La mia vita è iniziata quando mia nonna ha deciso di perderla, quando ho scoperto che tutta la famiglia di mia madre aveva fatto la stessa cosa, quando ho capito di essere l’unica sopravvissuta e, soprattutto, quando ho sentito la stessa inclinazione dentro di me, desiderando disperazione e morte.

Charlotte Salomon, pittrice ebrea morta durante il nazismo, pronunciava queste parole dopo che il nonno le aveva appena svelato l’orribile verità sulla sua famiglia.

La nascita di un’artista

Figlia di Franziska e Albert Salomon, Charlotte nasce a Berlino il 16 aprile 1917 e imbocca la strada artistica solamente dopo il liceo. Dal 1935 al 1938 è infatti l’unica allieva ebrea ammessa all’Accademia di Belle Arti di Berlino.

Nel 1939 lascia la Germania per rifugiarsi dai nonni materni a Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza. Qui, la famiglia trova dimora in una villa posseduta dall’autore americano Lee Moore, che all’epoca nascondeva e aiutava gli ebrei. Nel 1940, dopo un primo tentativo fallito, la nonna si suicida, questa volta buttandosi dal balcone e non optando più per l’assunzione di farmaci. Il nonno, unica persona rimasta in vita per Charlotte oltre al padre, decide di raccontarle tutta la verità. Anche la madre e la giovane zia, dalla quale aveva ereditato il nome, erano infatti morte suicidandosi; la prima nel 1926, la seconda nel 1913.

Charlotte è sconvolta. La terribile rivelazione, insieme alla situazione precaria di profuga, la spinge a buttarsi completamente nell’arte. Usa la pittura come se fosse un farmaco per sfuggire alla maledizione che perseguita la sua famiglia, per curare un dolore inaccettabile che diventa così la sua musa. In soli 2 anni, infatti, dipinge 1300 autoritratti per ricordare, più che la sua vita, la sua sofferenza. A conferma di ciò, su uno dei tanti dipinti si legge “forgive the lack of artistry on the basis of this necessary exit(perdonate la mancanza d’arte alla base di questo atto necessario). Di questi dipinti, di cui 300 raffiguranti il tema del suicidio, 769 andranno a comporre l’opera autobiografica Leben? Oder Theater? (Vita? O teatro?).

L’opera di una vita

Il volume si compone di ben 1325 documenti tra tempere, veline, annotazioni, varianti pittoriche e altre prove, con una scelta di quasi 800 tempere selezionate dall’autrice come immagini del racconto definitivo. L’opera ha un prologo, una parte centrale e un epilogo.

Si apre nel 1913, l’anno di nascita della zia. La scelta è peculiare: essendo un’autobiografia, infatti, ci si aspetterebbe come incipit la nascita della pittrice. Charlotte rifiuta questa consuetudine: vede la sua storia direttamente legata a quella della madre e della zia, come un filo conduttore. In qualche modo, nella coscienza della pittrice è come se le tre donne si fossero date tutte un appuntamento tragico col destino, ritrovandosi ora unite nell’aldilà.

La pittrice racconta di sé in terza persona, avvicinando molto l’opera ad un diario intimo. Il nazismo, artefice di questa sorte, compare poco e solo come sfondo. La testimonianza della shoah è legata soprattutto ad alcune scene che registrano le campagne di odio nei confronti degli ebrei, gli atti di violenza, la confusione e il terrore della popolazione inerme di fronte alle continue aggressioni.   

Lo spettatore di Vita? O teatro? diventa più un lettore. I dipinti, tramite le scritte, prendono vita e riescono a rendere presenti storie e personaggi assenti.

Non esiste finzione, Charlotte usa l’arte come terapia, come cerotto per rimarginare la ferita. Ogni pagina racconta un momento della sua vita: ora come una rappresentazione della realtà, ora servendosi di simboli e pensieri. Vita? O teatro? è una pièce teatrale o, più probabilmente, un riferimento alla scenografia cinematografica, all’epoca appena nata ma che già andava diffondendosi molto rapidamente.

La fine di Charlotte

Nel 1939 iniziano le deportazioni e tra tutte le comunità, quella ebrea è la più colpita. Come per osmosi, il tratto di Charlotte cambia; è più nervoso e frenetico perché sa che, purtroppo, non avrà ancora molto tempo difronte a sé.

Oltre a questa drammaticità, in Francia la pittrice trova però anche l’amore. Si sposa con Alexander Nagler, anch’egli ebreo, e inizia a ricostruire la sua vita. La pace sembra quasi raggiunta ma qualcuno denuncia lei e il padre. Ultimato da pochi mesi l’immenso lavoro, a fine settembre 1943 Charlotte viene arrestata dalla Gestapo insieme al marito e condotta ad Auschwitz. Il 10 ottobre, incinta di 4 mesi,  la pittrice giunge nel campo di sterminio, dove con ogni probabilità verrà uccisa il giorno stesso.

La salvezza dell’opera

Charlotte muore a 26 anni, ma fortunatamente la sua opera è sopravvissuta. Affidata prima dell’arresto al medico di Villefranche-sur-Mer, Vita? O teatro? giunge in America alla dedicataria Ottilie Moore, che dopo la guerra la donò al padre di Charlotte, sopravvissuto allo sterminio degli ebrei fuggendo in Olanda. I familiari della pittrice decisero di affidare l’opera dapprima al Rijksmuseum di Amsterdam, sino a quando nel 1971 l’opera passò al nuovo Jewish Historical Museum della stessa città, dove è tuttora conservata a cura della Fondazione Charlotte Salomon. 

Il carattere di Charlotte è fortemente espressionista, ma si legge in filigrana l’ispirazione alle opere di Chagall. Quest’ultimo, però, non rappresenta l’unica influenza della giovane donna. Le stanze nude con il pavimento di legno, ad esempio, fanno pensare a Van Gogh, il blu delle donne chiuse in cerchio, invece, a Matisse.

Vita? O teatro? è l’opera di una vita, e sarebbe dunque riduttivo leggerla soltanto come la testimonianza di una vita spezzata. La bellezza acerba di questo straordinario lavoro risiede nell’incompiutezza, nell’ossessione che si trasforma in un incubo dal quale è impossibile risollevarsi nonostante, come dicono i volti delle donne di Charlotte, “adesso volevamo soltanto essere felici”.