Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

A mio parere, il quadro più filosofico della Storia. Una finestra che si affaccia sulla Polinesia, nella Tahiti del 1897. Ad aprire la finestra, Paul Gauguin. La parola che mi viene in mente guardando questo quadro è equilibrio. È tutto un equilibrio, un equilibrio in divenire, oserei dire. C’è equilibrio compositivo, equilibrio fra luce e ombra, fra natura e uomo, fra carne e spirito.

La lettura più classica che viene proposta di questa opera è quella dell’esistenzialismo umano, che si scandisce nelle tre principali fasi evolutive della vita umana, le quali, da destra verso sinistra, si concretizzano nelle tre figure, simbolo del neonato (estrema destra), dell’uomo adulto (al centro, ma, non a caso, decentrato) e dell’anziana donna, a sinistra. La lettura che ne vorrei proporre oggi, però, va oltre questo strato superficiale che, a mio avviso, non rende giustizia al senso profondo dell’opera.

A guardar bene, questo quadro è un trionfo di equilibrio armonioso. Sulla tela, dodici figure umane si mescolano con gli animali e con la natura. Ogni dettaglio del quadro ha senso sia di per sé, estrapolato dal contesto del dipinto, che, ovviamente, inserito in questo. Ogni parte ha senso nel tutto, ma ha senso anche da sola.

Le figure illuminate sono le “portatrici” di vita. È illuminato il bambino, è illuminato l’uomo, è illuminata la bambina che mangia la mela, così come la giovane donna, accanto alla quale, in contrasto ossimorico, troviamo la prima evidente portatrice di “non-vita”, o di vita che sta per venir meno, cioè, l’anziana.
L’anziana non è illuminata, così come non lo sono altre figure sulla tela, quali ad esempio le due donne in secondo piano a destra o la donna in fondo a sinistra. Perché non c’è luce per loro? E perché, benché ora che ci rendiamo conto, avendo guardato il dipinto con più attenzione, che non è così vitalistico e armonioso come era sembrato ad un primo sguardo, più guardiamo questa “finestra” su Tahiti e più ne siamo attratti?

Ecco l’equilibrio. Equilibrio fra bene e male, fra vita e morte, che da sempre segna la condizione umana. Gauguin ha appena dipinto l’umanità. Senza trascurarne neanche un aspetto.

La bambina in primo piano è viva, illuminata. Sta mangiando una mela. Se non avesse quella mela, se non stesse mangiando, sarebbe ancora illuminata? La donna sullo sfondo a sinistra, non è illuminata. Sta dando le spalle ad un simbolo religioso. Se, anziché dare le spalle a quel simbolo, gli si stesse rivolgendo, sarebbe, in quel caso, illuminata? L’uomo centrale guarda in su (forse ad un qualche Dio?) e coglie un frutto: è la Vita per eccellenza.

Come accennavo prima, è al centro, ma decentrato: questo perché il centro del quadro non è lui. Il senso del quadro è l’armonia equilibrata della storia del Mondo, di cui lui è solo un piccolo partecipante.
È la storia del Mondo. C’è chi nasce e c’è chi muore, c’è chi crede e chi non crede, c’è chi mangia e chi non può. E tutto funziona perché questo equilibrio resta stabile, e la bellezza è sottolineata dalla luce. Il fatto che le cose in ombra siano in secondo piano, e si tenda a non guardarle, nel quadro, come nella vita, non significa che non ci siano.

Cattura ora il nostro sguardo la presenza dei due piccoli angoli gialli al di sopra del quadro. Ci riportano alla realtà: contengono il titolo e la firma dell’autore [1]. Questo che dipinge Gauguin, insomma, è solo un ideale di civiltà, ben lontano dalla verità.
Il Mondo vero è tutt’altro che armonioso: è fatto di guerre, di lotte di classe, di lontananza dalla natura, perché l’Uomo sembra sempre voler sovvertire la bilancia del mondo.

Echeggia Leopardi.

L’idea che la vicinanza con la natura potesse coincidere con la felicità armoniosa dell’uomo era propria dello spirito romantico e, in particolare, di quel giovane Giacomo Leopardi che teorizza, nel suo intimo Zibaldone, la “natura benigna”. L’uomo sì, è necessariamente infelice, certo, ma la natura è benigna e provvidenziale, attenta al bene delle sue creature, e per questo fornisce all’uomo le illusioni come antidoto all’infelicità umana.

Ecco perché, per Leopardi, gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, che erano più vicini alla natura, erano più felici. Perché erano capaci di illudersi e immaginare, ignorando la loro reale infelicità.

È interessante quanto non solo Leopardi (che poi, come sappiamo, cambierà idea sulla natura) consideri la natura come elemento armonioso che “accorda” gli uomini e le loro vicende.

Viene in mente, a tal proposito, mutato totalmente il contesto culturale, La pioggia nel pineto[2] di Gabriele d’Annunzio.
L’amore, quello che non è solo sensuale ma che sembrerebbe elevarsi, che è musica, che è armonia, che è unione, non è chiuso in un salotto borghese (come era l’amore di Andrea Sperelli per Elena Muti e per le altre sue amanti: superficiale e apparente), ma è, al contrario, immerso in un pineto, mentre, addirittura, piove. Natura che scioglie le ansie dell’uomo, che scioglie le ansie di Sperelli calcolatore e costruttore di atmosfere, perché la natura è, essa stessa, atmosfera.
E nel silenzio si può sentire la natura. Non nelle mille parole finte di Sperelli. Ecco perché, nella Pioggia nel pineto, l’invito è a tacere per ascoltare la natura, che diventa musica, composizione armoniosa di gocce che cadono.

E nel quadro di Gauguin, nessuno parla[3].

