alla comunicazione social dei candidati politici sono stati diversi, ora volti a studiare la quantità di messaggi, ora gli argomenti trattati o il target di riferimento. I dati mostrano inequivocabilmente come la politica dell’ultimo decennio si sia adattata splendidamente ai salotti virtuali. Le figure politiche più di rilievo, infatti, affidano le loro esternazioni e i loro pensieri riguardo qualsiasi questione a Twitter, tanto da cercare di essere dei veri e propri influencer. Emblematico in questo senso è il Presidente statunitense Donald Trump, che, anche attraverso uno stile iconico, è uno dei pochi che twitta personalmente senza l’ausilio di un apposito staff: aggressivo e molto polemico, è riuscito ad imporsi nel confronto elettorale del 2016 e intende candidarsi per la Casa Bianca anche nel 2020. Trump twitta mediamente quindici volte al giorno, ma i numeri si impennano vertiginosamente nelle giornate in cui subisce attacchi politici importanti, tanto che arrivò a pubblicare ben 122 tweet il giorno dell’inizio della procedura di impeachment. La mole di messaggi affidati ai social è impressionante, ma anche il contenuto di molti di questi non è da meno. Infatti, il linguaggio utilizzato è spesso riottoso e irrispettoso, mentre i fatti riportati sono lacunosi, quando non del tutto indimostrati e fasulli.

Trump non è il solo ad avere problemi con il fact-checking, dato che in moltissimi casi i giornali hanno dimostrato come le notizie riportate dai tweet o le dichiarazioni lampo di diversi esponenti politici non corrispondessero poi a verità. Infatti, è molto difficile che poche parole affidate al social possano esaurire intere questioni sociali o crisi politiche, risultando quasi sempre incomplete e fuori luogo. Se la comunicazione politica necessita degli slogan per poter convincere velocemente gli elettori, questi facili tormentoni non bastano tuttavia per risolvere i problemi che dovrebbero affrontare.

Riguardo alla veridicità delle affermazioni politiche sponsorizzate a pagamento sui social network si è aperto un aspro e controverso dibattito, che ha portato a interrogarsi riguardo l’eventuale necessità di un controllo delle fonti dei contenuti condivisi dai politici. Nei mesi scorsi, lo scontro tra il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez aveva portato i riflettori sullo scandalo di Cambridge Analytica e sull’utilizzo dei dati personali degli utenti venduti dal social network. Non è ancora chiaro se la diffusione di fatti e notizie non verificate avrà delle implicazioni disciplinari o legali, ma quel che è certo è che, ormai, la comunicazione politica non può prescindere dalle piattaforme di discussione online, dove i leader si sfidano per avere sempre maggior interazione con i propri follower, che commentano o condividono le loro dichiarazioni.

In Italia, il rapporto tra la politica e Twitter non è meno accentuato che nel resto del mondo in cui – da Macron al neo-premier inglese Boris Johnson – i commenti dei leader dei principali partiti, dalla maggioranza all’opposizione, spaziano tra i più vari e distanti argomenti. Uno studio precedente alle scorse elezioni europee, quindi ora considerabile solo in parte visti i successivi sviluppi, evidenziava come Di Maio, Zingaretti o Salvini affrontassero con modalità e stili diversi il mondo virtuale. Le tematiche affrontate sono le più varie, come la presentazione di idee programmatiche e l’antagonismo politico, specie da parte delle opposizioni, ma si assiste anche a tweet non inerenti alla politica in senso stretto, spesso volti a cavalcare polemiche e sterili dibattiti che potrebbero essere facilmente evitati. Infatti, in diversi casi è successo che i post di figure di spicco della politica italiana o internazionale portassero a un vero e proprio scoppio di sentimenti razzisti o sessisti più o meno correlati alle dichiarazioni dell’esponente di riferimento. Se, è doveroso scriverlo, la responsabilità di quanto scritto e condiviso dagli utenti è personale, occorre che anche gli esponenti politici si rendano conto del ruolo ricoperto: in quanto figure di riferimento, tanto più nel momento in cui ricoprono ruoli istituzionali, hanno il dovere di portare la conversazione e lo scambio di opinioni tra i loro follower a livelli educati e rispettosi.

Una comunicazione social equilibrata e rispettosa, anche realizzata attraverso staff e social media manager, può aiutare il confronto pubblico a ritrovare toni più distesi e umani, senza cercare i consensi nella rabbia ma nelle proposte politiche che, pur essendo diverse e normalmente contrapposte, non devono mai essere occasione per sporcare i principi su cui la stessa democrazia si fonda.

Sfruttare gli istinti meno razionali degli elettori e aizzare polemiche inutili, parlare di diritti e riforme con la stessa attenzione e importanza rivolta al tweet  di una pizza o un panino, solo per poter essere sempre chiacchierati e stabilmente nei trending topic: se tutto questo è reale, se la politica è questo, come possono i cittadini affidarsi alle istituzioni dello Stato, valutare coerentemente i fatti, vivere una democrazia reale e non basata su ciò che si vuole sentire? Indubbiamente, una migliore e più capillare comunicazione tra elettori e candidati può avvicinare i bisogni dei cittadini agli organi rappresentativi, dando linfa alla Repubblica. Questo non deve però tramutarsi in un mercato sterminato, dove gli insulti, le affermazioni clamorose e infondate e le prese di posizioni aprioristiche oscurino la competenza, il rispetto dei diritti e la verità.