L’amore è uno spunto inestimabile per sondare la tenuta esistenziale, etica e politica di una società.

Nonostante il valore del concetto, il pensiero occidentale non gli ha mai dedicato spazi sufficienti, tematizzazioni sistematiche e trattazioni esaustive. Gli impegni più recenti derivano prevalentemente dal campo della teologia ebraico-cristiana, che tratta di amore indispensabile ma difficilmente utilizzabile nelle nostre considerazioni sul problema quotidiano. Poi ci sono gli sparuti scritti di autori laici importanti (Badiou, Luhmann, Nussbaum, Solov’ev). Tuttavia, tali autori tendono ad includere questo tipo di indagine in un orizzonte più espanso di pensiero.

Le filosofie dell’amore tradizionali – quella del Fedro e del Simposio platonici sopra le altre – sono necessarie e a loro modo conclusive. Non fanno però i conti con le condizioni antropologiche che caratterizzano il nostro vecchio mondo moderno. Un mondo in cui – potremmo abbreviare a favore di scena – l’amore autentico è distratto ed eclissato.

Insomma: quasi nulla del nostro bagaglio culturale, se non indirettamente, riesce a darci risposte su quel fenomeno terribile e complesso che è il romanticismo tardo capitalista. L’amore, quell’Indeterminato, la matrice di ogni movimento e identificazione, soffre infatti le percosse di un accanito nichilismo moderno.

“Marriage story”

La condizione ontologica disperata, inautentica e deietta dell’amore, la quasi-totale perdita dello spirito di “gemellità” nella storia moderna della tenerezza, sono gli opprimenti protagonisti di un dramma contemporaneo. Un’opera più angosciante per quello che sottintende che per quello che vuole mostrare. Stiamo parlando di Marriage Story (Storia di un matrimonio), film del 2019 diretto da Noah Baumbach e interpretato da Scarlett Johansson e Adam Driver.

Si tratta di un buon film, pur nei limiti di un accadere dialogico che non riesce a superare i suoi illustri predecessori (pensiamo soprattutto a Carnage di Roman Polanski e, perché no, ad Addio mia concubina di Chen Kaige). La storia è quella tutta americana di un matrimonio fallito. Due felici sposi newyorkesi scoprono di non amarsi più e – per via della sottile linea filmica hollywoodiana che separa la semplice insofferenza dalla tragica intolleranza – finiscono per guerreggiarsi armati di cinici avvocati, violenza egoistica e dimenticanza del gioioso passato comune.

In questo brevissimo riassunto per temi è leggibile tutto il senso etico-artistico che si può trarre dalla pellicola. Uno pseudo-amore che comincia per una violenta e irriflessa occasione sentimentale (la giovane attrice allo sbaraglio che s’innamora del talentuoso e affascinante regista). Questo amore collega estrinsecamente e in maniera del tutto irragionata due persone del tutto individualizzate. Due persone collegate alla lontana da un tramite fragile e momentaneo, che non confonde le loro identità e che quindi non ne intreccia i destini.

È questo il ritratto dell’amore contemporaneo, postmoderno, tardo capitalista, o come lo si chiami. La pretesa che tra individui monadici, isolati e reciprocamente oggettificanti possa nascere una comunanza spirituale, laddove ciò che solo è concesso a una società così atomizzata e solitaria è un rapporto derivato, un collegamento secondario con l’Altro, mentre il rapporto primo ed essenziale è quello con me stesso e con me solo.

Uno dei pochi frammenti moderni culturalmente interessanti sull’identità dell’amore, che ci racconta dell’autenticità di questo fenomeno, è quello che non a caso conosciamo come il Frammento postumo sull’amore di Georg Simmel. L’amore sarebbe qualcosa di originario, irriducibile all’egoismo e all’altruismo, irriducibile persino ai pronomi possessivi di “mio” e “tuo”.

L’io si è proiettato verso il tu superando quello iato con i propri sentimenti, perché la propria volontà di vivere scorre verso un’adesione all’altro che abolisce ogni distanza, un’adesione che non ha bisogno di un ponte, il quale separa nel momento stesso in cui unisce.

Il «miracolo dell’amore» è che esso non elimina l’esser per sé, ma ne fa il presupposto per l’eliminazione della distanza e dell’egoismo. Simmel scrive che l’irrazionalità dell’amore lo fa sottrarre ad ogni categoria del razionalismo psicologico. Quella che riconosce un io e un tu e che riduce tutta la galassia delle emozioni all’uno o all’altro.

Il nostro comportamento non si esaurisce nell’io e nel tu, giacchè esiste anche l’io-tu. Una certa nobiltà tiene lontano l’amore dall’egoismo, ma una certa passione lo differenzia pure dall’altruismo. Non c’è ordine e non c’è smembramento in questo grande terzo, poiché

lo riconosciamo completamente libero da tutto ciò che è pratico e teoretico, da qualsiasi giudizio di valore oggettivo (poiché nulla ci vieta di “amare” quanto dal punto di vista oggettivo è affatto indifferente, o addirittura inferiore). Qui riconosciamo che esso scaturisce dalle profondità del tutto irrazionali della vita, senza mirare necessariamente ad alcuna utilità o danno per quest’ultima.

L’amore neo-liberista

Abbiamo letto cos’è l’amore autentico. Notiamo dunque che i due protagonisti di Marriage Story sono le vittime di un fenomeno contemporaneo e prevalentemente made in USA. Un fenomeno che potremmo suggestivamente intitolare “amore neo-liberista”. Il tutto è riassumibile in una grottesca citazione di Margaret Tatcher:

Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni. Aveva anche soldi.

