«Galleria, come si dice galleria in inglese?»

Mi tolgo una cuffia, mi volto a guardarla, gli occhi grandi e bianchi, spalancati, le labbra che formulano quelle parole in maniera stentata, l’accento straniero, l’incertezza e l’impazienza. Tra le mani stringe un telefonino.

«Gallery?» dico esitante non capendo bene a cosa si riferisca.

Il suo viso si illumina, mi sorride, compone un numero sullo schermo illuminato. Nel frattempo il treno è uscito dalla galleria.

Quando zio Akil era morto, Leabuna aveva immediatamente telefonato ad Alisa. Vecchiaia, le aveva detto mentre beveva tè caldo seduta sul divano di paglia. Alisa, dall’altra parte del mondo, aveva posato il sacco pieno di vestiti per terra, sulla striscia gialla della banchina della stazione, ed era rimasta senza parole per un attimo. Zio Akil morto? Come avrebbe fatto a raggiungere Leabuna e a dare un ultimo saluto al defunto? Erano troppo distanti, davvero troppo. Scelte di vita diverse, caratteri diversi, sogni diversi avevano spinto le due sorelle a dividersi: una a rimanere in un paesino nel cuore dell’Africa, l’altra a cercare la fortuna in Europa.

Il pensiero del corpo freddo di zio Akil era stato il primo. Il secondo era stato quello di doverlo dire a Dakarai, il figlio di Akin, fratello di Akil. Anche Dakarai, come lei, aveva deciso di abbandonare l’Africa. Avevano viaggiato insieme, avevano attraversato il continente in verticale con ogni mezzo di locomozione possibile. Si erano imbarcati su una nave malconcia vendendo tutto quello che possedevano. Letteralmente tutto.

Il treno delle venti e quaranta proveniente da Milano Centrale e diretto a Torino Porta Nuova è in arrivo al binario sei aveva detto una voce metallica rimbombando in tutta la galleria, sovrapponendosi nelle orecchie di Alisa al suono degli squilli del telefono di Dakarai.

«Pronto?»

La voce le era sembrata lontanissima, ovattata, stanca, piatta.

«Dakarai? Sono Alisa».

«Cosa succede?»

«Dove sei?»

«A casa, finalmente. Perché?»

Il treno delle venti e quaranta era arrivato sferragliando.

«Perché?» aveva ripetuto Dakarai.

«Aspetta, sto salendo sul treno».

Si era messa dietro al gruppo di persone assiepate davanti alle porte. Era stanca, stufa, accaldata, affaticata. Non ci voleva anche quella, dover dire a Dakarai che Zio Akil era morto. Lui di sicuro le avrebbe proposto di provare a tornare per qualche mese in Africa per aiutare Leabuna, o almeno di raccogliere entrambi dei soldi e di mandarglieli.

«Che c’è?»

Il treno era ripartito ed era uscito dalla galleria scura per infilarsi immediatamente in un’altra.

«Zio Akil è morto».

«Come?»

«Zio Akil è morto!» aveva ripetuto a voce più alta e qualcuno nel vagone si era voltato a guardarla.

La voce di Dakarai si era fatta spezzata e frammentata e disturbata. Aveva sentito solo un paio di mezze parole, “cosa vuol dire che zio Akin è morto?! Zio Akin è mio padre!”

«No! Non Zio Akin! Zio Akil!» aveva urlato. A quel punto tutti si erano voltati a guardarla. Lei si era alzata in fretta, aveva sentito la linea dall’altra parte cadere, aveva raccolto il sacco pieno di vestiti e si era precipitata davanti alle porte del vagone, sperando di trovare campo. Come poteva spiegare a Dakarai che la linea era caduta perché lei era sul treno e il treno era entrato in una galleria apparentemente infinita? Lui viveva in una piccola città dell’Inghilterra, nemmeno lei sapeva bene dove, ma era sicura che non avesse mai visto una galleria o una stazione dei treni.

Aveva pensato a Dakarai in preda al panico. Doveva risolvere immediatamente quel malinteso, o gli sarebbe venuto un infarto. Avrebbe chiamato Leabuna e l’avrebbe fatta spaventare, e Leabuna avrebbe chiamato lei e tutto si sarebbe complicato troppo. Maledetti telefoni, non erano affidabili. Non era affidabile comunicare che un parente era morto con uno di quei cosi.

Aveva toccato la spalla della ragazza che le stava davanti, di spalle. Lei si era girata togliendosi una cuffia dall’orecchio e sorridendole.

«Galleria, come si dice galleria in inglese?»

Il suo italiano era davvero troppo stentato, ma aveva sperato che lei la capisse.

«Gallery?» le aveva detto la ragazza esitando, più una domanda che un’affermazione.

In quel momento il treno era uscito dalla galleria e dai finestrini era entrata, di colpo, una marea di luce accecante.

Lei aveva immediatamente composto il numero di Dakarai, lui aveva risposto subito.

«Non tuo padre! Non zio Akin! Zio Akil! Akil!»

«Maledetta, mi hai fatto venire un infarto!»

«Ero in galleria!»

«Eh?! In cosa?!»

«In the gallery! Sul treno! Comunque Zio Akil è morto!»

Avevano continuato a urlare come se la linea fosse ancora disturbata, mentre ormai sentivano perfettamente a vicenda le loro voci.

«Io metto da parte un po’ di soldi, fallo anche tu. Spediamoli a Leabuna, ne avrà bisogno, e le farà piacere».


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