La diffusione di una nuova consapevolezza nei confronti della natura e la nascita del pensiero ecologico sono all’origine di una nuova forma di arte contemporanea sviluppata negli anni Settanta in America. Questa nuova corrente è la Land Art, pratica che si distacca dalle regole imposte alle opere destinate all’esposizione in spazi chiusi e che nulla hanno a vedere con la vera e propria natura (se non dal punto di vista rappresentativo).

L’obiettivo degli artisti era un ritorno alla natura, all’informale, una vera ribellione contro la Pop art e i movimenti diffusi negli anni Settanta del Novecento.

Tutto questo arriva anche in Italia sempre nello stesso decennio. L’Italia inizia a sensibilizzarsi sull’argomento proprio in questi anni, ovvero quando qualcosa inizia a muoversi per quanto riguarda la tutela (in senso giuridico) del paesaggio. Gli artisti iniziano ad impegnarsi in azioni a favore di ciò che il boom economico degli anni Cinquanta/Sessanta stava distruggendo.

Anche se gli approcci alla Land Art sono stati fin da subito molto diversi, possiamo definire le basi del movimento nell’intervento diretto dell’artista sulla natura e sul paesaggio, tramite oggetti naturali o artificiali. Il fine non è prettamente estetico. Importante è l’opera in sé come manifestazione della relazione positiva tra uomo e natura. A questo fondamentale obiettivo va ad aggiungersi il recupero della sensibilità da parte di chiunque ne venga a contatto.

Il Cretto di Burri a Gibellina

La più grande opera di Land Art al mondo si trova a Gibellina. Realizzata nel 1981 da Alberto Burri, l’opera ricopre l’area precedentemente occupata dalla città di Gibellina. Il 14 giugno del 1968 un terribile terremoto rase al suolo le case. La cittadina pareva irrecuperabile.

Poco meno di dieci anni dopo, il sindaco Ludovico Corrao chiamò Burri e altri artisti con l’intento di recuperare in qualche modo il vecchio paese rimasto disabitato anche dopo la costruzione della nuova e adiacente città.
Il Cretto di Burri, Gibellina

Burri era già noto per la realizzazione dei suoi cretti, colate di cemento che lasciava poi essiccare. Adattò proprio questa tecnica sul luogo del terremoto. Egli raggruppò le macerie e fece spargere una colata di cemento monocromo su tutta l’area.

La particolarità dell’intervento risiede nel fatto che l’artista non si limitò solo a ricoprire il tutto ma seguì la pianta del paese e la ricreò tramite solchi creando strade percorribili.

Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito.

Mi veniva quasi dIl Cretto di Burri, Gibellinaa piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento.
(Alberto Burri, 1995)

Quando ci si trova sul posto è facile notare la differenza di colore che contraddistingue una parte dell’opera. Il cretto infatti venne realizzato tra il 1985 e il 1989 ma per motivi economici venne completato solo nel 2015.
Proprio per questo i blocchi più recenti sono riconoscibili grazie alla loro superficie bianca mentre la maggior parte del cretto è caratterizzato da un colore grigiastro dovuto al passare del tempo.

Il Museo del Grande CrettoPercorso percorribile del Cretto di Burri, Gibellina

Dal 24 maggio 2019 sul luogo è stato aperto anche il Museo del Grande Cretto, creato per fornire testimonianze e documentazioni ai visitatori. Il museo ha sede nell’ex chiesa di Santa Caterina ed è stato ideato e curato dall’Assessore alla Cultura Tanino Bonifacio.

Le sezioni ripercorrono la storia della città. Iniziando dal ricordo di come fosse prima del disastro, si passa all’analisi dei progetti di rinascita e all’intervento di Burri. All’interno sono presenti documenti fotografici e proiezioni per far meglio comprendere al pubblico la storia e il lavoro per la rinascita del luogo con lo scopo di conservarne il ricordo.

Il percorso espositivo si conclude con due opere dedicate al Grande Cretto, quella di Petra Noordkamp The Trauma of Painting e il cortometraggio di Davide Gambino e Dario Guarneri Alberto Burri, la vita nell’Arte.