Ed è interessante notare quanto la natura con la sua potenza armoniosa sappia stupire ogni uomo di ogni età. Scrive a tal proposito Wordsworth nel 1807:

Il mio cuore sobbalza quando vedo

Un arcobaleno nel cielo:

Così fu quando la mia vita cominciò;

Così è adesso che sono un uomo;

Così sia quando sarò diventato vecchio,

O fatemi morire!

Il Bambino è padre dell’uomo;

E io potei desiderare che i miei giorni fossero

Legati l’uno all’altro dalla fede nella natura.

Natura che unisce e armonizza l’uomo in ogni sua fase vitale.

Se c’è un filosofo che si è interessato dell’armonizzazione dell’umano nelle sue diverse declinazioni, quello è stato certamente Hegel. Egli nell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio[4] definisce il percorso dialettico dello spirito in soggettivo, oggettivo e assoluto.

Vorrei porre particolare attenzione sullo spirito soggettivo, prima tappa della dialettica hegeliana. Lo spirito soggettivo è lo spirito individuale, considerato nel suo lento e progressivo emergere dalla natura, attraverso un processo che va dalle forme più elementari di vita psichica alle più elevate attività conoscitive e pratiche.
La filosofia dello spirito soggettivo si divide in tre parti, che sono l’antropologia, la fenomenologia e la psicologia. Di queste, per quanto riguarda la nostra riflessione sull’equilibrio naturale e sulle fasi della vita umana, è bene soffermarsi sulla prima, cioè l’antropologia, che studia lo spirito come anima. L’anima indica

tutto quel complesso di legami tra spirito e natura che nell’uomo si manifesta come carattere, come temperamento, come le varie disposizioni psicofisiche connesse alle diverse età della vita e alle differenze di sesso (…)
(V.Verra)

A proposito delle età della vita, nel paragrafo 396 dell’Enciclopedia, Hegel afferma che l’infanzia (tesi) è il momento in cui l’individuo si trova in armonia con il mondo circostante.

Rivolgiamo uno sguardo al quadro: il bambino sembra dormire. La giovinezza (antitesi), continua Hegel, è il momento in cui l’individuo, una volta costruiti i propri ideali e le proprie speranze, entra in contrasto con il proprio ambiente.
Guardiamo ancora una volta il quadro: l’uomo centrale è in piedi, mentre tutti coloro che gli sono intorno sono seduti. Non è forse una volontà di affermazione della propria diversità?

Hegel analizza poi la maturità e la vecchiaia, sintesi del processo dialettico. La maturità è il momento in cui l’individuo supera l’urto adolescenziale con il mondo e si riconcilia con esso, riconoscendo “la necessità oggettiva della razionalità del mondo già esistente e fatto”.

Nel quadro sembra di trovare la maturità descritta da Hegel nella figura della donna seduta sulla sinistra, accanto all’anziana.
La sua figura comunica pace sia interiore che esteriore. È seduta, non sta sovvertendo nessun ordine naturale, non sta contrastando nessun mondo esterno. È poi sicura di sé, e ciò si evince dalla morbidezza del suo corpo, rivolto senza alcun tipo di paura con il volto verso l’anziana (la vecchiaia, ciò che la attende), e con il resto del corpo verso la gioventù alla sua sinistra.
Sembra quasi dire, in termini bergsoniani, che il suo essere lì, in quel momento, in quella disposizione, è, consapevolmente, risultato tanto di tutte le perle che hanno visto muoversi il suo tempo della scienza quanto di tutta la lana che si è avvolta addosso, di tutta la neve che si è aggiunta alla valanga del suo essere e che ha realizzato il suo tempo psicologico.

Infine la maturità più estrema è la vecchiaia, che per Hegel “trapassa nell’inattività l’abitudine, che ottunde”.
Ed ecco, sul quadro, anzi, a ben pensarci, quasi fuori dal quadro, come se volesse scappare perché sente che non è più il suo posto, la vecchia donna. Posizione fetale, capo fra le mani, capelli bianchi che le scivolano addosso, con il viso rivolto in avanti ma gli occhi chiusi, perché non c’è più alcun “avanti” a cui guardare. Il suo tempo della scienza è finito, non restano che poche perline. Non resta che perdersi nell’infinità del suo tempo psicologico, srotolando qualche tratto di quel gomitolo che tanto le è caro.

Tutta la condizione umana in equilibrio: la storia della società

Equilibrio della società che però ha sempre un retrogusto di precarietà. Si infrange come onde contro scogli nel giro di pochissimo tempo, perché ogni equilibrio è, per essenza, precario, in continuo divenire, cambiare, modificarsi.

E che cos’è l’equilibrio, se non un’ulteriore possibilità di conoscenza diretta, dato che senza mutamento non vi è conoscenza? Che cos’è l’equilibrio se non la voglia di cambiare punto di vista pur restando noi stessi?

 

 

NOTE

[1] <<Ai due angoli in alto, dipinti in giallo cromo, reca il titolo a sinistra e la mia firma a destra, come un affresco guasto agli angoli applicato su di un fondo oro.>> Paul Gauguin.

[2] Alcyone, 1902-03

[3] Gauguin, nella sua lettura d’opera, scrive: “Due figure vestite di porpora si confidano i propri pensieri”. Il riferimento è alle due figure in secondo piano sulla destra, ma, dal momento che tali figure sono buie, quasi carenti di vita, secondo la lettura d’opera che stiamo conducendo, il fatto che siano loro a parlare non sembra degno di rilievo: forse è proprio il loro parlare sopra la natura, anziché ascoltarle, che le mette in contrasto con essa, rendendole indegne di essere illuminate.

[4] Prima pubblicazione:1817; seconda: 1827; terza: 1830.

 


FONTI
Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio

Wordsworth, My heart leaps up

D‘annunzio, Il Piacere