Dopo il successo mondiale di Macbettu (ve ne abbiamo parlato qui), Alessandro Serra torna in Triennale con una nuova produzione, Il Giardino dei Ciliegi. L’ultima opera di Anton Čechov, celeberrima, è portata in scena da un cast eccezionale: dodici attori compaiono sul palco e danno vita a un quadro famigliare complesso e articolato. Lo spettacolo, in lingua italiana, è piuttosto imponente. Il tempo scorre (170 minuti circa) e lo spettatore è immerso nelle scene quotidiane della vita di una famiglia aristocratica. La magia di Serra consiste proprio nell’evitare la noia e la ripetizione, nel rendere incalzante il nulla e trasformare in interesse la ritualità delle giornate.

Il Giardino dei Ciliegi non ha una trama. Lo spettacolo è infatti riassumibile in poche e semplici parole. Una famiglia aristocratica russa, di ritorno nella sua proprietà, scopre che questa deve essere messa all’asta. Per ripagare i debiti è necessario dividere il giardino dei ciliegi in lotti, in modo da ricavare una rendita dagli affitti. La famiglia, soprattutto la padrona Ljuba, non accetta. L’intera storia consiste dunque nel tentare, in modo vano, strategie per evitare la catastrofe. Cinque atti scorrono senza che nulla accada. Non ci sono intrecci o drammi che si consumano. In scena viene mostrata unicamente la quotidianità della vita. La vita che scorre e il tempo che passa. Lo spettatore diventa allora un voyeur, un guardone. Spia le dinamiche di vita famigliare dal buco della serratura. Perché infatti, sul palco, compaiono personaggi indaffarati nei loro affari quotidiani, frastornati dai fardelli della vita.

Il pubblico sembra essere più un partecipante silenzioso di un salotto domestico che spettatore di uno spettacolo teatrale. Dunque, nonostante non venga infranta la quarta parete, l’impressione è quella di una compartecipazione emotiva, di un’atmosfera intima. Al di là di questo particolare, seppur rilevante, è chiaro come, in assenza di trama, lo spettatore debba essere intrattenuto in modo alternativo. Serra presta allora massima attenzione al testo. La corporalità e fisicità dei personaggi è infatti ridotta al minimo, per lasciare spazio a un profondo psicologismo e introspezione. Ogni personaggio ha dunque una particolare relazione con il giardino dei ciliegi. Ciò diventa chiaro durante il corso dello spettacolo: così si creano intriganti dinamiche interne, sottigliezze e sfumature relazionali. L’interesse dello spettatore consiste proprio nella curiosità di indagare nella mente e nell’anima dei personaggi, nel seguire i suoi sentimenti e nell’empatizzare con i suoi turbamenti. Tra i personaggi, Ljuba afferma:

Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui. Mio figlio è annegato qui.

E ancora:

Mio caro, dolce, meraviglioso giardino! Vita mia, giovinezza mia, felicità mia, addio! Addio!

Il giardino dei ciliegi è il luogo dei ricordi e dell’infanzia. Abbatterlo significa radere al suolo il passato, cancellare l’immagine di una vita trascorsa e oscurare il ricordo del figlioletto annegato. È ben noto come Il Giardino dei Ciliegi sia un dramma politico. Ciò è reso esplicito dall’acquirente, il signor Lopachin. Egli, figlio dell’antica servitù della famiglia, con l’acquisto sancisce il riscatto della classe operaia su quella aristocratica. In senso lato dunque il dramma rappresenta la decadenza dell’aristocrazia russa e insieme la sua immobilità. Tutti i personaggi infatti si disperano di fronte al dramma incombente. Tuttavia nessuno mette in atto una reale strategia risolutiva per contrastarlo.

I personaggi si muovono sulla scena come pedine di un puzzle, a tratti come marionette. L’impressione è infatti quella di soggetti che agiscono spinti da forze maggiori, non animate da indipendenza e volontà individuale. Questo li conduce spesso a realizzare fermi immagine e fotografie. Ancora una volta, Serra utilizza il ritmo come cifra stilistica riconoscibile dello spettacolo. Quasi fosse un autografo della sua mano in regia, i suoi spettacoli appaiono caratterizzati da cambi ritmo controllati all’estremo e micro movimenti studiati nel dettaglio. Le scene, i movimenti, i singoli gesti sono perfettamente curati. Sono parte di una composizione, note musicali di una melodia sinfonica. Rilevanti sono le immagini che caratterizzano lo spettacolo. Queste spesso anticipano o seguono le azioni. Non di rado i personaggi si staccano dai quadri, per prendere vita sulla scena.

La scena è vuota. O meglio, gli oggetti scenici sono essenziali e quotidiani. Un carretto, delle sedie, un armadio: nulla di sfarzoso o pittorico. La scena è in realtà riccamente occupata dai personaggi, molto spesso presenti in modo corale. Dunque sono loro ad apportare i colori, soprattutto nella prima parte dello spettacolo. In effetti, dall’apertura del sipario, nella seconda parte qualcosa è cambiato. I personaggi hanno tutti un costume nero, come a lutto, e l’atmosfera è più tetra. La vendita del giardino dei ciliegi risulta infatti inevitabile e le speranze che animavano la prima parte sono ormai svanite. All’interno di una scenografia asciutta sono dunque i personaggi a vivacizzare la scena. Questi si amalgamano sul palco in modo efficace e quasi tutti recitano piuttosto realisticamente, secondo la strategia di Stanislavskij. Pochi recitano infatti secondo uno stile più grottesco, seppur in coerenza con gli altri membri della famiglia.

Il tempo scorre guardando Il Giardino dei Ciliegi. E non è forse questo incredibile senso del nulla a destare interesse per lo spettatore? Un nulla tuttavia colmo di lazzi, sentimenti di gioia, pianti, paure: in una sola parola emozioni. Così, come spiega Serra nelle note di regia:

L’opera è cosparsa di piccoli impedimenti e fraintendimenti, anche linguistici, rotture sintattiche, pianti, canti, apnee, russamenti, borbottii e filastrocche, e poi i suoni. Tutto concorre a una partitura musicale che, scrive Mejerchol’d, è come una sinfonia di Čajkovskij.

CREDITS

Copertina e immagini gentilmente concesse da Triennale