Cinecittà è come Hollywood, un luogo dove si può fare qualsiasi cosa.
Francis Ford Coppola

Quando si parla di Cinecittà, i concetti che affiorano nel nostro immaginario comune sono all’incirca gli stessi: cinema, imponenza e magia. Cinecittà rappresenta una delle opere architetturali più importanti costruite durante il regime di Mussolini in Italia. Ancora oggi però, questo luogo rimane avvolto da un’aura di incanto e mistero che ha contribuito a farne un mito della cultura cinematografica italiana. Ripercorriamo allora insieme le tappe fondamentali della storia di questo regno, eternamente sospeso tra sogno e realtà.

L’inizio della favola di Cinecittà viene stabilito il 28 aprile 1937, giorno dell’inaugurazione e dell’apertura ufficiale di questo complesso di studi cinematografici, teatri e uffici, mai visto prima nel mondo del cinema italiano. Nel 1935, un incendio rese inaccessibile gli studi Cines, che al tempo rappresentavano il fulcro di produzione della maggior parte dei film italiani. Questa occasione fu propizia per individuare un ampio terreno vicino alla campagna romana, in cui all’inizio del 1936 iniziarono i lavori per la costruzione di questo grande progetto. Esso occupava inizialmente quattordici ettari ed era circondato da un’area abbastanza grande da poter ospitare eventuali espansioni future. 

Tra fabbrica del consenso e “fabbrica dei sogni”

La creazione di questo nuovo mondo avvenne in tempi brevissimi, accelerati anche dalla politica fascista e dalla sua costante attenzione alla ricerca di mezzi sempre nuovi per catturare il consenso del popolo. Infatti, Mussolini voleva fortificare sempre di più i propri mezzi di propaganda e il cinema rappresentava un buon terreno di gioco: a questo proposito, erano già stati presi dei provvedimenti per alimentare la produzione di film italiani, scoraggiando l’importazione di produzioni straniere per intrattenere il pubblico nostrano, secondo la corrente nazionalista del regime. 

Come già anticipato, il 1936 segnò l’inizio dello sviluppo di questo grande e ambizioso progetto: Luigi Freddi, all’epoca direttore generale per la cinematografia, chiese l’aiuto del finanziere Roncoroni per la realizzazione dei lavori. Freddi appoggiava fermamente la creazione di questa nuova impresa e ottenne l’aiuto di Roncoroni, che stanziò dei fondi per la nascita di questo nuovo regno del cinema. Anche le risorse pubbliche furono fondamentali e lo stesso Freddi incoraggiò il ruolo dell’autorità statale al suo interno per cercare di abbattere altre sedi di produzione cinematografiche in Italia, la cui proprietà era affidata a privati.

Gli albori del regno

L’architettura del progetto venne affidata a Gino Peressutti, il quale decise di adottare uno stile contenuto: vennero realizzati settantatré edifici di cui quattordici sarebbero divenuti teatri di posa. Tra un palazzo e l’altro sorgevano lunghi viali alberati e Cinecittà assunse le caratteristiche di un vero e proprio villaggio in miniatura. Oltre a teatri e studi di produzione, vi erano infatti camerini, uffici e altre strutture per fare in modo che tutte le fasi della produzione cinematografica potessero svolgersi al suo interno, senza ulteriori interventi. Le apparecchiature di cui vennero dotati gli studi erano moderne e al passo con la tecnologia dell’epoca, in particolare dopo la svolta dal muto al sonoro nel mondo del cinema. A completare il complesso vi erano anche la sede dell’Istituto Luce e il Centro Sperimentale di Cinematografia, che trasferirono lì vicino i loro uffici.

Nonostante la buona organizzazione iniziale e le idee valide, il progetto venne fisicamente realizzato in tempi più lunghi del previsto: dopo l’inaugurazione, vennero prodotti pochi film, a causa di difficoltà di vario genere. Nei primi due anni il totale della produzione si aggirava sulla cinquantina di film, una cifra al di sotto degli standard utilizzati all’estero, ma che costituiva la fetta più corposa della cinematografia italiana del tempo. A rallentare la conclusione dei lavori vi fu anche la morte di Roncoroni, che comportò un passaggio di consegne: al suo posto venne designato Tofani, un industriale. Nel 1939, Cinecittà divenne ufficialmente di proprietà dello Stato e Freddi ne divenne il suo direttore, incarnando così una delle figure fondamentali nel campo della cinematografia italiana. 

