Il perfezionismo patologico è la tendenza a ricercare una performance eccessivamente elevata rispetto a quella richiesta dalla situazione. Ha la conseguenza di provocare ansia per il bisogno di fare sempre meglio, e un atteggiamento fortemente autocritico che può sfociare in senso di colpa se non si raggiunge lo standard severo agognato. A questo tipo di perfezionismo ci riferiremo nel testo, con l’avvertenza che ne esiste anche una forma non patologica. In questa, la ricerca di standard elevati non è associata a stati d’animo negativi ma solo alla ricerca dell’eccellenza.

Il perfezionismo si nutre di standard irrealistici e di una sopravvalutazione eccessiva del peso degli errori in termini di conseguenze. Si teme che gli altri critichino aspramente o abbandonino, e/o che un lavoro non perfetto equivalga a un totale fallimento. Una delle conseguenze del perfezionismo è l’abnorme senso di responsabilità per i propri risultati. Se non si raggiunge esattamente il risultato sperato o voluto, ciò significa automaticamente una mancanza di valore (e l’attivazione di tutte le conseguenze sopra descritte).

Non si riesce, in altre parole, a inquadrare la situazione nella giusta prospettiva, acquistando consapevolezza degli aspetti che non erano sotto il proprio controllo, o della possibilità che eventuali sbagli non siano danni irreparabili e possano comunque tramutarsi in occasioni di crescita per l’immediato futuro. Molto spesso il perfezionista parte male, scegliendo obiettivi irrealistici, troppo elevati, ignorando un principio base della crescita in ogni campo: scegliere traguardi graduali. Del resto, spesso il perfezionista considera i suoi parametri assolutamente normali, sono gli altri a notarne gli eccessi.

La dottoressa Margaret Rutheford si è spinta a parlare, per taluni casi, di “Perfectly hidden depression”, una forma di depressione mascherata da un elevato funzionamento professionale in cui il perfezionismo la fa da padrone, insieme ad altri indicatori quali: potente autocritica interiore condita da senso di colpa, eccessivo senso di responsabilità, difficoltà ad accettare ed esprimere emozioni dolorose, costante preoccupazione ansiosa… Tutti stati interni di cui chi sta intorno al perfezionista depresso non si accorge. In verità molto spesso la depressione, tanto nelle forme più manifeste che in quelle meno, è associata al perfezionismo.

Modificare il perfezionismo è difficile. I perfezionisti di lungo corso hanno costruito su di esso il loro (pur precario) equilibrio e l’immagine che vogliono dare di sé agli altri. Poiché tale modalità cognitiva e comportamentale è radicata nei perfezionisti, essi faranno fatica a cambiarla. Come qualsiasi novità significativa, infatti, questo cambiamento implicherebbe un livello di stress non da poco, e l’aumento di stress potrebbe a sua volta andare a esacerbare altre difficoltà emotive presenti, in primis incrementando il livello di ansia.

Abbiamo visto, inoltre, come i perfezionisti spesso abbiano timore di ciò che gli altri possano fare o pensare di loro se non si comportano in maniera impeccabile. Ma è un paradosso. Infatti, proprio per il fatto di aver ormai abituato le altre persone a performance elevatissime, se queste dovessero venire meno potrebbero provocare (almeno inizialmente) negli altri reazioni negative, realizzando così una delle loro peggiori paure.

Infine, nell’ambito dei più recenti sviluppi della psicoterapia, la schema therapy considera il perfezionismo come una delle possibili manifestazioni di uno schema maladattivo precoce chiamato standard severi/ipercriticismo. Uno schema maladattivo precoce è un modello mentale che un bambino sviluppa inconsapevolmente, formato da ricordi, emozioni, pensieri e sensazioni somatiche, che utilizza per capire se stesso, gli altri, il mondo, e che si riattiva nel resto della vita in tutte quelle situazioni in cui viene percepito come “utile”, anche se in realtà offre una lettura della realtà disfunzionale a vari livelli di gravità.

Nello specifico, lo schema standard severi/ipercriticismo si fonda sulla convinzione di dover soddisfare a tutti i costi degli standard sia etici che relativi alle performance, che si sono interiorizzati allo scopo di voler evitare le critiche da parte degli altri, generando la sensazione angosciante di essere costantemente sotto pressione.

Tale schema può avere molti origini. Ad esempio, il fatto di aver ricevuto durante l’infanzia un amore non incondizionato, da parte dei genitori, ma dipendente dal rispetto di determinati standard. Ma anche la presenza in famiglia di un genitore perfezionista da cui si è imparato ad esserlo per imitazione. Oppure una forma di compensazione a sentimenti di inadeguatezza. O infine il fatto di aver subito da parte dei genitori critiche o affermazioni che fanno leva sul senso di vergogna.

Spesso, ma non sempre, il perfezionismo può essere dunque la spia di un funzionamento di personalità compromesso. Per risolverlo, il supporto clinico si rende necessario.


FONTI
Young J., Klosko J. (2007), Schema Therapy, Trento, Edizioni Erikson.

Psychology today

Perfezionismo