Doctor Sleep è uscito da poco nelle sale, caricandosi sulle spalle l’arduo compito di raccogliere e non far rimpiangere un’eredità pesante, pesantissima. È difficile conciliare i gusti e l’immaginario di un pubblico che ha assunto, come fermo punto di riferimento, lo Shining di Stanley Kubrick. Uscito nel 1980, il film (ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King, nemico giurato della trasposizione cinematografica) è diventato un archetipo, un termine di paragone inevitabile per chiunque volesse cimentarsi nella realizzazione di un horror psicologico e ansiogeno, nonostante diverse iniziali stroncature da parte della stampa specializzata.

Il sonno della ragione genera mostri

A rendere tremendamente iconica la pellicola, oltre a scene di forte impatto visivo ed emotivo (una su tutte, l’apparizione delle due gemelline mentre Danny gira per i corridoi con il suo triciclo), è stata senza ombra di dubbio la folle e clamorosa interpretazione di Jack Nicholson nei panni del protagonista Jack Torrance. Scrittore con problemi di alcolismo e padre di famiglia in crisi, l’uomo accetta un’offerta di lavoro come guardiano, durante la stagione invernale, dell’Overlook Hotel.

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Jack, la moglie Wendy (Shelley Duvall) e il figlioletto Danny (Danny Lloyd, possessore di quella “luccicanza” telepatica che dà il nome al film), si trasferiscono così tra le montagne del Colorado. Questo soggiorno dovrebbe, nelle più rosee speranze del protagonista, ristabilire il legame con i propri affetti e dare nuova linfa creativa alla sua penna. Ma non accadrà niente di tutto questo, anzi. L’odio represso dell’uomo nei confronti dei suoi cari si trasformerà in un delirio allucinato e omicida tra le camera di quell’albergo, lo stesso nel quale, molti anni prima, il vecchio custode Mr. Grady aveva massacrato a colpi d’ascia la compagna e le due figlie.

E anche Jack Torrance non può sottrarsi alla ciclicità della storia. Fin dal suo ingresso, è l’hotel a entrare dentro di lui (e non viceversa), a addentrarsi nei meandri della sua mente fino a renderlo un efferato strumento di morte. La pazzia dell’uomo si scatena brutalmente, portandolo a dialogare con presenze spettrali di un passato oscuro e tormentato (tra cui il suo precedessore e il barista della sala da ballo). Mentre gli incontri paranormali si moltiplicano, la cognizione del reale del protagonista inizia a vacillare paurosamente e cresce la preoccupazione della moglie per la salute psichica del marito, convinta che sia stato lui a ferire il piccolo Danny, di ritorno dalla stanza 237.

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All work and no play makes Jack Torrance a dull boy

La donna trova una conferma inequivocabile tra le carte dattiloscritte: dall’inizio del soggiorno, infatti, Jack non ha fatto altro che scrivere ossessivamente una sola frase: “All work and no play makes Jack a dull boy” (“Il mattino ha l’oro in bocca”, nella versione italiana).

Wendy, tesoro, luce della mia vita. Non ti farò niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti farò niente. Soltanto quella testa te la spacco in due! Quella tua testolina te la faccio a pezzi!

Il seme della follia ha attecchito, germogliato e proliferato dentro lo scrittore. Eccolo inseguire Wendy e abbattere a colpi d’accetta una porta, pronunciando una frase rimasta nella storia del cinema mondiale (“Here’s Johnny!”, tradotta con: “Wendy? Sono a casa, amore! Su, vieni fuori. Dove ti nascondi?”). Ma, quando tutto sembra apparecchiato per il massacro familiare, ecco intervenire la luccicanza di Danny che, dopo una visione (la parola “REDRUM”, MURDER al contrario), riesce a mettersi telepaticamente in contatto con Dick Halloran, cuoco dell’albergo. L’uomo, nonostante la tempesta in corso, raggiunge l’hotel e, a costo della propria vita, permette al bambino e alla madre di sfuggire temporaneamente alle manie omicide di Jack.

L’inseguimento finale nel labirintico giardino è il tragico epilogo della vicenda: Danny conosce la via d’uscita e, coprendo le sue tracce, riesce a seminare il padre, allucinato, adirato e armato. Il mattino seguente, assiderato nella bufera di neve, il cadavere dello scrittore giace tra le fitte siepi e, enigmaticamente, la pellicola si conclude con la fotografia di una festa del 1921: in essa, in primo piano, l’inquietante sorriso del protagonista infittisce un mistero che, a distanza di quasi quarant’anni, è ancora più intricato che mai.