Cinema come “distrazione di massa”

Gli anni Quaranta si aprirono con una grande espansione a livello produttivo, per cercare di fronteggiare la concorrenza estera e stare al passo con i lavori cinematografici di stampo tedesco. L’espansione fu anche territoriale: nonostante non tutti gli edifici pensati nel progetto iniziale fossero completi, si decise di ampliare il terreno e renderlo inedificabile per fini che non fossero collegati al mondo di Cinecittà.

Durante il regime di Mussolini, la produzione dei film italiani era sostanzialmente divisa in due parti: da un lato vi era la diffusione sempre più significativa di commedie leggere, dall’altro la produzione dell’epica fascista, tra cui ricordiamo titoli come Vecchia Guardia (1934) di Alessandro Blasetti e Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini.

La produzione era poi ulteriormente arricchita da una serie di cortometraggi a carattere celebrativo, spesso diffusi insieme ai cinegiornali dell’Istituto Luce, la cui visione era all’epoca obbligatoria, proseguendo sulla scia della politica di distrazione di massa fascista.

Il dopoguerra e gli americani

Con il tramonto dell’era fascista e la morte di Mussolini, anche Cinecittà entrò in un periodo di crisi, con tagli e licenziamenti del personale. Inoltre, con l’intervento anglo-americano per liberare l’Italia, alcune delle sue strutture avevano accolto i rifugiati di guerra. I bombardamenti avevano danneggiato alcune delle strutture e dei teatri, rendendo necessari alcuni lavori di ristrutturazione. Furono proprio gli americani però, verso la fine degli anni Quaranta, a ridare nuove speranze al regno di Cinecittà: nel 1947, la produzione venne in parte ripresa e il personale riuscì a riavere il proprio impiego.

Il 1949 rappresenta un anno simbolo: i lavori cinematografici ricominciarono del tutto e l’influenza americana fu fondamentale per la nascita e lo sviluppo dell’epoca dei kolossal. Inoltre, alcuni registi e personaggi di spicco del cinema italiano si preoccuparono di stabilire relazioni e contratti con altri Stati, per ottenere delle produzioni miste. 

Gli anni Cinquanta segnarono il periodo di massimo splendore per Cinecittà: le produzioni aumentarono e si sviluppò il filone del neorealismo italiano, all’interno del quale possiamo ricordare grandi film, attori e registi celebri. Fu il periodo di creazione di alcuni dei tasselli fondamentali con cui il cinema italiano può oggi identificarsi: Ben-Hur di William Wyler, Quo Vadis di Mervyn Leroy, Guerra e Pace, sono considerati oggi grandi capolavori, nonostante i non pochi problemi legati alla carenza di strumenti all’interno degli studios romani.

Fantasia e collaborazioni internazionali

Questo periodo di grande fervore ebbe una nuova crescita quando iniziarono a lavorare a Cinecittà grandi registi come Vittorio De Sica, il quale decise di girarvi alcune delle scene di Miracolo a Milano del 1950. Nonostante le difficoltà iniziali, Cinecittà era in grado di assumersi bene le proprie responsabilità: rimanere all’interno di questi studi avrebbe richiesto l’impiego di grandi professionisti del settore, in grado di trovare soluzioni fantasiose per ovviare ai vari problemi tecnici e avrebbe garantito dei costi più contenuti, fattore non certamente realizzabile nel caso di una produzione a Hollywood. 

Questo periodo vide anche l’inizio delle collaborazioni con la Spagna, mentre il rapporto con i registi nazionali non era del tutto semplice. A sancire la definitiva rinascita di Cinecittà furono però due grandi capolavori:, Bellissima e Il viale della Speranza, entrambi di Dino Risi, del 1953. Sempre in questi anni venne prodotto Vacanze Romane, uno dei film più famosi di tutta la storia, che contribuì anche a celebrare la bellezza di Roma con i personaggi di Audrey Hepburn e Gregory Peck. 

Creatività e finanze agli antipodi

Tra gli anni Cinquanta e Settanta, Cinecittà conobbe un ventennio di grande fermento creativo: la produzione francese diede vita a grandi commedie brillanti e, nello stesso periodo, sostenne anche i lavori di grandi registi italiani come Rossellini, Visconti e Fellini.

