L’Unione Europea, mentre lotta contro i suoi innegabili difetti, rimane un progetto politico ambizioso, coraggioso e ulteriormente in via di sviluppo. Questo esperimento unico nel suo genere nella storia del Vecchio Mondo, nato in risposta alle esigenze di pace e collaborazione dopo i due conflitti mondiali, è in continuo mutamento e, a seconda della situazione sociale e della volontà politica dei singoli Stati membri, cerca di assomigliare sempre più al progetto ideato dai primi europeisti. Un ruolo decisivo all’interno delle dinamiche di crescita e coesistenza degli Stati Europei all’interno dell’Unione è svolto dalle lingue che vi si parlano.

Già dal 1951, quando con il Trattato di Parigi venne istituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA),  il primo embrione dell’attuale Unione Europea, le lingue ufficiali della neonata organizzazione internazionale erano tutte quelle degli stati fondatori, cioè francese, tedesco, italiano e olandese. In seguito, con le successive adesioni e i conseguenti allargamenti, aumentarono anche le lingue ufficiali, fino alle odierne ventiquattro, senza contare le molte lingue regionali o i dialetti locali parlati all’interno del territorio dell’Unione. Le istituzioni garantiscono il multilinguismo dell’organizzazione, cioè il riconoscimento di tutte le lingue ufficiali parlate all’interno del territorio dell’Unione quali lingue ufficiali della stessa, tanto che ogni atto, redatto originariamente nell’idioma utilizzato dall’istituzione che lo redige – ad esempio in francese nel caso della Corte di giustizia dell’Unione Europea – può essere tradotto in ognuna delle lingue ufficiali, così che ogni cittadino che ne faccia richiesta possa consultare ogni documento, senza che debba essere costretto a imparare ulteriori lingue o rivolgersi a traduttori. Se, dunque, il multilinguismo è garantito e ampiamente riconosciuto, questo non si può dire però per il plurilinguismo, che è ancora lontano dall’essere una realtà generalizzata.

Il plurilinguismo, infatti, cioè la capacità di un singolo cittadino di comprendere e parlare lingue diverse dalla propria, è ancora poco sviluppato e diffuso, tanto che i dati dell’Eurostat 2016 testimoniano che solamente un cittadino europeo su due conosce una lingua diversa dalla propria. Per quanto riguarda invece la conoscenza di due lingue oltre alla madrelingua, le statistiche peggiorano visibilmente: solamente uno su cinque. Un altro aspetto fondamentale evidenziato dai dati è il grande squilibrio esistente tra le diverse generazioni, in quanto generalmente il plurilinguismo è un fenomeno riscontrabile nelle generazioni più giovani e più difficilmente si riscontrano statistiche positive nella fascia d’età che supera i cinquant’anni. Inoltre, i dati variano sensibilmente anche da Stato a Stato, testimoniando diverse culture e diversi approcci scolastici e storici allo studio delle lingue e al loro utilizzo. Eppure, una migliore e più diffusa conoscenza linguistica, oltre che favorire scambi economici e una migliore comprensione delle politiche dell’Unione, avvicinando le istituzioni ai cittadini, potrebbe anche favorire un reale e proficuo scambio culturale tra le diverse nazioni, aiutando la comprensione e la conoscenza reciproca, basi del sogno europeista nato dalla tragedia bellica.

Secondo l’Eurostat, la lingua straniera più utilizzata in Europa è l’inglese, seguita, con percentuali decisamente minori, dal francese e dal tedesco. Anche in relazione a questo occorre leggere i dati riguardanti la capacità di parlare almeno una lingua diversa dalla propria nei diversi paesi dell’Unione, che mostrano come sia il Regno Unito lo Stato in cui anche i giovani conoscono quasi solamente la propria lingua. Encomiabili invece nazioni come Svezia, Lettonia e Danimarca, in cui l’alta percentuale di cittadini bilingui non mostra essenziali divergenze al variare dell’età. L’Italia, in cui negli ultimi anni è in aumento lo studio della terza lingua sin dalle scuole elementari, si posiziona all’incirca nella media complessiva europea, in quanto se la fascia dai 25 ai 34 anni conosce e parla una seconda lingua, generalmente l’inglese, la fascia tra i 55 e 64 anni risulta ancora essenzialmente monolingue. Occorre però considerare che i dati raccolti misurano la diffusione di lezioni o corsi di lingua, ma l’effettivo apprendimento delle lingue può avere esiti molto diversi da quelli documentati e auspicabili. L’Italia comparirà negli studi di settore in pubblicazione solo tra qualche anno, mentre i dati più recenti ci dicono che se in Svezia circa l’80% degli studenti padroneggia l’inglese, questo non si può dire ad esempio per la Spagna, dove il tasso si ferma al solo 20%.

Le principali fonti di apprendimento delle lingue straniere sono essenzialmente di due tipologie: da una parte è estremamente importante che l’insegnamento nelle scuole e nei centri specializzati sia efficace e capillare, favorendone la diffusione e l’uso; dall’altra un ruolo estremamente importante, che facilita l’apprendimento delle lingue specialmente per i più giovani, è la diffusione della tecnologia e di internet. Infatti, con l’avvento delle piattaforme streaming come Netflix, è cresciuta esponenzialmente la visione di film e serie tv in lingua originale, oltre all’ascolto di musica in ogni lingua possibile. Le connessioni globali rese possibili dal mondo digitale avvicinano le generazioni figlie della globalizzazione, che quindi oltre a condividere mode e pensieri politici, utilizzano linguaggi sempre più connessi, tanto da far propri alcuni termini, spesso inglesi, senza alcuna traduzione.

L’Unione Europea, in un momento in cui viene severamente messa in discussione e criticata, deve cercare di reagire e testimoniare la propria assoluta importanza sulla base di quei principi fondativi che la ispirano. Una maggiore conoscenza è sempre qualcosa di auspicabile e positivo, e, in particolare, la migliore e diffusa comprensione linguistica può accrescere l’unione, tanto politica quanto economica e sociale, di tutti i cittadini europei che, senza dimenticare la propria cultura e lingua, possono interagire più proficuamente tra loro. L’integrazione europea richiede empatia, anche linguistica, tra tutti i Paesi e tutti i cittadini che, ogni giorno, vi vivono.