Esistono incontri letterari davvero particolari, incastri inaspettatamente precisi tra libri speciali e il proprio percorso di vita. Connessioni impreviste, che permettono di vivere la lettura come un viaggio nei ricordi e nelle esperienze pregresse. Letture inattese, che senza saperlo sono capaci di parlare dei luoghi in cui hai vissuto, colorando in tal modo la narrazione di ulteriore magia. Magia e curiosità non mancano comunque di base in “L’acqua alta e i denti del lupo, Josif Džugašvili a Venezia, romanzo scritto da Emanuele Termini per l’editore Exorma.

Un titolo inconsueto e accattivante per un libro che narra un viaggio geografico con le tinte del giallo. L’acqua alta e i denti del lupo è infatti il racconto di un pellegrinaggio percorso tra passato e presente, che guida i passi dei lettori nella città di Venezia. Il capoluogo veneto è conosciuto da tutti come la città turistica per antonomasia, brulicante di macchine fotografiche al collo di turisti sperduti, popolata da visitatori che ogni giorno affollano Piazza San Marco, il Canal Grande o il Ponte di Rialto. Camminando al fianco di Emanuele Termini siamo però passeggiatori controcorrente, ci muoviamo da lettori in calle sconosciute ai più, in zone poco visitate dall’impetuosa folla di gente.  Godiamo della vista della “città galleggiante” – anche in senso letterale, visti i molteplici contenuti fotografici del libro – in orari atipici e conosciamo luoghi curiosi, lontani dalle indicazioni su fondo giallo che campeggiano per la città. Il nostro scopo è seguire il narratore nell’analisi di una storia ormai dimenticata che assume i contorni della leggenda, mettendo insieme gli elementi di una ricerca enigmatica e complessa.

Il protagonista, specchio delle stesso autore, pone infatti sin dagli inizi del romanzo le basi per una vicenda che potrebbe avere i tratti del racconto leggendario di fantasia. Emanuele Termini si scontra quasi casualmente con l’inchiesta giornalistica che si troverà a narrare: dopo essersi imbattuto in alcuni indizi e dettagli di alcuni vecchi libri (primo fra tutti “I misteri della Laguna” di Alberto Toso Fei), viene colpito dalla storia di un anarchico georgiano, dal nome multiforme ma passato alla storia come Josif Džugašvili Stalin, che sembra essere passato da Ancona a Venezia nei primi mesi del 1907.

In mezzo a quei racconti di fantasmi e dogi c’era una storia che mi aveva colpito perché non riuscivo a collocarla: poteva essere una leggenda tramandata oralmente e nata dal guizzo di fantasia di un buontempone, ma allo stesso tempo era sostenuta da prove oggettive e testimonianze sufficientemente attendibili.

Quasi nessuno storico sembra aver scritto del viaggio di questo atipico personaggio giunto in Italia per motivi ignoti e ospite del Monastero di San Lazzaro degli Armeni. Una figura rivoluzionaria, la cui biografia appare così particolare e interessante per lo scrittore, tanto da catturare senza mezzi termini la sua curiosità e indurlo ad assumere i panni del detective del passato. Ma chi è Josif Džugašvili? Dove sono finite le tracce che parlano di lui e della sua permanenza in Italia? Quali ragioni lo hanno portato nella nostra penisola agli inizi del Novecento?

Nel descrivere Alberto Toso Fei, Emanuele Termini ci dà quasi inconsapevolmente una chiara immagine dei panni di narratore che assumerà:

Sintetico e preciso, profondo conoscitore di Venezia ed esperto di misteri e leggende della laguna. Una sorta di oratore e incantatore di appassionati di storia, e quando con la magia delle parole riesce a insinuare nella mente del lettore il dubbio su un mistero da svelare, si spalancano le porte della fantasia.

La sua prosa è infatti ammaliatrice e capace di farsi strada nella mente del lettore. Venezia è una fiera protagonista; descritta nel dettaglio, assume una veste poetica che riporta alla memoria elementi precisi a chi l’ha vissuta. In questa cornice il telaio della vicenda si anima di suspense, mistero e frenesia.

In tal senso è fortemente efficace la scelta strutturale del romanzo, composto da capitoli che in alternanza ci descrivono due storie estremamente interrelate tra loro e che danno alla camminata nella città un’andatura quasi rallentata e zoppicante, tale da aumentare l’ansiosa trepidazione. La prima è un’interessante e mai noiosa biografia di Stalin non incentrata solo sul profilo politico, ma anche su quello umano relazionale. Il secondo racconto, molto più coinvolgente, è invece l’ansioso percorso di scoperta portato avanti in maniera bizzarra dallo scrittore. Non esistono infatti soltanto analisi precise di libri, documenti di emeroteche veneziane e antichi quotidiani. Tra le pagine del suo libro, l’autore ci racconta in modo atipico e per certi versi persino buffo come la storia si può ricostruire, custodire, proteggere e propagare nella memoria dei posteri.

La storia è così, si può perdere, si può cancellare buttando nella spazzatura quello che sembra inutile. La storia è nelle mani di chi la vuole conservare, nelle mani di chi la ama e la cura, la storia è nella fatica di chi le dedica del tempo per metterla in ordine e custodirla, di chi la protegge dall’erosione del tempo, dall’acqua salmastra e dall’incoscienza. La storia è nelle mani di chi le vuole bene.

In un mix intelligente di nervosismo emotivo, fame di sapere e riflessioni sulla creazione della memoria storica, Emanuele Termini ci incastra in una storia che, purtroppo, nel finale non lascia completamente sazi. Come freccia estratta dalla faretra e tenuta in tensione per quasi duecento pagine, la curiosità del lettore sembra incapace di colpire il corretto bersaglio. Josif Džugašvili fa perdere nuovamente le sue tracce, lasciandoci erosi nei pensieri, come Venezia nei giorni di acqua alta.


FONTI

Emanuele Termini, L’acqua alta e i denti del lupo, Josif Džugašvili a Venezia, Exorma, 2019