E questo a testimonianza del macabro principio, enunciato dalla stessa madrina del libero mercato, secondo cui «non c’è libertà se non c’è libertà economica». Da qui – ce l’ha insegnato la storia – il passaggio dalla riduzione di tutte le libertà alla sola economia e la creazione di nicchie di potere finanziario (e quindi politico e giuridico) grazie a cui i ricchi diventano improvvisamente più liberi degli altri.

Nel caso del Buon Samaritano, che non mette in questione la libertà, ma qualcosa di più profondo, vale a dire l’amore caritatevole e la fratellanza umana, l’operazione della retorica (e poi della filosofia) neo-liberista è quella di ridurre tutto ad una grigia transazione, ad una nichilistica in-autenticità che nega ogni autenticità passionale, ogni fede nel collegamento angelico e misterioso che avvicina il cuore di ogni essere umano a quello di un altro, fino a far sì che ciò che esista in ultima istanza non sia più un accumulo di individui concentrati su loro stessi, ma una meravigliosa ed indistinta tela di relazioni spirituali e persone che si con-fondono tra loro.

Tutto ciò sparisce, nella logica dell’egoismo e dell’edonismo, che vede l’Altro semplicemente come un mezzo di piacere o come una momentanea persuasione sentimentale, che non mette in questione i confini dei due, ma li mantiene debitamente distanti. I personaggi di Scarlett Johansson e Adam Driver vivono il loro matrimonio come un regime fortunato di transazioni inter-individuali, che però a un certo punto si spezza e lascia trasparire due persone ancora sole, ancora capaci di fare a meno dell’altro, ancora lontane, una la vecchia attrice di Los Angeles, l’altro il vecchio scrittore di New York.

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Nel film, all’inizio e alla fine del racconto delle vicende legate alle lotte avvocatesche sul divorzio, vengono lette dai protagonisti le memorie di ciò che di bello la loro storia sentimentale gli aveva regalato, un ritratto dell’altro nei suoi aspetti più positivi.

Nell’intenzione di non spoilerare nulla, ci limiteremo a trarre le conclusioni sociologiche dei due discorsi. Persone che riponevano la propria felicità di coppia in aspetti fugaci e secondari della vita relazionale si dichiarano “amore eterno” senza mai lasciar trapelare l’essenza del romantico, l’essenza dell’eterno.

L’amore, è vero, non è nulla di lineare. Ma questo non significa che esso non abbia le sue ragioni, le sue logiche di esistenza, una sua ratio prescrittiva. La complessità dell’amore non si esaurisce affatto nelle esigenze di un sentimento che mantiene comunque lontani i due individui. L’amore si dà nella con-fusione dei propri limiti, nella fusione reciproca dei corpi e soprattutto delle anime.

Il sesso, che è solo una proprietà secondaria e accidentale dell’amore, è un’efficace fusione dei corpi solo qualora divenga ciò che noi chiamiamo “fare l’amore”. Andando alla radice di ciò che nell’amore è molto più essenziale del corpo, vale a dire l’anima, vige lo stesso principio di unificazione che caratterizza il legame tra gli organi genitali, che diventano Uno nel culmine della loro bellezza. Resteranno sempre due persone, resteranno sempre due corpi, resteranno sempre due anime, ma ciò che conterà saranno quelle eterne confusioni di un momento in cui non ci sarà che un solo spazio, un solo sorriso, una sola metà. “Unità”, infatti, non è tentare di sommarsi, ma delicatamente ridursi: una sola metà, non due metà che si accostano.

La filosofia dell’hitlerismo

Un amore che violi questo ideale, ricorrendo piuttosto alla somma degli individui e all’attaccamento tra diversi, sembrerà assurdo, ma non è nulla di così diverso da quella che Levinas scopriva come la «filosofia dell’hitlerismo». Nel pensiero del filosofo lituano, l’hitlerismo è l’accezione più becera del materialismo senz’anima, della mera immanenza sulla terra senza il tentativo di una libera fuga nell’eterno.

Se è solo nell’eterno che si trova il sommo Bene ed è solo nell’eterno che si trova il vero amore, una filosofia dei valori e dell’amore che rigetti tutto ciò che merita di esistere nella confusione del divenire e nella disillusione da ogni idealità virtuosa, non fa che condannare gli esseri umani alla brutalità violenta e all’alienazione reciproca.

Per dirla con Buber, non siamo più capaci di vederci come “Tu”. Ci vediamo invece solo come oggetti del piacere o del dispiacere. Da lasciar sopravvivere o da eliminare. L’hitlerismo dei sentimenti è un manicheismo globale che frammenta gli spiriti e ci fa leggere solo due alternative. Ciò che mi conviene e ciò che mi ostacola, sia che si tratti di cose, che di persone.

Può forse sopravvivere l’amore in questa terribile morsa dell’egoismo? Alla mentalità neo-liberista? Può forse sopravvivere l’amore ad Auschwitz?

Marriage Story parla di due persone che camuffano i propri sentimenti da amore, fino ad arrivare allo scoppio finale e alla rivelazione della nullità. Questo, purtroppo, in un mondo in cui siamo portati a vederci come soli. Pensiamo alle lotte fratricide della concorrenza, all’arricchimento, la produzione impersonale e la normalizzazione edonistica delle emozioni. È un fenomeno tutt’altro che raro.

E così, un film che forse non aveva queste intenzioni, ma che sicuramente nasceva da una consapevolezza implicita nel suo spazio culturale, ci porta tristemente a domandarci: faremo sopravvivere l’amore, se continueremo ad essere soli?


FONTI

Marriage Story, Noah Baumbach, 2019

G. Simmel, Frammento postumo sull’amore, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2011.

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Copertina: personale
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