Il futuro dell’Artico può sembrare una questione lontana dal punto di vista geografico, ma in realtà ci riguarda strettamente. Quello che accade in questa regione, come affermano spesso gli scienziati, ha ripercussioni sull’intero pianeta.

Cambiamenti climatici e sfruttamento economico dell’Artico

L’Artico è la parte del mondo che paga il prezzo più alto per il riscaldamento globale. Il ritiro dei ghiacci è ormai sempre più rapido e devastante, anche a causa del cosiddetto effetto albedo. Esso consiste nell’aumento di mare aperto causato dallo scioglimento dei ghiacci, che inghiotte fette considerevoli di territorio. A causa di un aumento degli eventi climatici estremi, l’effetto albedo accelera il processo di riscaldamento, poiché l’acqua riflette solo il 6% dell’energia solare, contro il 50% del ghiaccio. Fette sempre più consistenti di Artico scompaiono a causa di una combinazione tra fattori ambientali e intervento umano.

Negli ultimi anni, in particolare, si è intensificato l’assottigliamento dello strato di ghiacci pluriennali, passati dall’essere il 45% della superficie artica nel 1985 al 22% nel 2016. Lo scioglimento del permafrost in zone come l’Alaska è fonte di molta preoccupazione, a causa delle tonnellate di gas serra che una scomparsa definitiva riverserebbe nell’atmosfera, superando di molto il limite di 1000 miliardi stabilito dall’Accordo sul Clima di Parigi nel 2015.

La polar rush

L’Artico, ormai solo apparentemente incontaminato e sempre più in pericolo, rappresenta l’ultima terra da conquistare, l’ultimo atto della plurisecolare guerra tra uomo e natura. Lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale ha portato negli ultimi anni a una vera e propria gara tra Stati e multinazionali, chiamata polar rush. Il premio di questa corsa geopolitica sono le immense ricchezze del territorio artico. Tuttavia la polar rush potrebbe portare a uno sconvolgimento degli equilibri geopolitici mondiali nel futuro prossimo.

Si è stimato che l’Artico custodisca il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile e il 30% di tutte le risorse naturali. Il cambiamento climatico rappresenta dunque paradossalmente anche il sorgere di diverse opportunità economiche. Una delle principali è l’apertura di nuove rotte mercantili e di aree di pesca. Anche il last chance tourism sta guadagnando importanza: sempre più persone sono attratte in questo territorio per avere un’ultima occasione di vedere il selvaggio paesaggio artico.

La situazione geopolitica in Groenlandia

L’interesse della Cina

La Groenlandia, l’isola più grande del pianeta, è uno dei premi più ambiti per la corsa alle ricchezze dell’Artico. Per ora in testa a questa corsa vi è la Cina, interessata a costruire una via della seta artica, approfittando dello scioglimento dei ghiacci. L’interesse è reciproco: nel novembre 2017 il primo ministro della Groenlandia, Kim Kielsen, ha guidato una delegazione governativa a Pechino in cerca di investimenti. L’attuale esecutivo groenlandese ritiene fondamentale il contributo della Cina per diventare finalmente uno Stato-Nazione indipendente dalla Danimarca.

I rapporti sempre più stretti tra la Cina e la nazione artica hanno causato la reazione della NATO e della Russia, anch’esse interessate alla corsa alla Groenlandia. Russia e NATO sono preoccupate per un’eventuale possibilità di sfruttamento da parte del governo cinese delle basi aeree presenti sull’isola. Inoltre, non tutti gli abitanti dell’isola, che sono 56000 circa e appartengono in maggioranza alle tribù inuit, guardano con favore alla creazione di nuove miniere, che sono contemporaneamente fonte di ricchezza e di inquinamento.

L’interesse di Stati Uniti e Russia

Ad agosto aveva fatto scalpore la proposta del presidente statunitense Donald Trump di acquistare la Groenlandia, respinta con forza dal governo danese. La Danimarca, infatti, guarda con preoccupazione le spinte secessioniste dell’isola, la quale rappresenta il 98% del proprio territorio nazionale. Un’altra partecipante di peso alla polar rush è la Russia: il governo Putin è in diretta concorrenza con la Cina per il suo obiettivo di diventare l’unica superpotenza artica.

Le riserve di materiali naturali della Groenlandia sono abbondantissime. Sono particolarmente ambite le miniere di uranio, utile sia per la costruzione di armamenti, sia di cellulari e batterie. Altri materiali che abbondano nell’isola artica sono oro, rubini, diamanti, gas e immense riserve di petrolio. Si tratta di materie prime che hanno attirato l’attenzione particolare di Donald Trump.

La secessione dalla Danimarca

È negli interessi del governo groenlandese vendere la propria nazione al miglior offerente, ma il prezzo da pagare per la libertà dalla Danimarca è altissimo. Queste volontà secessioniste non sono emerse nell’ultimo anno ma sono tensioni presenti da decenni nella società groenlandese, che soffre di un notevole ritardo nei confronti della Danimarca dal punto di vista del welfare e ha un altissimo tasso di alcolismo e di suicidi in rapporto alla popolazione.

La Groenlandia al momento non è ancora del tutto indipendente dalla Danimarca. Il Paese scandinavo decide in materia di politica estera e di difesa, e soprattutto dà ogni anno al governo locale 500 milioni di euro, che rappresentano un terzo del PIL groenlandese. Per uscire definitivamente dal regno di Danimarca, rinunciando dunque ai suoi fondi, l’unica soluzione è la concessione del maggior numero possibile di miniere alle multinazionali e agli altri Stati. In questo modo la Groenlandia otterrebbe i soldi dalle tasse di concessione per l’utilizzo delle miniere.

L’attuale governo sembra dunque intenzionato a procedere con la vendita del territorio alle multinazionali e alla Cina. Le elezioni che si sono tenute lo scorso 24 aprile hanno visto la vittoria di una coalizione di quattro partiti secessionista, guidata dal precedente primo ministro Kim Kielsen. Uno dei fautori più insistenti del distacco dalla Danimarca è il ministro delle Miniere Vittus Qujaukitsoq, lo stesso che spinge per cedere l’autorizzazione definitiva per lo sfruttamento delle riserve di uranio alla società sino-australiana Greenland Minerals and Energy.

La svolta secessionista della Groenlandia (il partito alla guida dell’esecutivo precedente era infatti contrario alle attività estrattive) non deve solo far preoccupare NATO e Danimarca, ma tutto il mondo. La regione artica costituisce infatti la cartina al tornasole dell’Antropocene, il punto del pianeta dove gli effetti del riscaldamento globale sono più evidenti in quest’era geologica.

FONTI

Marzio Mian, Artico – la battaglia per il grande Nord, Neri Pozza Editore, 2018

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