Sin dagli albori dell’esistenza, l’uomo ha plasmato, modellato e trasformato il paesaggio attorno a sé lasciando chiari segni del suo passaggio: che si trattasse di opere monumentali o semplici rifugi di legno, gli individui hanno sempre tentato di rendere proprio il luogo in cui si trovavano, facendo diventare una manciata di terra qualcosa di personale. A oggi è infatti stimato che non esista sulla terra uno spazio che si trovi in una condizione di integrità originale e primigenia in quanto l’uomo ha alterato, in un modo o nell’altro, qualunque posto si trovasse sul suo cammino. Ma cosa accade quando diversi gruppi di uomini si succedono in un medesimo territorio? Un esempio è costituito dalla Tanzania.

La Tanzania, un’emblematica sovrapposizione di impronte umane stratificatesi nel tempo, in cui ciascun popolo ha importato ciò che secondo lui avrebbe reso questo posto più simile a casa. Non è del resto naturale trasporre ciò che si conosce meglio in contesti che non si conoscono affatto? Ebbene, è quello che è avvenuto in questa terra. Nata nel 1964 dall’unione (anche nominale) della regione continentale del Tanganica con quella insulare di Zanzibar, è da allora uno Stato federale dell’Africa orientale.

Dar Es Salaam, letteralmente “casa della pace”, è la principale città di questo Stato; riunendo in sé più di 4. 000 000 di abitanti e, pur non essendo la capitale (Dodoma), è anche il punto che meglio rivela le tante fasi della storia di questo territorio. In origine Mzizima, “la città santa”, diventa nel 1866 insediamento degli arabi provenienti dal vicino sultanato di Zanzibar che la scelgono come dimora estiva per la corte. Tuttavia successivamente viene abbandonata da quest’ultima, ristabilitasi a Zanzibar, rimanendo così un piccolo villaggio.

A seguito della Conferenza di Berlino del 1885 che decretò ufficialmente la dominazione tedesca su gran parte dei territori orientali dell’Africa, gli sfarzi, i disegni e le decorazioni delle tipiche corti arabe vengono sostituite a partire dal 1891 da un nuovo assetto architettonico decisamente più urbano: i coloni tedeschi che miravano a usufruire della città come di un centro amministrativo, burocratico e commerciale delle loro colonie limitrofe, importano una pratica costruttiva basata principalmente su assi di legno ad incastro ed iniziarono così una vera e propria occidentalizzazione della città.

La terza fase inizia dopo la Prima guerra mondiale. Nel 1918 la sconfitta dei tedeschi porta automaticamente alla perdita della loro autorità sui possedimenti africani che si vedranno quindi assoggettati a nuova dominazione: quella britannica. I nuovi arrivati, nonché i più esperti a livello europeo nell’ambito della colonizzazione, decidono di sfruttare il nuovo terreno acquisito con gli accordi raggiunti dopo il conflitto per incanalare in Tanganica numerosi flussi di immigrazione dalla loro più vasta colonia orientale: l’India. È così che migliaia di contadini e lavoratori indiani si spostano verso ovest per fare della zona inglese un nuovo agglomerato di produzione commerciale.

Il paesaggio subisce a questo punto due, pressapoco contemporanee, virate architettoniche. Con gli inglesi prima e gli asiatici poi, si vedono emergere rispettivamente stabilimenti tipici dell’industrializzazione e in seguito edifici abitativi in grado di raggiungere anche i cinque piani di altezza e che si presentano come grossi e imponenti palazzoni grigi (le cosiddette barracks), votati più alla funzionalità e al carattere abitativo piuttosto che estetico. Nell’anno 1961 il Tanganica ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna e Dar es Salaam diventa la capitale del Paese. Solamente tre anni dopo Zanzibar viene annesso alla parte continentale formando l’odierna Tanzania.

È quindi sempre vero il detto “Paese che vai, usanza che trovi”? Forse, in casi come questo, sarebbe giusto dire di no. Infatti, non è indubbio che in un continente si incontri solo la cultura autoctona, anzi, più spesso di quanto non accada è proprio rivivere una cultura straniera al di fuori dal suo contesto di nascita ciò che fa capire meglio quanto certe tradizioni siano strettamente legate alla raison d’être di un popolo: i suoi colori, la cucina, il modo di concepire gli spazi e la comunità sono stili di vita che vanno sempre di pari passo con lo sviluppo di ciascun individuo. In questo senso, il paesaggio diventa agli occhi dell’uomo una sorta di promemoria, un quadro dipinto a più riprese nel corso di secoli che non termina mai di cambiare e di ricordare a chi lo guarda la sua storia, il suo artefice, le sue origini.

FONTI

Fouberg, Murphy, de Blij, Geografia umana, Zanichelli, Bologna, 2010