La mano è la finestra della mente

Questa citazione del filosofo Immanuel Kant vuole indicare come lo strumento che differenzia l’uomo da tutti gli altri esseri viventi, il pensiero, si esprima attraverso la mano. Il prodotto manuale dell’artigiano, infatti, diventa il primo punto di arrivo in cui si esprime la sua personalità attraverso l’ingegno, la creatività e la fantasia, caratterizzando anche la sua opera artigiana come valore universale e di funzione sociale del lavoro, prima ancora che di quella artistica.

L’artigianato iniziò a fiorire nel Medioevo intorno all’anno 1000, quando il sistema curtense cominciò a far circolare le merci, prodotte in eccedenza al fabbisogno interno, all’esterno delle grandi corti con la volontà signorile di ottimizzare le rendite delle loro aziende fondiarie e contadine. Tale svolta produsse la nascita di un artigianato di beni e prodotti non più limitato alle essenziali necessità del villaggio e delle singole corti dei signori grandi proprietari. Inoltre, a causa della notevole crescita demografica di quel periodo, lo spostamento nei borghi e nelle grandi città di un elevato numero di individui portò di conseguenza allo sviluppo dello scambio regolare di merci e di relazioni di mercato tra città e campagna. L’affermarsi di una economia cittadina si caratterizzò nella concentrazione di categorie produttive basate su una divisione e specializzazione del lavoro. Le botteghe artigiane diventarono quindi la tipica unità produttiva e il luogo in cui produrre manufatti e apprenderne i metodi di lavorazione.

È in quel periodo che avvenne il distacco tra la produzione agricola e quella manifatturiera. Fino ad allora, infatti, i contadini eseguivano in modo autonomo e saltuario i lavori artigianali di creazione di strumenti per uso domestico o per il lavoro agricolo. Un vincolo che iniziò a separarsi quando, nelle città, le attività manifatturiere si organizzarono in mestieri e si specializzarono nella fabbricazione di manufatti specifici soprattutto nel campo del tessile, del legno o del metallo. Furono innumerevoli le attività produttive che si svilupparono nelle botteghe artigiane di fabbri, stagnai, falegnami, vasai, sarti, lanai e tessitori per i beni di più largo consumo, ma anche orafi, speziali, calzolai, spadari o pellicciai per la produzione e il commercio di beni di lusso.

Nacquero in quel periodo le grandi botteghe dove operava il maestro artigiano affiancato da diversi apprendisti e lavoranti con un’organizzazione metodica del lavoro che durerà fino agli esordi della rivoluzione industriale. Alla base del lavoro artigianale stavano la capacità e le abilità tecniche, la competenza e la conoscenza per l’esercizio della produzione. Il percorso formativo sotto la guida del maestro artigiano permetteva la trasmissione del sapere attraverso l’esperienza quotidiana per imitazione e correzione. La bottega diventava quindi il luogo di produzione e di apprendimento del lavoro artigianale in cui si tramandavano i mestieri e i suoi segreti.

La difesa delle attività e degli interessi degli artigiani portarono alla creazione di corporazioni e associazioni di arti e mestieri riconosciute giuridicamente con lo scopo di difendere nel tempo il loro monopolio sull’esercizio dei mestieri. Vennero infatti creati appositi statuti e norme che regolavano e controllavano il mantenimento delle caratteristiche di quella specifica attività artigiana e la protezione dei suoi privilegi.

La corporazione tutelava i suoi aderenti non solo dal punto di vista economico ma anche nella gestione delle varie attività. Spesso, gli aderenti di una corporazione abitavano e avevano bottega nella stessa via, avevano la loro chiesa e i loro santi protettori e gli aderenti organizzavano anche forme di solidarietà per i confratelli in difficoltà. Tuttavia, vi erano anche norme punitive per chi non sottostava alle regole della comunità di queste confraternite. Nel tempo, le corporazioni artigiane, soprattutto quelle più ricche dedite alle arti maggiori (le principali arti dei drappieri – della lana e della, seta -, degli speziali, dei pellicciai, dei notai e degli orefici), riuscirono ad assumere anche un relativo potere politico ed entrare come rappresentanti nei governi delle città comunali.

Per aprire una bottega artigiana serviva il benestare della corporazione di appartenenza che richiedeva il superamento di un esame, una prova che consisteva nell’esecuzione di un lavoro chiamato “opera” o “capolavoro” da eseguirsi in un tempo prefissato e sotto osservazione dei maestri della corporazione. L’oggetto variava in funzione del mestiere esercitato e a prova superata il nuovo maestro artigiano doveva offrire un banchetto alla comunità, pagare una imposta e elargire un’elemosina alla chiesa della corporazione.

Con l’avvento della Prima rivoluzione industriale le corporazioni e le confraternite vennero abolite, ma non scomparvero gli artigiani. Molti di loro, soprattutto nelle città, furono effettivamente impiegati nell’industria come proletari, mentre gran parte degli artigiani rurali riuscirono a sopravvivere soprattutto nell’ambito della produzione tessile. L’artigianato tradizionale riuscì a sopravvivere alla grande produzione industriale anche per la sua capacità di integrarsi con la nuova modalità di produzione e di appropriarsi di alcune innovazioni tecniche, convivendo in modo corollario con l’industria.

Attraverso l’attività industriale e l’innovazione scientifica, e a supporto delle tecniche artigianali, fece irruzione la tecnologia, di fatto superando nella produzione l’ingegno artigiano e le sue tradizionali elaborazioni e invenzioni empiriche. Tuttavia, già verso la fine dell’Ottocento le botteghe artigiane vennero sempre più emarginate da una tecnologia industriale che produceva in modo veloce e serializzato grandi quantità di merci ad un costo del lavoro inferiore rispetto a quello dei laboratori e delle piccole imprese artigiane.

Questo inevitabile e progressivo declino dell’artigianalità è continuato fino alla società attuale, in cui la tecnologia ha preso il sopravvento con l’automazione e la robotica: anche i gusti del consumatore si sono ormai adeguati ai parametri di produzione industriale. Oggi, tuttavia, le produzioni artigianali si sono comunque ritagliate uno spazio in piccole nicchie di mercato. Collocandosi in un margine sempre più ristretto, tra una produzione industriale sempre più sofisticata e tecnologicamente avanzata e quella artistica di produzione esclusiva e di design , l’artigianato cerca di mantenere la sua dimensione culturale nei prodotti di qualità delle materie prime e di oggetti legati alle tradizioni del “fatto a mano” e/o “personalizzato”.

L’Italia, in particolare, ha una tradizione di artigianalità superiore a qualsiasi altro Paese europeo, legata a un patrimonio culturale di maestri dell’arte della moda, dei gioielli, delle ceramiche, del design e di molti altri settori merceologici legati a un consumo non convenzionale, quanto piuttosto frutto dello spirito estetico ed edonistico che contraddistingue l’inventiva e la creatività italiana. È in questo contesto che l’artigianato, inteso come forma di produzione manuale fuori dalla competitività industriale e consumistica, può ancora trovare la sua dimensione di pensiero creativo che si materializza nel lavoro manuale.

FONTI

AA.VV, Storia dell’artigianato europeo, Etas, Milano, 1983

Massimo Montanari, Storia medievale, Laterza, Bari, 2017