Il cambiamento climatico è una triste realtà, che tuttavia ancora in molti faticano ad ammettere. C’è infatti chi non crede a quella che definisce una “teoria allarmistica”, vuoi sminuendone la portata, vuoi negandola del tutto. Il cosiddetto negazionismo climatico è un fatto più comune di quanto si creda, specie in certa classe politica e imprenditoriale. Mette insieme una scarsa conoscenza del tema, un’errata percezione delle posizioni della comunità scientifica e un pizzico di indolente e ostinata rigidità.

Negare l’evidenza

Ci sono varie affermazioni che è possibile sentire da chi nega il riscaldamento globale e annessi. Le varie posizioni sono state sintetizzate, tra gli altri, dal climatologo Michael E. Mann:

  1. L’anidride carbonica non è in crescita.
  2. Se lo è, la sua crescita non ha impatto sul clima.
  3. Anche se il riscaldamento climatico c’è, è dovuto a cause naturali.
  4. Se il riscaldamento climatico non può essere spiegato con cause naturali, l’impatto dell’uomo è basso e continuare a emettere gas serra ha scarsa rilevanza.
  5. Se l’impatto dell’uomo sul clima non è irrilevante, i cambiamenti saranno complessivamente positivi per noi.
  6. Che i cambiamenti siano positivi o meno per noi, gli esseri umani sapranno adattarsi o sviluppare soluzioni tecnologicamente più avanzate quando ne avranno bisogno.

Come vediamo, le teorie del negazionismo climatico procedono “per stadi”. Se da un lato si accetta parte della smentita, dall’altro si continua ad obiettare qualcosa rispetto al consenso generale. Se il sesto “stadio” è quantomeno positivista e impredicibile, il quinto è tristemente legato ad posizione geografica privilegiata. Diversamente da noi “occidentali“, infatti, il 40% dell’intera popolazione mondiale vive intorno ai tropici e la gran parte è già esposta a un livello di caldo potenzialmente letale per almeno 20 giorni all’anno.

Le altre quattro posizioni sono smentite dalle evidenze scientifiche. C’è anche chi ribatte che, in ogni caso, il cambiamento climatico sarebbe economicamente impossibile da contrastare e che le politiche ambientali resterebbero inattuate da molti Paesi, risultando quindi inutili. Riguardo queste due credenze, basti dire che anche ricerche in campo economico hanno smentito i negazionisti, e che quest’ultimo slancio di pessimismo si contraddice direttamente con la sua premessa positivista (il punto 6).

Un esempio di argomentazione

Il filone più consistente all’interno del negazionismo climatico è quello di chi nega “solo” l’antropogenicità del cambiamento (circa i punti 3 e 4 dello schema precedente).

Che il clima sia cambiato dall’era pre-industriale ce lo testimoniano i dati scientifici, incontrovertibili; e così ormai anche l’esperienza comune, visto il visibile peggioramento dell’ultimo mezzo secolo. Scioglimento dei ghiacciai, incendi ed eventi climatici sempre più estremi (come piogge torrenziali e caldo torrido) sono solo alcuni dei fenomeni che lo rendono percepibile a tutti. La causa di tutto questo, però, non andrebbe cercata nelle attività umane, bensì nella natura stessa. La Terra da sempre attraversa fasi più fredde e fasi più calde, e la nostra epoca non sarebbe da meno. Non ci sarebbe motivo, dunque, di allarmarsi e prendere misure d’emergenza.

In effetti che esista una variazione “fisiologica” della temperatura terrestre è vero. Ma l’ipotesi che la situazione attuale sia dovuta solo a cause naturali – e possa così risolversi – non trova riscontro nelle evidenze scientifiche. Al contrario, la stessa comunità scientifica a cui la teoria dice di appellarsi ha più volte smentito tale possibilità, ribadendo la centralità dell’uomo e la necessità – sempre più urgente – di prendere provvedimenti.

Climate consensus gap

Il negazionismo viaggia moltissimo sulla falsa credenza che ci sia ancora dibattito scientifico sul tema. In realtà, per quanto riguarda il cambiamento climatico e la sua antropogenicità il consenso della comunità scientifica è tra il 97 e il 99% ormai da diversi anni. Ciononostante, la percezione di molta parte dell’opinione pubblica è assai differente.

Gli studi che hanno “conteggiato” il consenso scientifico sull’antropogenicità del riscaldamento globale

Stando agli ultimi sondaggi condotti dalle università statunitensi di Yale e George Mason (dati aprile 2019), il 53% degli americani sa che la maggioranza degli scienziati ritengono in atto il riscaldamento globale. Ma solo il 17% si rende conto di quanto alto sia il livello di consenso tra di loro e ben il 21% ammette di non averne affatto idea. Nel complesso, uno su quattro (25%) crede che gli scienziati siano in forte disaccordo.

È il consensus gap, l’errata percezione del consenso scientifico. Un fattore che influenza inevitabilmente, e in negativo, anche la percezione del fenomeno in sé. Se penso che ci sia ancora dibattito in corso sul cambiamento climatico, avrò senz’altro i miei dubbi, ritarderò a prendere posizione, nonché ad agire. Non a caso, secondo lo stesso sondaggio, solo la metà (55%) degli americani ritiene l’uomo principale causa del riscaldamento climatico, mentre uno su tre (32%) ritiene quest’ultimo dovuto soprattutto a modificazioni naturali dell’ambiente.

In un altro sondaggio, l’International Climate Change Survey condotto da YouGov, la metà (55%) degli intervistati americani ritiene che il loro Paese possa fare di più per contrastare il cambiamento climatico, la restante parte crede che si stia facendo il più possibile oppure non sa.

È abbastanza? È poco? Nel prossimo articolo parleremo di “Big Oil” e lobbying, vedendo come il negazionismo scientifico arrivi all’opinione pubblica e alla politica.