Se a livello produttivo la situazione sembrava migliorare con il tempo, a livello economico e gestionale vi era un forte clima di crisi. Innanzitutto, le attività all’interno di Cinecittà non occupavano tutte le sue strutture e molte rimanevano inutilizzate. Un altro fattore critico riguardava il disinteresse dello Stato per il complesso della cinematografia pubblica in generale, per cui alcuni impianti vennero chiusi.

Nuovi generi e nuovi lavori

Il cinema italiano si articolò in questi anni in una suddivisione in generi ben diversificata: il peplum, ovvero una sorta di genere mitologico, il western, l’horror e lo spionistico. Il genere del peplum era particolarmente apprezzato per la cura della scenografia e dei costumi. Il western all’italiana ebbe un successo spropositato in questi anni e portò al riutilizzo di vecchie scenografie. A causa però della sempre più forte concorrenza del sud della Spagna, dal 1972 la produzione western a Cinecittà si fermò.

A metà degli anni Settanta venne effettuata un’ulteriore ristrutturazione dei vari edifici e teatri, ma la quantità di film prodotti continuava nel frattempo ad abbassarsi, nonostante l’attaccamento a Cinecittà di alcuni registi, uno fra tutti Fellini. Nel 1989, per migliorare la situazione, la produzione cinematografica venne affiancata da quella televisiva: negli ultimi anni sembra essere stata superata anche la situazione di crisi, complice il ritorno della produzione cinematografica statunitense, con alcuni film di Coppola e Scorsese.

La Cinecittà attuale

Ma oggi come si presenta Cinecittà? Può essere ancora considerata la “Hollywood sul Tevere”, come molti l’avevano ribattezzata? 

Attualmente Cinecittà si estende su un territorio di circa 400.000 metri quadrati e i teatri di posa sono diventati diciannove. Nel corso degli anni, il totale dei film prodotti si aggira intorno alle tre migliaia e una cinquantina di queste pellicole hanno ricevuto riconoscimenti importanti. Dopo un ventennio di gestione privata, nel 2017 l’Istituto Luce-Cinecittà ha ripreso il suo ruolo e, in collaborazione con il Ministero dell’economia e delle finanze, mira oggi a un ulteriore aumento della produzione e degli investimenti in campo cinematografico. I lavori all’interno di Cinecittà però non si fermano mai: la volontà dell’amministrazione è quella di creare altri due teatri di posa, uno studio green screen e una piscina adatta alle riprese subacquee. 

Tra mostre…

Inoltre, sono sempre più numerose le collaborazioni con il MIAC, il Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema, che organizza varie rassegne e mostre: la più celebre degli ultimi anni è Cinecittà si mostra, formata da una serie di percorsi espositivi. Attraverso la visita, lo spettatore percorre il sentiero della storia di Cinecittà, attraverso costumi, scenografie e sale dedicate ai registi più noti. L’ultima parte del percorso prevede anche una parte più didattica, in cui il pubblico può ammirare le sale dove si svolgono i vari processi di creazione di un film.

Inoltre, è possibile visitare alcuni dei set che hanno caratterizzato la storia di Cinecittà e partecipare a vari eventi speciali per gli appassionati del cinema in tutte le sue forme. Questa mostra rappresenta un’importante occasione non solo per avvicinarsi al mondo della produzione cinematografica, ma anche per scoprire i segreti che si nascondono all’interno di quel mondo sospeso tra illusione e realtà che è Cinecittà. Informazioni più precise si possono trovare sul sito dedicato alla mostra.

…e documentari

Per avvicinare ancora di più il pubblico e celebrare la memoria della culla della cinematografia italiana, la produzione RAI ha rilasciato sulla propria piattaforma streaming Raiplay Cinecittà: la Hollywood sul Tevere, un documentario ambientato tra passato e presente, che può aiutare chiunque a capire meglio le vicissitudini di un posto così carico di magia, fatto di migliaia di piccole storie e avvenimenti. Il documentario è visibile qui.

Dunque, Cinecittà era e rimane oggi uno dei simboli della cultura e del cinema italiano, tassello fondamentale del nostro passato, presente e futuro. Non è un luogo come gli altri: nella sua imponenza, ha vissuto periodi contrastanti e ha accolto colonne portanti dell’intrattenimento italiano e non. Ha visto nascere storie molto diverse tra loro ed è stata la culla di grandi capolavori artistici indelebili nella memoria comune. Citando Dante Ferretti, scenografo italiano e premio Oscar alla scenografia:

Cinecittà è una parola magica.

CREDITS

Copertina by Lo Sbuffo

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