La rivalità è un sentimento che sviluppiamo sin da bambini. Crescendo le cause diventano disparate, e ci sono casi in cui questa competizione ci accompagna per sempre.
C’è chi definisce la rivalità come un sentimento negativo. In realtà, per quanto spesso possa essere nociva per il nostro vivere bene con gli altri, è anche fondamentale nel forgiare la nostra personalità e nel farci capire ciò a cui teniamo davvero. Un caso di rivalità nata durante l’adolescenza e protrattasi fino all’età adulta è quella tra l’attuale premier del Regno Unito, Boris Johnson, e uno dei suoi predecessori in questo ruolo, David Cameron. Questa storica inimicizia potrebbe essere inserita tra le cause che hanno portato il Regno Unito alla Brexit.

I due infatti, già ai tempi di Eton e Oxford, aspiravano a cariche politiche non di poco conto, e di fatto l’11 maggio 2010 la regina stessa invitò formalmente Cameron a formare un nuovo governo. Per Johnson la strada è stata più lunga: partendo dalla professione di giornalista, è passato alla carica di sindaco di Londra, per poi essere nominato Segretario di Stato per gli Affari esteri del Commonwealth, e infine, oggi, premier.

Sia Johnson che Cameron potrebbero dirsi soddisfatti dei risultati raggiunti. Ma ecco che la rivalità rimescola le carte in tavola. Infatti, mentre Cameron era premier e Johnson sindaco di Londra, quest’ultimo venne nominato ministro senza portafoglio (non ha uno specifico ministero ma fa parte a tutti gli effetti della squadra che compone l’Esecutivo) del secondo Governo Cameron nel 2015. In occasione del referendum indetto da Cameron sull’Unione Europea, si suppose che Johnson sarebbe stato contro la Brexit, essendo sindaco internazionalista di Londra. Ma la voglia di salire sempre più in alto prese il sopravvento, portando Johnson a sostenere la posizione anti-Ue. La smania di potere è stata il motivo per cui l’ex sindaco di Londra ha modificato il proprio pensiero in funzione di un risultato che sarebbe stato ben più appagante del veder vincere le proprie idee. Infatti con la vittoria della Brexit Cameron, stupito dal risultato, si dimise e Johnson prese il suo posto di premier.

La storia di rivalità non finisce qui. Ecco che entra in scena un altro personaggio dalle caratteristiche molto simili a Johnson, anche lui ex Oxford: Michael Gove. Quest’ultimo era leader con Johnson della campagna a favore della Brexit, e pur conoscendo le aspirazioni del compagno, lo pugnalò alle spalle annunciando la sua candidatura per l’incarico di premier. Johnson il giorno seguente si ritirò; ma la sua scalata non era ancora finita. Infatti Theresa May, vincitrice delle elezioni, lo nominò ministro degli Esteri. Raggiunse il suo obiettivo quando, intuendo che la May aveva le ore contate, iniziò a reclutare sostenitori alle sue spalle, diventando poi premier dopo le dimissioni della May.

Ora, la domanda da porsi è: dopo aver desiderato tanto questo ruolo ed essersi dato tanto da fare per ottenerlo, Johnson sta riuscendo a fare un buon lavoro? Come sempre in questi casi è difficile trovare una risposta che soddisfi tutti: ognuno ha pareri diversi e contrastanti. Di fatto però l’aurea di fiducia che circondava il nuovo premier dopo le elezioni sta pian piano svanendo. La sua linea nel dopo elezioni si basava sul volere tutti i vantaggi dell’UE e allo stesso tempo la sovranità assoluta. In Inglese “having the cake and eat it too” (avere la torta e anche mangiarla). Il Regno Unito, però, dev’essere anche pronto al “no deal”, in caso in cui non si riesca a trovare un accordo con l’Unione Europea. Questo comporterebbe traffico commerciale e transizioni bancarie bloccate e aziende, ospedali e supermercati senza rifornimenti. Scenario catastrofico per il Regno Unito.

Ricordiamo che Johnson ha poi provato a sospendere il Parlamento per non permettere alla House of Commons di fermare il suo tentativo di uscire dall’UE senza un accordo. Egli aveva allora promesso ai cittadini inglesi l’uscita dall’Unione Europea il 31 ottobre (data ultima concessa dall’UE) a qualunque costo, occasione poi sfumata. I cittadini inglesi da un lato si sentono stremati da questa situazione che dura ormai da tre anni, ma di certo riconoscono che un’uscita senza accordo sarebbe catastrofica. Anche il Parlamento, volendo evitare questo scenario, è riuscito a mandare avanti una legge contro il no deal, approvata anche dalla regina. Inoltre, la Corte Suprema ha dichiarato illegale la decisione di sospendere il Parlamento, che quindi è stata annullata. Questo ha portato l’opposizione parlamentare a chiedere le dimissioni del premier, da poco rieletto.

Dopo tre anni è possibile intravedere la fine di questa storia, ma le modalità dell’uscita sono ancora sconosciute. Il Regno Unito si trova in questa situazione anche a causa della volontà di un uomo di prendere il potere e realizzare il proprio sogno. Forse bisognerebbe ridimensionare l’idea del non fermarsi davanti a niente per raggiungere i propri obiettivi, e piuttosto valutare i pro e i contro delle situazioni. Qualora tra questi ultimi ci fosse anche il mandare alla deriva il proprio Paese, sarebbe opportuno fermarsi.