La Conferenza ONU sul clima, denominata COP25, si è svolta a Madrid dal 2 al 13 dicembre. L’evento doveva svolgersi originariamente a Santiago del Cile, ma è stato spostato in Spagna per ragioni di sicurezza, viste le tensioni sociali del Paese sudamericano; tuttavia, resta presieduta dal governo cileno. La COP25 si è distinta per essere stata la conferenza sul clima più lunga e difficoltosa degli ultimi anni. Nonostante i quasi due giorni di ritardo nella conclusione dei negoziati, i risultati della Conferenza sul clima sono deludenti: si tratta di una forte battuta d’arresto nell’ambito della governance globale del cambiamento climatico. Secondo quanto scrive il quotidiano britannico «The Guardian»la direttrice esecutiva di Oxfam International Chema Vera ha dichiarato:

Il mondo sta chiedendo a gran voce un’azione, ma questo summit ha risposto con un sussurro. Le nazioni più povere sono scattate in avanti per la propria sopravvivenza, mentre molti governi si sono a malapena mossi dai blocchi di partenza. Invece di impegnarsi in un piano più ambizioso di tagli alle emissioni, i Paesi hanno litigato su dei tecnicismi.

Nonostante le forti pressioni della società civile sui governi per trovare soluzioni che limitino gli effetti della crisi climatica, le decisioni prese dalle parti non sono state ambiziose come sperato. La plenaria non è riuscita a elaborare un testo unico finale: uno dei pochi accordi presi riguarda l’immettere un maggiore impegno nel ridurre le emissioni di gas serra, in modo da raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La mozione ha, tuttavia, poco valore pratico, in quanto non vincolante.

L’impasse su cui si sono arenate le trattative tra i 196 Paesi riguarda l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che tratta la questione legata al mercato internazionale del carbonio, che già alla COP24 era stato fonte di dissidi. Questo è uno dei punti più complicati dell’Accordo: in quattro anni di negoziati le parti non hanno trovato un compromesso per renderlo operativo. Durante la COP25 si sarebbe dovuto decidere come attuare il meccanismo per cui i Paesi che inquinano di meno potessero cedere le loro quote di gas serra emessi ai Paesi cosiddetti “grandi inquinatori“. In questo modo si potrebbe infatti facilitare il processo di decarbonizzazione dell’economia. Tuttavia, questo problema non è stato risolto, bensì rimandato alla prossima Conferenza. Solo la metà dei Paesi partecipanti, molti dei quali in via di sviluppo e responsabili di una bassa percentuale delle emissioni globali, ha annunciato piani di tagli, mentre grandi inquinatori come Cina e USA non hanno offerto soluzioni concrete.

La difficile trattativa sull’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi

I negoziati della COP25 sono stati molto difficoltosi, tanto da non terminare venerdì, com’era previsto, ma proseguendo fino a domenica pomeriggio. Era chiaro che i delegati avrebbero trattato a oltranza, viste le difficoltà a raggiungere un compromesso. Una prima seduta plenaria era stata convocata per le 23 di venerdì sera, senza portare a risultati concreti. Nel tardo pomeriggio di sabato la presidente delle trattative, Carolina Schmidt, aveva convocato una conferenza stampa, spiegando che i 200 Paesi si trovavano ancora in disaccordo su molti punti.

Vi sono stati molti scontri in particolare tra Paesi come le isole dell’Oceano Pacifico e i Caraibi, che stanno letteralmente scomparendo a causa del riscaldamento globale, e i Paesi sviluppati, accusati di aver inquinato più a lungo il pianeta (motivo per cui sono definiti “grandi inquinatori“) e di essere, dunque, i primi responsabili dell’emergenza climatica. Questi ultimi, comunque, non hanno dato garanzie sufficienti per quanto riguarda i finanziamenti che spetterebbero ai Paesi più esposti all’impatto della crisi climatica.

La necessità di attuare la decarbonizzazione e di limitare le emissioni è sempre più urgente. Secondo i dati dell’Emission Gas Report redatto dall’UN Environment Programme, per rientrare negli accordi di Parigi sarà necessario ridurre del 7,6% le emissioni ogni anno da qui al 2030. In assenza di interventi la temperatura potrebbe aumentare di una misura tra 3,4 e 3,9 gradi entro la fine del secolo. Per restare sotto il limite di innalzamento delle temperature di 1,5 gradi sarà necessario quintuplicare gli sforzi, mentre per restare sotto il limite di 2 gradi bisognerà triplicarli.

Il problema nel far slittare le trattative sull’Articolo 6 non è solo il tempo, in quanto il limite fissato per invertire la rotta, secondo i rapporti dell’IPCC, è nel 2030. Vi è anche una ragione politica: dato che due dei “grandi inquinatori“, Brasile e Stati Uniti, si ritireranno dall’Accordo di Parigi entro il 2020, la COP25 era l’ultima occasione per fare in modo che i delegati dei due Paesi partecipassero alle trattative. Queste delegazioni sono state quelle che più hanno ostacolato il raggiungimento di compromessi ambiziosi nella riduzione delle emissioni durante i lavori, insieme a Cina, Giappone e Australia.

