Quello di Arp non è un suggerimento metafisico, una speculazione astrattiva, bensì la punizione di un’evidenza. La sua scultura ci mette di fronte alla potenza dissacrante e demistificante dell’arte. L’arte che entra nella nostra cognizione quotidiana, che fa strage di ritmi asciutti e presupposti e, su quella piazza pulita, pianta nuove realtà, nuove forme per godere del reale.

Jean (Hans) Arp (1886-1996), una delle figure artistiche più influenti del ‘900 europeo, nacque in Alsazia, regione francese che, al tempo e da lungo tempo, era contesa tra Francia e Germania. Una società militare, un’etica soldatesca accolsero Arp in una terra che, scoppiata la Prima Guerra Mondiale, egli dovette abbandonare per trovare tranquillità nella neutrale Svizzera.
Fu qui che l’iconoclastia prese il sopravvento sulla forma, che la distruzione piantò i semi per una nuova messa al mondo. Nacque il Dadaismo, e Jean Arp fu uno dei fondatori.

Basta questo breve codice biografico, questo input esperienziale per derivare lo sviluppo di quella che sarebbe stata la scultura più ambiziosa e rivoluzionaria del ‘900. Le mani di Arp non cercavano più, come quelle del passato, la razionalità e lo spazio delle cause, la tecnica e la giustapposizione dell’adatto. La sua, come vedremo, diventerà un’arte biologica, ma caotica, anti-evoluzionista, anti-darwiniana.

Nell’istinto del suo spirito avanguardistico – che lungo il corso della sua vita lo farà incontrare con cubisti, surrealisti e pittori dell’inconscio – non riusciva a prender piede un ordine del mondo, un ritmo prestabilito, una percezione significativa.

L’esattezza della realtà sta infatti nella creazione arbitraria, e quindi nel caos, nel non-mediato, nell’anarchia non prevedibile di miliardi di creazioni. L’istinto artistico di Arp è proprio quello di inscriversi in quel gioco di creatività autonoma e contrastante. La natura di cui egli parlerà, la sua biologia, la sua esattezza reale, non sorgerà sull’analisi dei meccanismi percettivi o, come scriveva Nietzsche, sotto la «salvaguardia del filosofo».

Egli parlerà di una natura autonoma nei suoi miliardi di processi, di una natura essenziale che non si adatta ai nostri modi rappresentativi e alle nostre pretese fruitive. La biologia ci presenta un oggetto simile al Dio veterotestamentario, una persona che non vuole essere raffigurata, che non vuole appartenere a un’immagine o essere pensata attraverso di essa. L’unico modo di scorgere la natura ­– di comprenderla, per l’appunto, non di spiegarla – è di scimmiottarne i processi creativi. Copiare i suoi gesti, non badando nemmeno per un secondo a raffigurare i suoi risultati.

L’arte di Arp si muove tra le sanguinose battaglie del «secolo breve», quel momento tutto umano di una cattiva coscienza bellicosa e distruttiva che portava l’umano a condurre una guerra totale contro se stesso, dimenticandosi della natura e dei sentimenti su di essa originati. Dov’è allora la vita, se quella scalmanata vitalità pastorale degli uomini felici si è paludata nel conflitto? Dov’è la felicità, se la guerra dell’umanità contro se stessa ha creato solo organismi morti, un amaro controsenso che ha reciso ogni contatto tra la cultura la sua culla naturale?
Nella morte non c’è vita, e un’umanità che si massacra si è preclusa ogni sorriso naturale. Resta solo, all’artista, di tentare di rievocare un passato dello spirito, un passato organico in senso puro.

Certo è però che esso non può essere trovato nella tradizione, nelle sue immagini, nelle sue figure, nelle sue parole, nei suoi gesti. La guerra totale ha condannato l’umano attuale a una falsificazione di tutto il suo percorso storico. Un percorso culminato nel massacro, producendo una desolazione su cui, tuttalpiù, si può solo riedificare, non semplicemente ristrutturare.

L’arte di Arp adotta così la gestualità dei meccanismi biologici, asservisce la sua volontà a una composizione senza occhi, senza memoria del passato, senza un precursore. Il risultato è una forma astratta e totale, piena di se stessa ed esaustiva ma priva di un significato lineare. La tridimensionalità messa in gioco da Arp vieta e concede ogni metafora, impedisce di fissarsi nei sensi e nella cultura. Mette però in moto un gioco di immersioni, sguardi, ripensamenti e deduzioni che consacra l’astrattezza delle sue forme all’olimpo dell’iconoclastia occidentale.

La vitalità delle forme originarie, che la scultura e nessun’altra arte è in grado di cogliere, entra in aperto contrasto con i principi della forma geometrica, e quindi della razionalità. La “figura”, in generale, è un blocco solido e non molto distinguibile che può essere relegato, nella sua totalità, al passato, alla storia, quella storia culminata nelle guerre mondiali.

Ad Arp interessa la crescita, non la storia. Il continuo, non le tappe. L’astrazione, non la matematica applicata. Le nuvole, non i sensi. Un mondo vero come quello proposto dalla sua scultura ­– vero perché tridimensionale, indipendente dalle analisi abituali e contenente tutte le leggi possibili della bio-morphé – rompe col passato e valica gli orizzonti passatisti della cultura europea.

Un’arte come quella di Jean Arp riesce, facendo un gioco di parole, a rimanere sempre viva. Riesce a conservare quel tesoretto di leggi estetiche originarie necessarie a perpetuare il lavoro, la necessità e la filosofia di un artista lungo tutti i tempi della sensibilità umana.


FONTI

R. Wittkower, La scultura raccontata da Rudolf Wittkower, Einaudi, Torino, 1993

G. C. Argan, L’arte moderna (1770/1970), Sansoni, Firenze, 1981

Wikipedia: Jean Arp