Rappresentazioni sacre, la desolazione della periferia romana e una morte sulla croce per indigestione. La Ricotta (1963) di Pier Paolo Pasolini è questo e tanto altro. Terzo episodio della pellicola collettiva Ro.Go.Pa.G. (dalle iniziali degli altri autori, firme di prestigio quali Rossellini, Godard e Gregoretti), il mediometraggio fu sequestrato all’uscita con l’accusa di “vilipendio della religione di Stato” e, nonostante il processo con successiva assoluzione, la mano spietata della censura apportò tagli e variazioni alla versione originale.

Rappresentare il sacro nella società dei consumi

La Ricotta, ritenuta uno dei capolavori della filmografia pasoliniana, si serve dell’iconicità delle proprie scene per condensare, nell’arco di circa trenta minuti, una vasta gamma di significati e messaggi. L’uso del colore, riservato alle riproduzioni della Deposizione del Pontormo e di Rosso Fiorentino (retaggio della formazione autoriale e degli insegnamenti bolognesi di Roberto Longhi), frammenta l’andamento narrativo in bianco e nero, creando una dicotomia tra sacro e profano.

Ma, a deturpare la plasticità delle pose d’ispirazione manierista, interviene l’ilarità delle comparse: nemmeno la tragicità della crocifissione di Cristo riesce a impietosire l’animo immorale dell’uomo moderno. I fotogrammi finali, culmine del pathos drammatico della Passione e girati senza l’ausilio del colore, testimoniano l’odierna e sacrilega commistione tra sfera spirituale e gretto materialismo. La morte di un uomo viene liquidata da un’asettica affermazione, come se nulla fosse accaduto (“Crepare, non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo!”).

Vittima sacrificale sull’altare-croce del consumismo è Stracci, l’autentico Cristo-sottoproletario della pellicola: costantemente tormentato dalla fame (evidente richiamo al primo Chaplin), rappresentante di un mondo arcaico che ormai non esiste più, la sua Ultima Cena è una fatale e pantagruelica abbuffata di qualsiasi genere alimentare gli venga fornito dagli altri componenti della troupe.

L’uomo medio al centro della critica

Esasperato, disilluso e annoiato, il regista del kolossal (Orson Welles, alter-ego di Pasolini e depositario delle sue riflessioni) rilascia una caustica intervista a un giornalista giunto sul set:

Giornalista: “Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?”
Regista: “Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo”.
G: “Che cosa ne pensa della società italiana?”
R: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”.
G: “Che cosa ne pensa della morte?”
R: “Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”.

Dopo alcuni concisi botta e risposta, il cineasta inizia a leggere i versi di Io sono una forza del passato (da Poesia in forma di rosa) per poi apostrofare duramente il proprio interlocutore:

Ma lei non sa cos’è un uomo medioÈ un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista… Tanto lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione, e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.

Fine del discorso. A quello esplicitamente espresso si aggiunge il disprezzo non verbale: Welles ruota bruscamente la sedia dando le spalle all’inviato, portavoce di un mondo borghese svuotato nei contenuti e nelle forme. Leitmotiv nella produzione dello scrittore bolognese, la critica all’omologazione imposta dalla classe media trova ne La Ricotta uno dei suoi momenti più aspri e compiuti. Il ritratto dell’uomo medio tratteggiato da Pasolini è ancora oggi inquietantemente attuale, ennesima dimostrazione di quanto fosse nitida e profetica l’analisi sociologica condotta dall’autore più di cinquant’anni fa.