“Non si legge e non si scrive più. Ai giovani non interessa la poesia. Ormai il computer ha sostituito l’emozione del cartaceo.” Quante volte capita di sentire frasi di questo genere, ricche forse di troppi luoghi comuni, e di lasciarsi convincere, assorbendo tutta la negatività di cui queste sentenze si fanno portatrici. Forse è così, e probabilmente esisteranno migliaia di dati, analisi e sondaggi che lo dimostrano: i giovani sono disinteressati alla letteratura. Generalizzare è però una modalità troppo comoda per guardare alla realtà. Le nuove generazioni stanno diventando un nucleo importante di produzione e promozione artistica, rendendo viva la scena contemporanea. Questo è il caso del progetto C’èlacrisi Editore.

Un progetto editoriale clandestino – o, per essere più raffinati, indipendente – ideato da alcuni ragazzi della uggiosa ma ridente Brianza. Nasce nel 2016 quasi per caso e, ad oggi, rimane una delle esperienze più curiose e interessanti dell’alta Lombardia. Tra le pubblicazioni troviamo il libro Da quando scrivo poesie faccio più spesso all’ammore. Da solo. Ce lo siamo fatti raccontare direttamente dall’autore Giorgio Agosta del Forte.

Il libro nasce dalla collaborazione tra Giorgio, che ha scritto i testi, e Elio Ferrario, che si è invece occupato delle illustrazioni. Si tratta infatti di una raccolta di poesie illustrate, in cui la parte testuale e le illustrazioni sono ugualmente centrali e si corrispondono a vicenda. L’idea di un oggetto artistico così particolare, come racconta lo stesso autore, nasce dal dialogo:

«avevo mandato alcuni manoscritti ad alcune case editrici ma la mia idea non era solo di pubblicare un libro ma di portare la poesia al pubblico con delle letture».

Insomma, l’idea non era quella di scrivere semplicemente un libro ma di creare un oggetto che fosse al tempo stesso bello e artigianale.
Sicuramente è insolita la scelta di utilizzare la poesia come strumento per arrivare al pubblico, ma in qualche modo i risultati sono stati raggiunti. Già solo il titolo del libro contiene una provocazione che balza subito all’occhio: fare all’ammore da soli richiama, almeno nell’immediato, l’idea della masturbazione (e cosa, più di questo, potrebbe far scoccare una scintilla di curiosità?). Ovviamente, dietro il titolo c’è anche altro, come spiega lo stesso autore:

«Il concetto che c’è dietro parte dal presupposto che quando ci si innamora di una persona ci si innamora dell’idea che ci facciamo di quella persona, come se frapponessimo tra noi e quella persona degli specchi, che poi cadono. In questo senso si può parlare di amore solipsistico: arrivi a capire che quando ami una persona in realtà ami un po’ te stesso. Che poi è fondamentale amare anche se stessi. Quando poi raggiungi una certa autocoscienza, una certa autoconsapevolezza, allora lì si che puoi amare in modo libero, altrimenti diventa sempre una dipendenza.»

L’espressività dei testi si compenetra pagina dopo pagina con quella delle immagini. Nelle poesie illustrate sembra essere riportato qualcosa di estremamente personale, nascosto dietro significati più ampi e universali. Questo porta necessariamente a una riflessione sul significato dell’arte. Ogni forma artistica, infatti, ha come fine ultimo quello di arrivare a un pubblico, che questo sia molto vasto o di poche persone. E le insidie nel farsi “portatori d’arte” sono proprio legate alla trasmissione:

«per esempio quando si recita un testo teatrale di un noto autore, come accade spesso con Shakespeare, che viene da secoli portato in scena, accade che molti attori portino una loro interpretazione. Alla fine finisci per portare te stesso, non il personaggio, così diventa un dialogo senza interlocutore. L’arte invece deve trovare un dialogo con gli altri».

Per quanto leggendo il libro si possa avere l’impressione che vi siano descritte situazioni realmente vissute, in realtà così non è:

«tutto quello che ho scritto è frutto dell’immaginazione. Sarebbe stato troppo facile se fosse stato reale, non riuscirei a parlare di cose vissute, per rispetto. Ho una concezione abbastanza sacrale dell’amore, lo vedo come un sentimento veramente capace di elevare l’uomo dalla quotidianità. Non ha niente a che fare con la religione, è qualcosa di puro e trasparente, distaccato dalla realtà, anche se non dovrebbe essere così».

E forse è proprio questo che stupisce, la quotidianità che emerge da ogni singolo testo sembra così reale da sentirla quasi come propria. Invece no, si tratta unicamente di trasfigurazione poetica di impressioni. In fondo è questo che ci si aspetta dalla poesia, un universalismo emotivo, la capacità di coinvolgere chi legge. Questa è e deve essere tra le prerogative di un testo poetico. Prerogativa che a volte sembra sfuggire, e che porta a interrogarsi su quale sia lo scopo della poesia, il suo fine ultimo.

«La poesia dovrebbe tornare a essere profetica, a dire cose che ancora non sappiamo. Poche poesie mi stupiscono, alcune avrei voluto scriverle io. C’è una poesia di Titos Patrikios, che si conclude con la descrizione di quell’istante in cui lei si poggia al braccio dell’amato sulla metro. Ci potevano arrivare tutti, sono cose che abbiamo davanti agli occhi ma messe in un certo contesto colgono l’essenziale ed è questo che deve fare la poesia, mostrarci quello che tutti vediamo ma elevarlo. Questo è che dovrebbe fare l’arte: dovrebbe prendere quello che ha già fatto la natura è completarlo».


FONTI

G. Agosta del Forte, E. Ferrario, Da quando scrivo poesie faccio più spesso all’ammore da solo, C’èlacrisieditore, 2016