Il Gender Action Plan

L’unico successo della COP25 è l’approvazione del Gender Action Plan, arrivata dopo due anni di negoziati. Il cosiddetto GAP è un programma volontario incentrato sulla promozione dei diritti delle donne di tutto il Mondo e sulla loro rappresentazione nell’ambito delle politiche climatiche. C’erano state delle preoccupazioni durante le trattative poiché i riferimenti alla difesa dei diritti umani erano stati inizialmente eliminati, ma alla fine il documento è stato approvato nella sua interezza. A quanto era deciso nella precedente COP è stata aggiunta la possibilità di accedere al Green Climate Fund, in modo da poter finanziare le iniziative proposte. Questo piccolo passo avanti non è sufficiente a giustificare la quasi totale assenza di menzioni ai diritti umani all’interno delle risoluzioni uscite dalla COP25, richieste dalle associazioni non governative che hanno partecipato alla conferenza.

Gli interventi di Greta Thunberg e Antonio Guterres

L’impressione che la Conferenza sul clima sarebbe finita con un fallimento era nell’aria da qualche giorno, non solo tra i delegati. Greta Thunberg è intervenuta alla COP25 nella giornata di lunedì e poi ha partecipato a uno sciopero di protesta con gli studenti spagnoli. Greta, di recente eletta dalla rivista americana TIME come “persona dell’anno“, ha dichiarato nel suo intervento:

Stiamo scioperando da un anno ma non è successo ancora nulla. […] Si sta ignorando la crisi climatica e finora non c’è una soluzione sostenibile. Non possiamo continuare così, vogliamo azione e subito perché la gente sta soffrendo e morendo per questa emergenza climatica. Non possiamo aspettare ancora.

La COP25 si è aperta con il discorso del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha evidenziato come la Conferenza sia un’opportunità per i governi di tutto il Mondo per rispondere concretamente alle richieste di un movimento ambientalista mondiale sempre più ampio e sempre più deciso nel chiedere un cambiamento radicale. La speranza iniziale che questa fosse l’occasione per la presentazione di piani più ambiziosi è stata presto delusa. Lo stesso Guterres, in un tweet del 15 dicembre, il giorno in cui si sono effettivamente conclusi in negoziati, ha evidenziato come la comunità internazionale abbia perso l’occasione di compiere una scelta forte per mitigare l’emergenza climatica. Come Guterres, anche i giovani del Fridays for future e altre associazioni non governative sono rimaste deluse dal fallimento della conferenza.

Cos’è una COP

L’acronimo COP sta per Conference of the Parties (Conferenza delle Parti) e si riferisce all’organo direttivo di un trattato o di una convenzione internazionale su qualsiasi tematica. La convenzione internazionale di riferimento del cambiamento climatico è l’UNFFCC, acronimo per United Nation Framework Convention on Climate Change (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico), che nacque nel 1992. Le conferenze sul clima sono il momento in cui la comunità internazionale definisce il proprio approccio nell’affrontare il cambiamento climatico. La prima si tenne a Berlino nel 1995 e fu presieduta da Angela Merkel.

Negli anni alcune COP hanno prodotto risultati efficaci. Nel 1997, alla COP3, ci fu la stesura del Protocollo di Kyoto, la prima misura che impegnava concretamente le parti, e in particolare i Paesi sviluppati, a ridurre le emissioni. Nello specifico, l’obiettivo da raggiungere entro il 2012 era ridurre del 5% rispetto ai livelli del 1990 le emissioni di gas serra. La ratifica del documento richiese molto tempo: il Protocollo di Kyoto divenne operativo solo nel 2005.

Un altro accordo di importanza storica per la governance del cambiamento climatico è stato raggiunto alla COP21: l’Accordo di Parigi, con il quale la comunità internazionale si impegna a mantenere l’aumento della temperatura globale sotto la soglia di sicurezza di 2°C, possibilmente entro 1,5°C. Con questo accordo i Paesi cercano di diminuire le proprie emissioni drasticamente, in modo da raggiungere la carbon neutrality entro il 2050: in questa situazione non ci sono emissioni nette, perché i gas serra vengono riassorbiti da foreste, oceani e sistemi artificiali di cattura del carbonio. Inoltre l’Accordo di Parigi ha introdotto l’obbligo per ogni Paese di elaborare un Nationally Determined Contribution (NDC) ogni cinque anni, cioè un piano in cui viene delineata la strategia di adattamento ai cambiamenti climatici e di riduzione delle emissioni.

La prossima Conferenza sul clima si terrà l’anno prossimo a Glasgow a novembre, nella speranza che i nodi su cui si sono arenate le trattative della COP25 vengano finalmente risolti. I lavori di preparazione della COP26, un evento meno seguito a livello mediatico in cui le parti iniziano già a trattare, si svolgeranno la prossima primavera a Milano.